Marathon Day: Gli Aristogatti (1970)

Ritorniamo con il nostro consueto appuntamento settimanale con il Marathon Day dopa la breve pausa dovuta agli Oscar. In realtà questa interruzione non è neanche capitata a sproposito, dal momento che, con Gli Aristogatti, si apre una nuova fase nella produzione Disney: inizia un nuovo decennio, gli anni Settanta, ma soprattutto comincia l’era del post-Disney.

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Walt era infatti morto nel Dicembre del 1966, lasciando orfano il mondo di una delle menti artistiche più brillanti della sua generazione. Il colpo non fu da meno all’interno dello Studio, dal momento che ci si trovò, per la prima volta, senza una vera guida al timone dell’azienda. Il successo de Il Libro della Giungla aveva infuso una necessaria dose di coraggio, ma il problema persisteva: come andare avanti senza Walt? In che direzione proseguire ora che la vera mente creativa dietro ogni progetto non c’era più a indicare loro la strada? La soluzione, dettata forse dall’incertezza del momento, fu molto semplice: si sarebbe proseguito sul medesimo sentiero iniziato da Walt prima della sua morte, per cui nel solco delle commedie brillanti interpretate da personaggi animali. Una soluzione di totale continuità, quindi, che se all’inizio diede i suoi frutti a lungo andare, senza la carica rivoluzionaria di Walt Disney a indicare la direzione, avrebbe condotto lo Studio in un periodo di profonda stagnazione.

“Ai gatti?!?”

Sebbene la produzione vera e propria de Gli Aristogatti iniziasse dopo la morte di Walt Disney, il progetto del film risaliva a molto tempo prima, all’inizio degli anni Sessanta, quando venne commissionato un soggetto per un episodio della serie televisiva antologica in live-action Walt Disney’s Wonderful World of Colors. La storia era molto diversa da quella che sarebbe poi diventata, e il merito fu essenzialmente di Disney stesso, che impegnò gli autori in diverse, profonde riscritture della trama fino alla decisione di trasformare la vicenda in un lungometraggio animato. In questa fase, una nuova riscrittura venne imposta alla sceneggiatura per allinearla al nuovo stile dei Classici Disney, esaltandone il lato avventuroso con un lungo viaggio di ritorno verso casa e quello comico con l’introduzione di una serie di personaggi di supporto decisamente sopra le righe. Allo stesso modo venne mantenuta la tradizione delle ambientazioni contemporanee, ma mentre il soggetto iniziale era ambientato a Londra, gli autori decisero di spostare la vicenda nella Parigi degli anni Dieci per distanziare Gli Aristogatti il più possibile da La Carica dei 101, dal momento che la trama sarebbe stata, da sola, piuttosto simile.

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Se La Carica dei 101 appare molto simile, come trama, in realtà Gli Aristogatti si ispira molto anche a Il Libro della Giungla, soprattutto per lo svolgimento episodico della storia. La trama del film, infatti, procede per una serie di macrosequenze quasi perfettamente autonome legate tra loro solo dal filo conduttore del viaggio, una storia che procede in modo estremamente lineare e senza particolari colpi di scena, affidando la responsabilità della buona riuscita del progetto interamente al carisma dei personaggi. Un film molto character-driven, quindi, che rifiuta, ancora una volta, la complessità di un intreccio articolato a favore della spensieratezza e della simpatia di personaggi dalle spiccate personalità e giustamente ricordati ancora oggi con grandissimo affetto.

Il nucleo del cast è sicuramente composto da Duchessa e dai suoi tre cuccioli, Minou, Matisse e Bizet. I quattro gatti sono stati allevati con amore quasi materno dall’anziana Madame Adelaide, ripagata dai felini con incondizionato e straripante affetto. Duchessa è una gatta elegante e raffinata, cresciuta nella confortevolezza della sua casa e quindi spaventata, inizialmente dal mondo selvatico in cui si trova gettata all’improvviso; lo stesso vale per i micetti, ognuno di loro caratterizzato da un notevole lato artistico che Madame Adelaide li ha aiutati a coltivare. I bisticci e le interazioni tra i gattini sono tra le parti più gustose del film, con l’altezzosa Minou sempre pronta a scontrarsi con il fratello Bizet, energico e sbruffone. Ad aiutare la famigliola in difficoltà interviene Romeo, un gatto randagio che si renderà protagonista di un’intensa love story con Duchessa, in una lontana eco di Lilli e il Vagabondo. Romeo è probabilmente il personaggio più riuscito del film, un gattone carismatico e dal fare decisamente teatrale caratterizzato, nel doppiaggio italiano, da un irresistibile accento romano; è uno di quei casi in cui il regionalismo riesce a rafforzare ancora di più il fascino di un personaggio già ottimamente scritto, che diventa nelle mani degli adattatori un irresistibile mattatore protagonista di siparietti eccezionali, come nell’incontro con le oche inglesi.

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I personaggi di supporto, infatti, non sono da meno dei protagonisti. Proprio le oche, ad esempio, sono protagoniste di una lunga sequenza nel cuore del film, quando i protagonisti fanno la conoscenza di Adelina e Guendalina, oche non troppo sveglie ma molto simpatiche e di buon cuore, e del loro zio alcolizzato, Reginaldo; i dialoghi brillanti, le battute fulminanti e il ritmo incalzante rendono questa sequenza probabilmente la migliore dell’intero film. Ma a spiccare su tutti i personaggi secondari è sicuramente il villain, Edgar, maggiordomo di Madame Adelaide. Edgar è un villain decisamente atipico, dal momento che gli mancano tutti gli attributi che avevano caratterizzato i principali antagonisti fino a questo momento: non è ambizioso né particolarmente intelligente, non ha abilità straordinarie e, soprattutto, non è cattivo. Sebbene Edgar compia azioni discutibili, il film si impegna, all’inizio, per ritrarlo come una brava persona, irreprensibile nel suo lavoro e pieno di riguardi per Madame Adelaide; è un uomo comune, con le sue virtù e i suoi vizi, e forse per questo viene così immediato identificarsi con lui nel momento in cui subisce l’ingiustizia di vedere i gatti superarlo nel testamento di Madame Adelaide e nel susseguirsi di sfortunate circostanze che finiranno per punire la sua avidità, una punizione decisamente severa se pensiamo che, ad esempio, Crudelia se l’era cavata decisamente più a buon mercato dopo essersi macchiata di crimini ben più gravi. Edgar segna un notevole passo avanti nella caratterizzazione dei villain, e bisognerà aspettare ancora a lungo per trovare altri antagonisti così umani.

“Er mejo der Colosseo”

Se dal punto di vista della trama Gli Aristogatti rientra alla perfezione nel tracciato dei film xerografici, lo stesso si può dire per la sua estetica. Ormai questa tecnica era in uso da un decennio, e gli animatori l’hanno perfezionata fino a rendere il suo risultato grezzo parte integrante dell’immagine finale. Gli Aristogatti si presenta, quindi, come un film volutamente sporco, pieno di scarabocchi e segnacci a matita, tratti in grado di conferire energia e personalità ai disegni: basti pensare, ad esempio, al notaio Hautecourt, con il suo volto segnato da rughe che altro non sono che i segni a matita del suo animatore. Così realizzate, le rughe si muovono in continuazione seguendo perfettamente le espressioni dell’anziano notaio, cambiano di fotogramma in fotogramma, perfino, dando al volto del personaggio un effetto realistico e dinamico allo stesso tempo.

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Fiore all’occhiello sono però, ovviamente, i personaggi animali, che dimostrano la straordinaria maturazione che gli animatori hanno guadagnato nella caratterizzazione visiva dei personaggi. Ognuno dei felini appare e si muove in modo unico e completamente diverso dagli altri, tutti gli animali sono espressivi e affascinanti, con ottimi accorgimenti per rafforzare sempre di più la loro umanizzazione, come quando Romeo e Duchessa si dicono addio sul tetto mentre le loro code si accarezzano languidamente. Incorniciano il tutto gli ottimi fondali, che ricostruiscono una Parigi ricchissima di dettagli ma con lo stesso stile sporco dei personaggi e una campagna francese assolata e incantevole.

“Tutti quanti voglion fare jazz”

Gli Aristogatti fu un buon successo, alla sua uscita; complice anche il budget ridotto, lo Studio poté tranquillamente dirsi soddisfatto di questo primo tentativo realizzato senza la supervisione di Walt Disney. Meno calorosa fu l’accoglienza della critica, che reagì in modo misto lodando l’umorismo e le canzoni ma criticando la trama eccessivamente episodica e l’assenza, al di là dei personaggi secondari, di qualcosa che lo rendesse davvero memorabile tra i Classici.

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È evidente, in effetti, che Gli Aristogatti presenta ben poco di originale o innovativo, è un film gradevole ma che si inserisce all’interno della tradizione senza tentare in alcun modo di rinnovare il filone dei film xerografici. Un’osservazione giusta ma forse fin troppo severa verso quello che rappresenta a tutti gli effetti l’emancipazione dello Studio dalla figura di Walt Disney. Nel suo piccolo, anche Gli Aristogatti rappresenta qualcosa di mai tentato prima, un film realizzato interamente senza la mano sicura di Walt a indirizzare autori e artisti, a correggere errori e migliorare la narrazione con consigli spesso non richiesti ma sempre azzeccati. Gli Aristogatti è il film con cui lo Studio Disney impara, sul campo, a camminare con le proprie gambe, e dimostra di saperlo fare molto bene, sebbene con una certa dose di manierismo.

Marathon Day

2 pensieri riguardo “Marathon Day: Gli Aristogatti (1970)

  1. Veramente interessante come cosa: il mio ultimo post è su scooby-doo (un alano) e il tuo è sugli aristogatti (gatti)!
    Secondo me a livello qualitativo come film è migliore di tanti altri e sicuramente più originale

    "Mi piace"

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