Joker

Quello che mi lascia sempre senza parole è l’incredibile versatilità che il personaggio di Joker dimostra ogni volta di avere. Esistono decine di versioni del Joker, in ogni medium disponibile, e ognuno funziona alla perfezione per raccontare qualcosa di diverso e sempre fondamentale su di noi. Il Joker di Todd Pillips non fa differenza, mettendo in scena un personaggio alle prese con quello che potrebbe essere considerato il cancro del nostro secolo: l’alienazione e la solitudine in un contesto di grave degrado sociale. Premiato a Venezia con il Leone d’Oro al Miglior Film, acclamato dal pubblico e lodato anche dalla critica, per una volta concorde con il giudizio popolare, Joker è un superbo studio del personaggio di uno dei più iconici villain di sempre, quel pagliaccio nato ottant’anni fa per essere un cattivo usa-e-getta e diventato, con il tempo, non solo il principale antagonista di Batman, ma anche e soprattutto un perfetto specchio in cui osservare noi stessi e scoprire, di volta in volta, quale lato di noi ci spaventi di più in un dato momento storico. Ma, come sempre, andiamo con ordine.

Arthur Fleck è un uomo ai margini della società. Vive con la madre anziana e mentalmente instabile, ha un lavoro degradante che non lo soddisfa e ha pochissimi contatti con le altre persone, se escludiamo la psichiatra con cui si incontra un volta alla settimana. L’unico sogno che lo tiene in vita è quello di debuttare come stand-up comedian, lavoro per il quale si prepara da anni e per cui aspetta solo l’occasione giusta. Purtroppo ad Arthur è destinata una bruttissima mano di carte dalla sorte, e per lui comincia solo un lungo e inesorabile percorso di discesa nella follia, un percorso nel quale viene spinto sempre più energicamente dal cinismo della ricca borghesia di Gotham; e mentre i disordini sociali in città sfuggono di mano aprendo una sorta di guerra civile, un clown sorge dalle fiamme per guidare il caos innescato dai suoi crimini.

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Joker, accennavo prima, è un personaggio che si presta alla perfezione a essere reimmaginato e reinterpretato, sia per la sua follia, capace di adattarsi a infinite caratterizzazioni diverse, sia per la mancanza di una origin story ufficiale, al contrario di tutti gli altri grandi personaggi dei fumetti. Nonostante molti autori abbiano raccontato le origini del clown principe del crimine, nessuna di queste storie è ritenuta “ufficiale, lasciando il passato del personaggio nel mistero e permettendo a ognuno di immaginare la nascita del villain più pericoloso e folle di Batman. È in questa zona d’ombra che si infila Todd Phillips, come altri prima di lui, scrivendo la propria visione personale del personaggio e delle sue origini, in un racconto fortemente legato al presente e al male di vivere che troppo spesso colpisce elementi della società lasciati a sé stessi, ignorati, trascurati e derisi da chi, al contrario, dovrebbe prendersi cura di loro.

Dietro alla maschera di Joker, quindi, si trova un violento j’accuse sociale che non salva nessuno, dipingendo un affresco cupo e spietato ma tristemente verosimile. Perché non esiste un unico elemento scatenante della pazzia di Arthur: il Joker di Phillips non nasce a causa di un trauma, di “una brutta giornata” come il clown di Alan Moore, ma è la conseguenza di anni e anni di alienazione, solitudine e angherie, anni di testa china e sorrisi forzati, anni di sopportazione silenziosa negli angoli bui della città, finché, semplicemente, la corda si spezza. L’elemento scatenante, che pure nel film esiste, appare quindi del tutto pretestuoso, una miccia, se vogliamo, destinata a far deflagrare una polveriera lentamente costruita in anni e anni di silenziosa esistenza anonima e inosservata, quando va bene, bersaglio di ingiustificate violenze quando va male. Phillips sceglie di rendere Joker il depositato di una società avvilente e abbrutita, una società violenta che, nel suo avanzamento, è paradossalmente regredita in uno stato brutale in cui solo il più forte sopravvive, lasciando i più deboli, i più poveri, gli ultimi, insomma, a morire nell’anonimato di una vita solo desiderata e mai vissuta appieno. Finché, fatalmente, questo ordine non viene sovvertito.

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Costante del personaggio di Joker è la sua caratterizzazione di agente del caos, di spirito anarchico e nichilista capace, con la sua sola presenza, di distruggere qualsiasi ordine sociale. Il Joker di Phillips non fa differenza, arrivando al punto di innescare una vera e propria rivolta sociale nel nome del suo pittoresco trucco da clown, che diventa simbolo di una rivalsa troppo a lungo attesa e, per questo, destinata a scoppiare con la violenza di una bomba. Gotham rappresenta, nel suo microcosmo distopico, ogni città del mondo in cui le risorse siano divise in modo diseguale tra la popolazione, in cui le élite si rinchiudono nelle loro torri d’avorio ignorando il malessere della popolazione, in cui le tensioni sociali, mai disinnescate dall’inefficienza della polizia e dal cinismo dei politicanti, crescono esponenzialmente in un ambiente di degrado che è soprattutto umano. Gotham è il mondo del Ventunesimo secolo, tenuto insieme da strutture sempre più fragili di fronte a crisi economiche, sociali e politiche sempre più violente che acuiscono sempre di più le differenze tra la popolazione ed evidenziano le contraddizioni e i paradossi in cui viviamo immersi. In un panorama simile, è solo questione di tempo prima che qualcuno decida che semplicemente ne ha avuto abbastanza ed è il momento di prendere in mano la situazione. Arthur si scontra fin da subito contro le élite di Gotham, fin dal suo primo omicidio in metropolitana in cui uccide a sangue freddo tre yuppies che, dopo aver molestato una giovane donna, si accaniscono su di lui senza alcun motivo; questa è la scintilla che Gotham aspettava per dare voce al malcontento e armare le mani dei tanti che, dimenticati, cercano di sopravvivere in un ambiente sempre più ostile, sfociando in una guerriglia urbana fin troppo simile a quelle che spesso vediamo al telegiornale. La domanda più inquietante, quindi, è: quanto siamo vicini, noi, a scoppiare? E a che punto siamo, noi, del nostro personale percorso che potrebbe portarci a indossare una maschera da clown e iniziare a uccidere la gente?

Domande inquietanti e fortemente radicate nell’attualità, un’attualità che Todd Phillips è costretto a semplificare notevolmente per poterla meglio affrontare. È evidente che il mondo messo in scena da Phillips sia notevolmente semplificato in una divisione manichea che rappresenta anche il principale, e più macroscopico, difetto del film: in Joker, tutti i ricchi sono cattivi e cinici e tutti i poveri sono rivoluzionari in attesa di una guida. Non ci sono grigi, non ci sono mezze misure: tutta l’élite sociale è pronta a prendere a calci, letteralmente e figuratamente, i più poveri, i quali, da parte loro, sono tutti immediatamente pronti a indossare una maschera da clown e scendere in strada a distruggere tutto, a far bruciare il mondo ed eleggere Joker come guida spirituale e materiale nella loro violenta rivoluzione civile, portando il nostro protagonista a un delirio di megalomania che conclude la sua dolorosa evoluzione. Eppure potrebbe non essere del tutto così: la divisione del mondo all’interno del racconto è effettivamente fin troppo semplicistica per poter essere reale, ed ecco che si affaccia l’ipotesi di trovarsi di fronte a un narratore non affidabile. Nella scena finale, ambientata all’interno di Arkham, si suppone, Joker ha appena finito di raccontare qualcosa a una perplessa psicologa: e se tutto il film fosse il delirante racconto del clown, che rivive la sua storia attraverso la lente deformante della sua mente malata? Allora si spiegherebbe anche l’inedito ritratto di Thomas Wayne, ben lontano dall’onesto filantropo che conosciamo e più simile a un rampante industriale in ascesa intenzionato a non permettere a nessuno di mettersi sulla sua strada.

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Todd Phillips dirige un film d’autore mascherato da cinecomic, un film in cui solo accidentalmente il protagonista si disegna un trucco da clown e assume il titolo di Joker. La regia è decisa e raffinata al tempo stesso, disegnando complesse geometrie all’interno del racconto, come nel sorriso forzato di Arthur che apre il film, un sorriso a cui risponderà, molto più avanti, un sorriso genuino, per quanto folle, una volta che la metamorfosi sarà completa. Allo stesso modo, Phillips riesce ad alternare scene di improvvisa e brutale violenza ad altre di grande lirismo, come la danza imprevedibile e disperata alla quale Arthur si abbandona una volta compiuto il suo primo omicidio. Phillips si dimostra un autore di grande talento, cosa su cui non avrei mai scommesso vedendo il suo curriculum. La fotografia è opprimente, come ci si aspetterebbe, e la colonna sonora ossessiva come i pensieri del protagonista.

Ma su tutti è Joaquin Phoenix a uscire vincitore dall’impresa. Phoenix si trasforma completamente, fisicamente e psicologicamente, per interpretare un ruolo certamente ingombrante ma di grande fascino e carisma; nelle sue mani, Joker diventa uno psicopatico che genera simpatia e orrore allo stesso tempo, nella cui maschera ognuno di noi è in grado di scorgere parte del suo volto. Lo studio del personaggio messo in scena da Phoenix è perfetto, l’attore comunica più con le espressioni e i gesti che con le parole, sia nei momenti di maggiore tensione, come quando Sophie lo sorprende in casa sua, sia in quelli più rilassati, come nella leggiadra danza del clown mentre scende le scale diretto allo studio televisivo in cui si compirà la sua trasformazione. In modo simile a un capro espiatorio, Phoenix si fa carico di tutte le nostre frustrazioni, insoddisfazioni e repressioni, e le mette in scena dando voce a un Es collettivo che il Super-Io sociale non è più in grado di tenere a freno.

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Non credo che abbiamo finito di sentir parlare di Joker. Sicuramente non è un film perfetto, ma è senza dubbio il film perfetto per parlare a noi di noi stessi in questo particolare momento storico. Allo stesso modo non credo finiremo mai di parlare di Joker: è una maschera troppo perfetta da indossare per rivelare, più che nascondere, tutto quello che di più oscuro, ma al tempo stesso liberatorio e catartico, si nasconde dentro le nostre anime. Ed è questo che fa Joker di Phillips e Phoenix, racconta noi stessi e ci mette in scena mostrandoci il traguardo della china su cui siamo sempre così pericolosamente sporti. Perché se non tutti possono essere Batman (e nessuno vuole essere Robin), la cosa certa è che, almeno in parte, siamo tutti Joker.

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11 pensieri riguardo “Joker

  1. Un film che è riuscito a impressionarmi. Non è un capolavoro, riprende certi stile e modi di dirigere degli anni ’70 (urla Taxi Driver da tutte le parti) ma comunque riesce a sfruttare bene questo tipo di regia e mette in scena la storia di un uomo che alla fine si trasformerà in un prodotto malato di una società malata. Un film davvero interessante.

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    1. Sì, le sue fonti di ispirazione sono molto chiare ed esibite, potrebbero essere quasi considerate un omaggio. A me ha impressionato molto, onestamente non mi sarei aspettato un film del genere; non so se sarà il migliore dell’anno, ma sicuramente lo piazzo abbastanza in alto. E sono anche sicuro che ritroveremo anche Joaquin Phoenix ai prossimi Oscar.

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  2. Una recensione esaustiva sul film del momento, complimenti!
    Ho avuto modo di vederlo in originale e devo ammettere che Phoenix è da premio Oscar, così come la musica straziante che si trasforma man mano che andiamo avanti nella trama.
    Decisamente questo film vincerà qualche premio, il Leone d’Oro è stato solo l’inizio.

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  3. Complimenti Daniele, una analisi superlativa e che tiene conto di tutti gli aspetti, anche quel dubbio su tutto il racconto ingenerato dall’epilogo, dubbio che sta infiammando certi dibattiti…
    Un’analisi anche molto profonda, quando sposti l’attenzione sulle somiglianze tra gotham e la nostra situazione…

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    1. Grazie! Ogni volta che mi metto a parlare di un film importante o che sento lascerà il segno mi sale sempre una certa ansia, per cui mi fa piacete che questo articolo ti sia piaciuto.
      In realtà subito dopo averlo pubblicato mi sono state fatte notare tante altre cose che mi erano sfuggite, come il fatto che anche la sua relazione con la ragazza fosse inventata, cosa che si capirebbe nella scena in cui lei lo trova in casa sua: io non ci avevo pensato! Ci si potrebbe chiedere a questo punto perché, nel suo delirio, abbia scelto di negarsi una gioia.
      Mi hanno anche fatto notare che la sequenza della morte dei Wayne è l’unica in cui lui non è presente, per cui anche quella potrebbe essere l’unica cosa reale in un film tutto immaginato. Per cui potrebbe essere che nel racconto ci siano scene “reali” e altre immaginate.
      Mi sa che Phillip ci ha giocato un sacco in questa cosa, ha trovato il modo di continuare a far parlare del film, un po’ come per la trottola di Inception!

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