Marathon Day: Robin Hood (1973)

Gli Aristogatti ha avuto l’onere di dimostrare come lo Studio Disney fosse ancora in grado di realizzare lungometraggi anche senza il proprio fondatore, morto nel 1966. Sebbene approvato a suo tempo da Disney in persona, infatti, il film era stato interamente prodotto dopo la sua scomparsa usando come legge sacra le linee guida che avrebbero dovuto indirizzare la produzione dello Studio in questo nuovo corso caratterizzato dalla tecnica xerografica; Gli Aristogatti era stato un buon successo, e forti di questo traguardo i vertici della Disney si rimboccarono le maniche, presero il coraggio a due mani e si gettarono nel loro primo progetto completamente autonomo.

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Sicuramente la domanda che tutti si ponevano, già in questa fase, era: “cosa farebbe Walt?”. È innegabile, infatti, che Robin Hood, il classico del 1973, rientri in tutto e per tutto nel solco tracciato da Disney stesso un decennio prima, ormai diventato una nuova tradizione e una nuova poetica pronta a guidare autori e animatori. Soprattutto, il film recupera la passione di Disney per i funny animals, un elemento che aveva caratterizzato la produzione di Disney fin dalle origini (basti pensare alle bande di Topolinia e Paperopoli), una tradizione ora portata all’estremo con l’utilizzo di questi personaggi animali antropomorfi per raccontare una nuova e dissacrante versione della leggenda di Robin Hood, il ladro gentiluomo che rubava ai ricchi per dare ai poveri.

“Urca urca tirulero”

La narrazione di Robin Hood rispecchia in tutto e per tutto il nuovo canone prestabilito per i film di questa stagione, presentandosi come una coloratissima e frizzante commedia. Gli autori rispettano infatti tutti i principali snodi tradizionali del racconto, dal prologo con la crociata che permette a Giovanni Senzaterra di usurpare il trono del fratello Riccardo Cuor di Leone ai soprusi dello sceriffo di Nottingham, dalla storia d’amore con Lady Marian al torneo di tiro con l’arco, ma rivisita il tutto privilegiando il lato comico e spensierato della vicenda. Proprio questo tratto caratteristico rischia però di diventare anche il difetto principale del film, che si vede negare qualsiasi gravitas o epicità; non c’è del vero eroismo perché, in fondo, è tutto un grande scherzo in cui ben poco va davvero preso sul serio.

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Robin Hood può davvero essere considerato uno dei film più frivoli della produzione disneyana, ben lontano dalla visione che, nel corso del tempo, molti altri autori avrebbero dato della storia. La trama procede in modo estremamente lineare, raccontata da un narratore interno che prende le fattezze di un gallo menestrello, in italiano ribattezzato Cantagallo, e ci conduce attraverso la vicenda dell’eroe inglese mostrandocene solo dei momenti cardine. Sempre in modo fedele alla tradizione xerografica, infatti, anche Robin Hood è un film fortemente episodico, una struttura qui resa ancora più evidente proprio dall’intervento del narratore che introduce ogni volta le nuove sequenze, ognuna quasi perfettamente autonoma. Manca quindi un vero e proprio sviluppo narrativo, dal momento che le situazioni si susseguono fino a una conclusione che ci viene raccontata ma non mostrata: Cantagallo ci dice che re Riccardo è tornato in Inghilterra e ha riparato ai danni provocati dal fratello, ma la conclusione giunge molto bruscamente e, soprattutto, non si ricollega a quanto successo in precedenza. Robin Hood, semplicemente, finisce mettendo alle avventure dell’arciere di Sherwood una conclusione che potrebbe essere inserita in qualunque momento del film senza cambiarne troppo il significato.

Se l’epicità risente del tono umoristico del film, Robin Hood risalta però per la sua comicità irresistibile. Le moltissime gag visive e verbali vivacizzano il film dandogli un’energia non comune nella produzione Disney. Nessuno dei personaggi si prende mai sul serio, a partire dal protagonista, un eroe coraggioso e altruista, certo, ma che non esita a gettarsi in piani e travestimenti strampalati per mettere nel sacco il principe Giovanni, un villain caratterizzato come uno dei più ridicoli dell’intera filmografia dello Studio. Ma a fare davvero centro sono i personaggi secondari, che grazie anche alla loro recitazione spesso sopra le righe sono riusciti a entrare di diritto nell’immaginario collettivo. Tra tutti spicca Lady Cocca, la balia di Marian: gli autori sono riusciti a prendere un personaggio del tutto marginale e dargli una personalità dirompente e sovversiva, materna con la sua principessa ma brutalmente energica quando si tratta di combattere contro gli scagnozzi del principe.

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Proprio il principe Giovanni merita un discorso a parte, dal momento che presenta una personalità decisamente interessante che lo distanzia da tutti i villain visti in precedenza, nonostante la sua caratterizzazione a tratti sciocca. Il principe è un personaggio cinico e dai desideri volgari, un sadico che gode nell’opprimere la popolazione e un vanitoso che ama sentirsi lodare dai suoi servitori. In questo non è nulla di diverso dai suoi predecessori, ma in lui c’è dell’altro. Giovanni è infatti il primo villan che dimostra di avere un passato, ma non solo, perché da quel passato continua a essere perseguitato anche nel presente in cui si svolge la storia. Il principe è affetto da un enorme complesso di inferiorità nei confronti del fratello e, con la sua ossessione per la madre, dimostra di avere qualcosa di irrisolto con la figura materna che lo porta a regredire a uno stato infantile quando il suo pensiero gli torna in mente. Il tutto è trattato ai fini umoristici, ovviamente, ma Giovanni è il primo cattivo la cui vicenda non si esaurisce al’interno della storia e la cui personalità è strettamente legata a un vissuto che non ci viene raccontato, ma che è usato solo punto di partenza per costruire la sua bizzarra personalità, una personalità, per questo motivo, ben più articolata di quella di Robin stesso.

“Il re più fasullo d’Inghilterra”

Anche graficamente, Robin Hood si inserisce perfettamente nella tradizione xerografica mostrando più che mai i segni di questa tecnica. Proprio questo film è uno di quelli in cui la grafite, i segni a matita e le cancellature risultano più evidenti nel prodotto finito, con un effetto che, se non appare mai fastidioso, fa a tratti rimpiangere la rifinitura di molti film precedenti; probabilmente anche alcuni artisti dello Studio notarono questa caratteristica, al punto che già dal film successivo, Le Avventure di Bianca e Bernie, si inizierà a limitare l’uso estensivo della macchina xerografica e si tornerà a curare maggiormente la bellezza visiva delle immagini.

Robin Hood è però tristemente noto per un altro primario ben poco invidiabile, ossia l’essere il film con il maggior numero di animazioni riciclate da lungometraggi precedenti. In quel periodo l’animazione non costituiva più la punta di diamante dello Studio, per cui gli animatori dovettero lavorare con un budget a dir poco striminzito sfruttando l’ingegno – e una certa dose di cinismo: in un’epoca in cui non esisteva l’home video, si contava sul fatto che nessuno avrebbe potuto rivedere i film abbastanza spesso da rendersi conto del trucco. Un trucco, peraltro, già usato in precedenza, ma che qui si esibisce in modo decisamente sfacciato: tutta la sequenza della festa nel bosco è realizzata ricalcando le immagini su animazioni di film precedenti, da Biancaneve e i Sette Nani a Il Libro della Giungla a Gli Aristogatti, con pochissimo materiale inedito, e anche il design di alcuni personaggi, come il coprotagonista Little John o il viscido Sir Biss, derivano da concept precedenti, in questo caso Baloo e Kaa da Il Libro della Giungla.

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Decisamente memorabile appare invece la colonna sonora, molto semplice e con pochi brani cantati ma talmente accattivante da rientrare tra le preferite dai fan. Ognuno dei brani ha un ritmo orecchiabile e trascinante, dal motivetto iniziale che accompagna i credits, cantato dai vocalizzi di Cantagallo, alla prima, simpaticissima canzone, Urca Urca Tirulero, capace da sola di definire interamente il tono del film. Una delle scene madri del film è però la festa nel bosco, in cui viene interpretato uno dei brani più famosi del film, “Il re fasullo d’Inghilterra”, una satirica canzone da taverna in cui la banda di Robin si prende gioco del principe Giovanni; si tratta di una canzone talmente trascinante che perfino i villain del film sono mostrati canticchiarla di tanto in tanto.

“MAMMA!?”

Complice anche il budget ridotto all’osso, Robin Hood fu un buon successo al momento della sua uscita e non fece alcuna fatica a recuperare le spese. Il pubblicò amò immediatamente questa inedita versione della leggenda, e il film ottenne una popolarità immensa sia in patria che all’estero. A non essere del tutto soddisfatti furono invece i critici, che diedero recensioni miste al film criticandone il tono eccessivamente scherzoso e la mancanza di una vera e propria tensione all’interno della storia. Critiche certo non infondate, come abbiamo visto, ma a volte fin troppo severe nel giudicarlo come uno dei peggiori adattamenti mai realizzati dallo Studio.

Marathon Day

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