MerMay #19: The Little Mermaid

Nonostante il titolo possa trarre in inganno, non ci troviamo di fronte a un adattamento della fiaba di Andersen: The Little Mermaid si chiama così semplicemente perché… c’è una giovane sirena protagonista della vicenda. È stata una scelta sicuramente furba e ruffiana quella di camuffare il proprio film da qualcos’altro dandogli un titolo così riconoscibile e famoso, quasi un inganno nei confronti di un pubblico che probabilmente si pensava sarebbe stato abbastanza cieco da entrare in sala cercando la storia già nota della sirenetta innamorata di un essere umano, rimanendo poi a guardare qualcosa di completamente diverso. Questa discutibile strategia di marketing non solo è quantomeno esecrabile, ma non ha nemmeno dato i frutti sperati dal momento che il film è stato un terribile flop nel momento della sua uscita e anche adesso non so quanti esattamente sappiano della sua esistenza; il che non mi sorprende, in realtà, visto che si tratta di un piccolo film senza infamia e senza lode

La storia è raccontata in una cornice da un’anziana nonna (Shirley MacLaine) alle sue nipotine; intuisci l’identità della donna entro i primi dieci minuti del film.  Cam (William Moseley) è un giovane reporter che cresce la nipotina Elle (Loreto Peralta), gravemente malata; un giorno gli giunge la notizia di un elisir miracoloso filtrato dall’acqua in cui ha nuotato una vera sirena, in grado di curare qualsiasi malattia. Profondamente scettico, Cam si mette in viaggio insieme a Elle per indagare sulla faccenda e si addentra nel misterioso mondo dei giostrai e dei circhi, dove la realtà e la magia sfumano l’uno nell’altro; lì fa la conoscenza di Elizabeth (Poppy Drayton), che, nonostante lo nasconda con poca convinzione, si scopre essere una vera sirena. 

The Little Mermaid è purtroppo quel genere di film che guardi e poi ti dimentichi: io stesso, se non avessi avuto costantemente davanti agli occhi la lista con i titoli di cui parlare, me lo sarei lasciato sfuggire dalla mente. La verità è che non ha nulla per cui riesca a rendersi memorabile, racconta una storia talmente convenzionale che sai benissimo come si svilupperà e concluderà mentre la guardi muovere i suoi primi passi, e gli effetti speciali sono talmente dozzinali da far sorridere; si salvano le atmosfere, soprattutto quelle all’interno del circo che, se strizzi un po’ gli occhi e ti senti molto generoso, potrebbero ricordare di sfuggita qualcosa alla Ray Bradbury, ma è davvero troppo poco per poter considerare riuscito questo film. Un film che comunque, precisiamo, è gradevole, si lascia guardare senza impegno e ti chiede molto poco in termini di attenzione e investimento; il guaio è che, coerentemente, molto poco ti restituisce. 

Nato come da una costola de La Sirenetta, fiaba che viene rievocata nel prologo animato in cui la trama è piegata alle esigenze del copione con un mago a sostituire la strega del mare e l’anima a prendere il posto della voce come pegno lasciato in cambio delle gambe, The Little Mermaid racconta la storia di una ricerca di libertà da parte della sirena e dei freaks sfruttati dal malvagio mago Locke, ma soprattutto è la storia di una magia ritrovata. Il cinico Cam, infatti, non crede nella magia e nelle creature fantastiche, e cerca di disilludere anche la nipotina Elle al riguardo, sebbene con non troppa convinzione. Presentato come un uomo concreto e privo di particolare fantasia, Cam scopre di ben presto di aver intrapreso un viaggio non solo attraverso gli Stati Uniti per salvare la nipote, ma anche attraverso sé stesso per salvare la sua immaginazione, la sua fantasia e la sua capacità di guardare oltre la concretezza del mondo per scorgerne le meraviglie e il fantastico nascosto appena sotto la superficie. La vera malattia da guarire, sembra dirci il film, non è quella di Elle, ma quella dello zio che, ormai cresciuto, non è più in grado di fantasticare e provare meraviglia. 

Ed è qui che arriva la nostra sirena, Elizabeth, con la sua natura magica e fatata a scombinare le ordinate carte di un mondo che Cam credeva di aver finalmente decodificato completamente. Elizabeth raccoglie tutte le caratteristiche tipiche del personaggio della sirena, dall’amore per un mortale che la porta sulla terra al problema di trovare un’anima (in questo caso la sua), dal potere di guadagnare le gambe quando si trova fuori dall’acqua al lavorare come fenomeno da baraccone per il cinico mago che la tiene prigioniera. C’è davvero molto poco di originale in Elizabeth che le permetta di spiccare al di sopra del canone in cui rientra, limitandosi a rappresentare un’aggiunta che lo rielabora senza rivoluzionarlo davvero; è tuttavia uno spunto interessante quello dell’anima perduta e utilizzata dal mago come arma di ricatto, così come l’idea che l’amore per Cam non possa essere soddisfatto e i due siano costretti a separarsi, ma nessuna delle due è veramente esplorata fino in fondo. Funzionano come esigenze di trama, in un certo senso, ma non ci si ferma mai davvero a riflettere su cosa abbia comportato per Elizabeth perdere la sua anima o cosa significhi per Cam scoprire che il mondo è tanto più vasto e largo di quanto credesse prima di iniziare il suo viaggio; ma in un certo senso non ci si ferma a riflettere su nulla

Questa mancanza di riflessione all’interno della sceneggiatura non riguarda soltanto l’approfondimento dei personaggi, che rimangono sempre deliziosamente bidimensionali per tutto il tempo, ma anche lo svolgimento della storia: sembra che nessuno, nello scrivere il copione o nel metterlo in scena, si sia fermato a considerare il fatto che quanto viene raccontato non abbia senso. A un certo punto del film Cam diventa il salvatore, il personaggio esterno che si imbatte in una situazione di violenza e si adopera per liberare le vittime inermi del carnefice; solo che queste vittime non solo non sono inermi, ma hanno sempre avuto tutti gli strumenti per liberarsi da soli! L’anima della sirena, ad esempio, non è poi così ben nascosta, e se Cam scopre come recuperarla in mezza giornata è improbabile che i freaks del circo, tra cui un’autentica strega, non lo abbiano mai trovato; quando poi Cam prende l’anima i freaks usano i loro poteri per fuggire, rendendo il ragazzo del tutto inutile dal momento che non ha nulla di concreto da offrire alla battaglia, in termini di forza fisica, potere magico o strategia: arriva tutto dagli ex-giostrai! La domanda spontanea, allora, è perché non abbiano mai fatto prima nulla di tutto questo, subendo per anni le angherie del mago senza mai usare i loro enormi poteri contro di lui; è una storia che, in definitiva, non sta in piedi e crolla nel momento in cui viene sottoposta a un minimo di analisi logica. 

The Little Mermaid è quindi un filmetto senza infamia e senza lode, superficiale e farcito fino all’inverosimile di effettacci con un delirio di color correction da far sanguinare gli occhi. È un tipico film che mi aspetterei di trovare una domenica pomeriggio su Italia1 rivolto a un pubblico di bambini, gli unici, secondo me, che potrebbero effettivamente apprezzare questa avventura così fiacca e prevedibile; il che non è necessariamente un male, se lo consideriamo generosamente come un film rivolto a un pubblico infantile si possono perdonare tutte le sue lacune, come l’assenza del razzismo verso le persone di colore, perfettamente accolte e socialmente integrate in un paesino del profondo Sud degli Stati Uniti negli anni Quaranta, ma è evidente che a uno sguardo più attento e consapevole si dimostra una bella confezione coloratissima per una storia zoppicante raccontata in modo approssimativo. C’è molto meglio in giro, per cui il mio consiglio è di non perderci troppo tempo; fatti bastare quello che gli ho dedicato io e passa oltre. 

MerMay

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