Marathon Day: Oliver & Company (1988)

Questa serie doveva essere, nelle intenzioni, l’articolo del martedì; in queste ultime settimane è diventato un po’ l’articolo del quando capita capita, ma piuttosto che rimanere silente e non pubblicare più nulla mi accontento. Oltretutto stanno servendo al loro scopo principale, ossia mantenere almeno un appuntamento settimanale da non mancare anche in quei periodi più frenetici in cui, altrimenti, non avrei il carburante per scrivere nulla, esattamente come in questo momento. Speriamo passi presto e che noi si possa tornare a una parvenza di normalità, qui sopra e nell’outernet.

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Venendo però a noi. Gli anni Ottanta stavano finalmente volgendo al termine, e mentre il mondo si preparava a salutare quello che sarebbe stato ricordato come il decennio più pop della storia la Disney, al contrario, stava per archiviare un periodo decisamente da dimenticare. I grandi sconvolgimenti che aveva subito, insieme all’inevitabile fiacchezza di formule narrative sfruttate ormai da decenni, avevano minato la produzione degli ultimi film, tutti modesti successi alternati al più clamoroso flop dai tempi de La Bella Addormentata nel Bosco. Da queste difficoltà, però, lo Studio seppe risorgere, e non solo dimostrò la vitalità dell’animazione, ma iniziò a porre le basi per il proprio rinascimento, un decennio di grandiosi kolossal fiabeschi che avrebbe imposto nuovamente il marchio del topo tra i grandi dell’intrattenimento. Restava solo un ultimo passo propedeutico da fare.

Dickens a New York

La produzione di Oliver & Company, al contrario di molti altri film, non fu né lunga né particolarmente complessa, e i tempi straordinariamente brevi della sua lavorazione (circa due anni e mezzo dall’approvazione del progetto alla distribuzione) sono indicativi di quanto il meccanismo fosse ormai collaudato. Fin troppo collaudato, forse, se si pensa che il soggetto venne scelto principalmente per la sua aderenza alla poetica del periodo xerografico a sfavore di altri due progetti più ambiziosi e innovativi, ma che avrebbero comunque prima o poi visto la luce: il primo, l’anno successivo, sarebbe diventato La Sirenetta, mentre il second avrebbe dovuto attendere quasi quindici anni prima di uscire al cinema come Il Pianeta del Tesoro. Nonostante le ferventi insistenze di Ron Clements e John Musker, la nuova dirigenza, che si trovava a dover scegliere per la prima volta un soggetto senza la supervisione dei Nine Old Men, preferì non distanziarsi troppo, per il momento, dal canone stabilito, e per andare sul sicuro selezionò il semplice pitch dell’animatore Pete Young, il quale propose un adattamento di Oliver Twist con cani e gatti.

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Una nuova avventura di animali in un contesto contemporaneo, quindi, ma questa volta l’aria cominciava ad essere molto diversa. Nonostante il conservatorismo della scelta, la rivoluzione che di lì a breve avrebbe investito lo Studio stava già iniziando a far sentire dando a Oliver & Company un aspetto ibrido, a cavallo tra il passato e il futuro, un anello di congiunzione tra il medioevo xerografico e il prossimo Rinascimento Disney. Già qui, infatti, si può assistere al’influenza di quella mentalità da kolossal che avrebbe caratterizzato i film degli anni Novanta, con il ritorno ad ampi momenti musicali e messaggi universali nascosti sotto la semplice e lineare storia del gattino Oliver, che, rimasto orfano, viene prima accolto dalla banda di cani guidata dallo sbruffone Dodger e quindi adottato dalla dolce Jenny, in un intreccio tra bassifondi e alta borghesia che restituisce tutti i sapori – e le contraddizioni – della città di New York esattamente come accadeva alla Londra vittoriana descritta da Dickens.

La fonte letteraria è molto ben riconoscibile, sebbene ovviamente rielaborata per adattarsi ai canoni disneyani. Oliver è ancora una volta un orfano, ma questa volta ha l’aspetto di un gattino indifeso e innocente; forse troppo innocente, dal momento che la sua tenerezza è accompagnata anche da una certa passività al punto da essere più vittima degli eventi che loro artefice. Decisamente più carismatico è il cast di supporto: Fagin subisce probabilmente la metamorfosi più significativa, dal momento che da viscido ebreo sfruttatore di bambini diventa un amabile e simpatico senzatetto che vive di espedienti per mantenere i suoi amici canini; al suo fianco, tra gli altri, Dodger diventa, da astuto borseggiatore ragazzino, un cane carismatico e un po’ spaccone che prende Oliver sotto la sua ala protettrice, mentre Rita, l’unica femmina nella gang di Fagin, prende idealmente il posto della prostituta Nancy. Bill Sikes si vede riconoscere il ruolo da villain, qui adattato in un violento e pericoloso gangster, mentre il ruolo del borghese Mr. Brownlow è preso da Jenny, una bambina molto dolce ma dalla personalità piuttosto generica e stereotipata; elemento curioso, all’inizio al suo posto avrebbe dovuto esserci Penny, la bambina di Le Avventure di Bianca e Bernie, ma l’idea venne presto scartata e i due film resi indipendenti.

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La sceneggiatura compie un ottimo lavoro nel districarsi all’interno della trama dickensiana per costruire un racconto autonomo ricco di personaggi memorabili e che costituiscono il vero punto di forza di una trama altrimenti molto manieristica e derivativa del filone “avventure con animali”. Oliver & Company è caratterizzato da un gran numero di storyline molto ben intrecciate che finiscono per incontrarsi proprio grazie a Oliver, che gli autori riescono a tenere sempre al centro del racconto. I dialoghi sono frizzanti e brillanti, con degli scambi vivaci tra personaggi talmente ben delineati che interagiscono alla perfezione tra di loro facendo scontrare le rispettive personalità; deliziosi, ad esempio, sono i battibecchi tra la smorfiosa Georgette e Tito, il chiuaua impenitente latin lover che cerca di sedurla. Contemporaneamente, non può non saltare all’occhio la modernità dell’ambientazione, una metropoli rappresentata fin nei minimi dettagli e protagonista dell’ottima ouverture, un brano capace di rendere magico e affascinante un luogo ben noto a tutti come la città di New York; merito, senza dubbio, del suo autore Howard Ashman, qui alla sua prima collaborazione con la Disney per la quale firmerà anche le colonne sonore de La Sirenetta e La Bella e la Bestia prima della sua prematura scomparsa.

Moderni divi

Dopo quasi trent’anni, la tecnica xerografica stava iniziando a dare i suoi ultimi colpi di coda. La tecnica adottata su suggerimento di Ub Iwerks alla fine degli anni Cinquanta aveva saputo rivoluzionare lo stile dei fil Disney dando loro quel sapore moderno e contemporaneo che sotto l’egida di Walt non avevano mai avuto; dopo tanti anni, però, anche la xerografia iniziava ad apparire datata, e qui trova il suo ultimo impiego significativo prima di essere definitivamente messa da parte con la produzione de La Sirenetta. C’è comunque da dire che il suo stile grezzo e sporco si adatta perfettamente all’ambientazione metropolitana, e riesce egregiamente a rendere la città protagonista tanto quanto i personaggi: che ci si trovi nei bassifondi o nell’elegante quartiere borghese di Jenny, la città è sempre un elemento vivo e vitale con i suoi palazzi, i suoi vicoli cupi e gli ampi parchi bagnati dal sole.

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All’interno di questa cornice urbana ma, al tempo stesso, magica si muove un cast di personaggi in stato di grazia. Forti ormai dell’esperienza guadagnata, gli animatori danno vita a protagonisti carismatici e irresistibili, ognuno con una sua personalità ben distinta e caratterizzato da una recitazione che, oltre a passare da comica a drammatica, è prima di tutto realistica e accattivante. Le esagerazioni di Taron e la Pentola Magica sono ormai un lontano, per quanto sempre spiacevole, ricordo, e i disegnatori sono ormai in grado di offrirci delle recitazioni perfettamente credibili e coerenti con quanto accade intorno ai personaggi. Le nuove matite ancora fresche della squadra di animatori riescono finalmente a indovinare dei personaggi indimenticabili, in un’ottima prova generale di quanto andranno a realizzare negli anni successivi.

Ecco allora che Mark Henn si mette in mostra animando due personaggi diversissimi, ossia Oliver e Dodger, passando con disinvoltura dalla carineria innocente dell’uno al carisma dell’altro. La pratica di cedere due personaggi allo stesso animatore permette risultati spesso eccezionali nell’interazione tra i protagonisti, e questo caso non fa eccezione: già dalla loro prima interazione, tra Oliver e Dodger si instaura un bellissimo rapporto maestro / allievo in cui il gattino cerca di imitare il cane, il quale a sua volta cerca di prepararlo alle difficoltà della vita da strada. Lo stesso si può dire di Glenn Keane, che abbiamo già imparato ad apprezzare per le sue figure imponenti e che qui, coerentemente, dà vita al villain Sykes, un omone imponente e minaccioso, statuario e quasi diabolico nell’oscurità che lo avvolge a ogni sua apparizione. Paradossalmente, oltre a lui Keane si occuperà anche di due personaggi completamente diversi, vale a dire il simpatico Fagin e… la cagnetta Georgette. Quest’ultima, soprattutto, è protagonista di una memorabile introduzione cantata che, in pochissimi minuti, ne inquadra perfettamente il personaggio di smorfiosa viziata, un tipo a cui Georgette si adegua con esagerate pose da diva consumata in una sequenza di gag esilarante.

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Infine è da segnalare l’uso intensivo che finalmente viene fatta della computer grafica. Dopo gli esperimenti nei film precedenti, qui la CGI è utilizzata in modo sistematico soprattutto nella creazione di fondali cittadini e di ambienti tridimensionali permettendo una libertà registica prima di allora sconosciuta: si possono ricordare, ad esempio, l’inquadratura in cui Georgette scende dalla scalinata o il lungo movimento circolare che la macchina da presa svolge intorno a Jenny quando suona il pianoforte, impossibile in un ambiente 2D, una scelta registica che verrà ripresa e portata all’estremo da La Bella e la Bestia.

Dalla Grande Mela all’oceano profondo.

Oliver & Company uscì al cinema nel Novembre del 1988, e fu un discreto successo commerciale, se non proprio di critica. L’incasso soddisfacente dissipò completamente i dubbi, sorti dopo il flop di Taron e la Pentola Magica, sul futuro dell’animazione, e anzi, convinse l’amministrazione a promettere, da quel momento, un film animato all’anno; un ritmo folle ma che si riuscì a mantenere con pochissime eccezioni, e che dimostra la solidità della filiera produttiva disneyana. Il film venne accolto in modo misto dalla critica, che ne lodò il cast pittoresco ma criticò le scelte narrative, considerate ormai fin troppo codificate, al punto da considerarlo, con un disprezzo assolutamente immeritato, solo come “l’ennesimo film con cani e gatti parlanti”. La verità, però, era che si trattava di un prodotto che, nonostante i suoi pregi, rientrava in un filone che aveva fatto il suo tempo ed era finalmente pronto per essere accantonato; il che fu esattamente quello che accadde l’anno successivo.oliver-and-company-trama

L’uscita de La Sirenetta avrebbe riportato in auge il modello narrativo del kolossal animato tipico dell’Età dell’Oro, ma rivisto alla luce di una nuova e più moderna sensibilità; gli animali parlanti si sarebbero visti negare il ruolo da protagonisti che avevano ricoperto per tanti anni fino a diventare semplici spalle comiche, i numeri musicali si sarebbero moltiplicati di numero e qualità, e le trame si sarebbero fatte sempre più complesse e, talvolta, cupe e oscure. La formula del Rinascimento si sarebbe rivelata vincente, ma avrebbe avuto l’effetto collaterale di mettere in ombra quanto accaduto prima del suo avvento: Oliver & Company, sebbene risparmiato dal truce destino di Taron e la Pentola Magica, finì dimenticato come il precedente Basil l’Investigatopo, spesso purtroppo ignorato dal grande pubblico e messo in ombra dalle ingombranti produzioni successive, troppo grandiose per per permettere ai raggi del sole di continuare a raggiungere un film dalle proporzioni così modeste.

Marathon Day

7 pensieri riguardo “Marathon Day: Oliver & Company (1988)

      1. Bè lo stile è sempre un po’ lo stesso dei film precedenti, ci sarà un certo distacco dal successivo, La Sirenetta. Poi sicuramente ci saranno delle animazioni riciclate, ma mi sembra in modo molto meno invasivo di altri casi. Ti riferivi a questo?

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