Marathon Day: Le Avventure di Winnie the Pooh (1977)

L’origine di Winnie the Pooh risale a molto tempo prima dell’uscita al cinema del film che porta il suo nome, così come anche il suo successo, soprattutto in Inghilterra. Le prime storie dedicate all’orsetto di pezza risalgono infatti alla metà degli anni Venti, e vantano a loro volta una genesi decisamente cinematografica. Lo scrittore Alan Alexander Milne si trovava, in quegli anni, nella grande casa di campagna che aveva acquistato nel Sussex e dove abitava saltuariamente insieme alla moglie e al figlio, Christopher Robin. “Casa di campagna”, forse, non rende del tutto giustizia alle proporzioni della tenuta, che comprendeva, oltre al cottage con relativo giardino, uno spazio verde pressoché illimitato composto da prati, boschi e ruscelli, un panorama decisamente bucolico e idilliaco in cui vivere e far crescere un bambino ancora piccolo; un bambino con il quale, però, Milne aveva decisamente poca dimestichezza. I rapporti tra il padre e il figlio erano infatti molto impacciati, Alan non sapeva come entrare in contatto con Christopher Robin, il quale, da parte sua, era molto più legato alla governante che al padre. Lentamente, però, Alan scoprì Christopher giocare con i suoi pupazzi a forma di animali e ne rimase talmente affascinato da cominciare, piano piano, a prendere parte ai giochi del figlio e iniziare, alla fine, a inventare delle vere e proprie avventure incentrate su Chritopher Robin e i suoi amici di pezza.

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Milne decise quindi di scrivere un libro che raccogliesse tutto il materiale scaturito dalla immaginazione sua e del figlio, e quando propose Winnie the Pooh al suo editore questi lo pubblicò immediatamente. Fu un successo che travolse i Milne oltre ogni possibile e ragionevole previsione. I personaggi del Bosco dei 100 Acri divennero, come diremmo oggi, virali, e il suo piccolo protagonista umano una vera celebrità, richiestissimo dai fan al punto da costringerlo a veri e propri tour per incontrare i suoi ammiratori. A quel primo libro ne seguirono altri, finché l’ispirazione di Milne si esaurì e, con il pretesto dell’età di Christopher Robin, ormai troppo cresciuto per continuare a giocare con i pupazzi, decise di concludere le avventure di Winnie e dei suoi amici. I quali, però, continuarono a vivere nei cuori dei suoi fan, come Walt Disney, il quale chiese e ottenne dalla vedova di Milne i diritti per realizzarne un film d’animazione.

“Oh, rabbia!”

Walt era un grande fan di Winnie the Pooh, ma lo stesso non si poteva dire del resto della popolazione degli Stati Uniti, dove i personaggi di Milne erano conosciuti ma non così celebri come in Gran Bretagna. Disney immaginò quindi che un film dedicato all’orsetto di pezza avrebbe corso il rischio di essere ignorato dal pubblico, o non compreso da spettatori che non avrebbero saputo bene cosa aspettarsi. Decise quindi per un trattamento più soft della materia, e invece di produrre immediatamente un lungometraggio mise in lavorazione una serie di mediometraggi destinati a essere distribuiti tra il 1966 e il 1974 che potessero rendere i personaggi famigliari ai suoi connazionali: proprio questi brevi film, uniti insieme da alcune scene di raccordo e dotati di una conclusione, avrebbero formato Le Avventure di Winnie The Pooh, il classico del 1977 che si differenzia da tutti gli altri di questo periodo per essere a tutti gli effetti un film a episodi.

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Le Avventure di Winnie the Pooh è composto quindi da tre storie autonome e indipendenti legate dall’unica continuity data dalla presenza degli stessi personaggi ricorrenti. Ogni segmento si compone di due sequenze che adattano, più o meno fedelmente, le storie originali di Milne, inserendole in una nuova continuità ma mantenendone la natura episodica. Il primo mediometraggio, Winnie the Pooh and the Honey Tree si assume il compito di introdurre quello che può essere definito il cast principale delle storie di Milne: fanno subito la loro apparizione, infatti, Winnie, Christopher Robin, Tappo, Ih-Oh, Uffa e i due canguri Kanga e Ro. La storia ruota intorno all’eterna ricerca di miele da parte dell’orsetto Pooh: nella prima sequenza lo vediamo chiedere aiuto ai suoi amici fino a dare l’assalto a un alveare popolato di api, mentre nella seconda assistiamo alla disavventura di Tappo, che dopo aver subito un’invasione domestica da parte di Winnie, che ha divorato tutta la dispensa dell’amico, non riesce a liberarsene dal momento che l’orsetto è ingrassato al punto da non passare più per la porta di casa. Winnie the Pooh and the Honey Tree è un segmento delizioso, come anche gli altri, del resto, pieno di comicità e con l’inconfondibile ritmo narrativo che caratterizzava le opere supervisionate da Disney stesso. A spiccare immediatamente è la personalità di Winnie stesso, caratterizzato come un bambino e quindi dotato di tratti prettamente infantili, nel bene e nel male: è ingenuo e a tratti sciocco, ma è capace anche di essere incredibilmente egoista, come quando svuota la dispensa dell’amico senza pensare di star facendo qualcosa di sbagliato. Proprio Tappo servirà per ridimensionare questo suo atteggiamento così invadente, non prima, però, di aver dato vita a una serie di scene paradossali, dal momento che è costretto a vivere per diverso tempo con il didietro di Pooh che entra dalla sua finestra.

Il successo del primo mediometraggio permise a Walt Disney di mettere in cantiere il secondo, Winnie the Pooh and the Blustery Day; purtroppo non lo vedrà mai ultimato, ma il film presenta comunque i tratti della sua supervisione. Come il precedente, anche questo è diviso in due sequenze, ognuna funestata da un evento meteorologico: nella prima parte, una giornata molto ventosa farà volare Pimpi nella casa di Uffa e poi lascerà questo senza dimora, mentre nella seconda una notte molto piovosa provoca un’alluvione che obbliga tutti gli animali a sfollare a casa di Christopher Robin. Winnie the Pooh and the Blustery Day è un segmento molto denso, che riesce a puntare tutto sulla storia forte del fatto di non doversi più preoccupare di presentare i personaggi. L’adattamento è stavolta molto libero, dal momento che prende ispirazione da molteplici racconti di Milne rielaborandone gli eventi a piacimento, ma la storia ne guadagna in ritmo con un ottimo climax – che nel prodotto finale, purtroppo, sarà smorzato da un terzo episodio leggermente inferiore. All’interno del segmento spicca la scena di Heffalumps and Woozles, un brano accompagnato da un’animazione onirica e visionaria capace di offrire un nuovo sapore oltre alla consueta comicità nonsense a tratti infantile; la scena omaggia evidentemente Pink Elephants on Parade, e offre un buon assaggio di immaginario surreale senza però raggiungere l’angosciante livello di Dumbo.

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Dopo l’ottimo Winnie the Pooh and the Blustery Day, il progetto si conclude con il terzo mediometraggio, Winnie the Pooh and Tigger Too!, che uscirà però solo molto più tardi, nel 1974. Ancora una volta ci troviamo di fronte a due sequenze ispirate a due racconti di Milne, questa volta con Tigro protagonista assoluto: nella prima sequenza, Tappo convince Pooh e Pimpi a giocare uno scherzo crudele a Tigro per obbligarlo a smettere di saltare, mentre nella seconda proprio i salti metteranno Tigro nei guai quando rimane bloccato in cima a un albero, troppo terrorizzato per riuscire a scendere. Winnie the Pooh and Tigger Too! manca dell’impeccabile ritmo dell’episodio precedente, e una volta visti di seguito non può che sembrare una conclusione decisamente anticlimatica per il film, che ne smorza in parte l’energia invece di catalizzarla. Da notare invece come, per la prima volta, vengano messi in luce dei comportamenti e degli atteggiamenti particolarmente negativi nei protagonisti: l’egoismo di Pooh è sempre perdonabile, dal momento che si tratta di un bambino, fondamentalmente, ma Tappo, qui, propone un piano decisamente maligno contro Tigro, che Pooh e Pimpi accettano senza battere ciglio, dando voce a una malizia finora insospettabile che riesce, però, a rendere ancora più complessi e articolati i personaggi.

Conclude il film un epilogo realizzato ad hoc, un quarto segmento molto breve e dal sapore decisamente diverso rispetto a tutto quanto l’ha preceduto. Il finale è dedicato interamente a Pooh e a Christopher Robin, e alla loro tenera amicizia. I due amici passeggiano nel bosco, ma il bambino ha una cosa importante da dire all’orsetto: dal giorno successivo non potrà più giocare con lui tutti i giorni perché dovrà andare a scuola. Pooh non capisce del tutto il cambiamento che li sta aspettando, e risponde con innocenza che sarà sempre lì ad attendere il suo ritorno. Il film si conclude con questa nota dolcemente malinconica dedicata alla fine dell’infanzia e della sua magia, un momento di passaggio molto delicato che gli autori riescono a mettere in scena con grande sensibilità e intelligenza per parlarne anche a chi, proprio quel cambiamento, si sta preparando a viverlo.

Efelanti e Noddole

Ho sproloquiato tantissimo sul contenuto del film che adesso, riguardo alla forma, la tengo breve. Le Avventure di Winnie the Pooh condividono il medesimo stile di tutti i film xerografici: i disegni presentano i consueti segni a matita degli animatori, le tracce degli schemi di costruzione dei personaggi e gli scarabocchi rimasti in un prodotto finito che non ha subito alcun lavoro di ripulitura e inchiostratura. Invece di apparire sgradevole, però, questo stile si dimostra straordinariamente appropriato per questi personaggi, che dovrebbero essere animali di pezza animati, e dà loro una personalità altrimenti difficile da raggiungere per dei giocattoli. Allo stesso tempo il disegno così scarno e disadorno riprende alla perfezione l’estetica delle illustrazioni originali che Ernest Shepard realizzò per Milne in occasione della pubblicazione del libro. Le immagini del film si rifanno pesantemente al lavoro di Shepard, e appaiono come un ottimo omaggio al lavoro dell’artista, al punto da correggere qua e là l’impostazione classica dell’animazione disneyana.

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Le Avventure di Winnie the Pooh è un film che sfrutta al massimo il linguaggio metacinematografico, sia nella sceneggiatura che nelle immagini. Le storie hanno letteralmente luogo tra le pagine del libro di Milne, con le illustrazioni che si animano tra i paragrafi di testo letti dal narratore, un narratore con cui i personaggi interagiscono spesso. I bordi delle illustrazioni, però, non sono rigidi, e si vedranno più volte i personaggi saltare da una pagina all’altra o giocare con le lettere del testo, come quando Pooh, Pimpi e Tappo si perdono nel bosco e girano continuamente tra le illustrazioni senza riuscire a trovare la strada di casa. Il gioco metanarrativo raggiunge l’apice della finezza proprio alla fine dello stesso segmento, quando, per aiutare Tigro scendere finalmente dall’albero, i personaggi chiedono al narratore di piegare il libro facendo scivolare la tigre lungo il testo.

Fuori dal Bosco dei 100 Acri

Le Avventure di Winnie the Pooh uscì nel 1977 ed ebbe un successo straordinario, tale da rinfocolare l’interesse e l’amore del pubblico per il tenero orsetto di pezza e renderlo un fenomeno di costume anche laddove non era conosciuto, come nell’insospettabile Unione Sovietica. L’operazione di lenta educazione che Walt Disney aveva progettato per gli Stati Uniti ebbe successo, e la gente si innamorò perdutamente degli abitanti del Bosco dei 100 Acri. La conseguenza diretta fu la produzione di un furioso merchandising che va a ruba ancora oggi in tutto il mondo, spesso, però, trascurando l’origine storica e letteraria del personaggio; proprio da questo aspetto arrivarono le critiche più feroci al film, quando i critici letterari accusarono lo Studio di aver trattato l’opera di Milne con la consueta disinvoltura filologica stravolgendone in parte il testo. Sicuramente le libertà prese dagli autori sono state enormi, ma lo spirito dell’opera resta intatto così come la purezza dei sentimenti che mette in scena.

 

 

Il film ebbe talmente successo che ne furono immediatamente messi in produzione dei sequel, sebbene realizzato da altre etichette e dai reparti televisivi. Pooh divenne quindi protagonista di un lungo e fortunato franchise, solo in parte di qualità paragonabile a questo primo lungometraggio; bisognerà aspettare addirittura il 2011 perché lo Studio decida di dare un seguito ufficiale a Le Avventure di Winnie the Pooh con un film capace di reggere perfettamente il confronto con questo fortunato capostipite.

Se sei interessato e cerchi ancora qualcosa da leggere, alcuni anni fa ho scritto un paio di articoli dedicati all’argomento: puoi trovare QUI la recensione al film Vi Presento Christopher Robin, che racconta, molto romanzata, la nascita del personaggio di Winnie the Pooh, mentre QUI un approfondimento sulla vera storia che ispirò Milne a scrivere i suoi capolavori.

Marathon Day

6 pensieri riguardo “Marathon Day: Le Avventure di Winnie the Pooh (1977)

    1. Ahahah ma le critiche sono sempre arrivate per quasi tutti gli adattamenti da parte di esperti e letterati; anche Il Libro della Giungla fu accusato, a sua volta, di stravolgere il materiale originale, ma in tutti i casi non sono mai state critiche sufficienti a compromettere il successo del film. Anche perchè quasi sempre, nonostante le differenze con la fonte, si tratta di film di grandissimo valore narrativo e artistico, anche se il punto a cui arrivano è opposto a quello originario: pensa a La Sirenetta, la storia è quasi completamente diversa, ma resta comunque un bellissimo film.

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  1. Molto interessante!
    Non sapevo praticamente nulla di Winnie the Pooh.
    Nemmeno io ho visto nulla da bambina o letto i libri, ma ricordo che invece a mio fratello, più piccolo di me, piaceva.
    Penso in generale da noi sia stato meno popolare rispetto ad altri film/libri

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