Marathon Day: Tarzan (1999)

Nel 1999 l’aria era elettrica. Io avevo dieci anni, e pur essendo ancora un bambino percepivo il senso di attesa e di eccitazione che tanti, intorno a me, provavano. Il Terzo Millennio era alle porte e avanzava a grandi passi portando con sé Il Futuro, quel 2000 di cui fino a quel momento si era parlato solo nella fantascienza e che ora, quasi inaspettatamente, era giunto. Saremmo stati pronti? Il nuovo millennio sarebbe stato all’altezza delle aspettative che decenni di storie avevano nutrito nella nostra immaginazione? Col senno di poi, gli anni 2000 sono stati molti diversi da qualsiasi cosa chiunque potesse aspettarsi, e invece di segnare l’inizio di un’utopia hanno dato il via a un’epoca più cupa, in cui abbiamo iniziato a sentirci progressivamente sempre più soli, sempre più divisi, sempre meno al sicuro. Ma ovviamente, la fantascienza aveva già predetto anche questo.

L’idea di tutti quegli zeri nella stessa data offriva l’illusione di un fresh start, di un nuovo inizio e un radicale cambiamento per tutti, e la Walt Disney non fece eccezione. Esattamente dopo dieci anni dal suo debutto, infatti, lo Studio decise che era ora di abbandonare la fortunata formula del musical fiabesco che aveva caratterizzato l’intera produzione degli anni Novanta stabilendo un nuovo standard per l’animazione, imitato da molti con altalenante fortuna e al quale la Disney stessa tornerà nuovamente in futuro. Il Rinascimento Disney aveva raccolto i resti di uno Studio agonizzante e gli aveva infuso nuova vita grazie alle sue storie dal sapore universale capaci di parlare a spettatori di tutte le età, raccontate con un innovativo stile in cui la musica si assumeva la responsabilità di sviluppare gli snodi narrativi più importanti. I risultati, però, progressivamente sempre meno entusiasmanti, dal punto di vista della dirigenza, per lo meno, fecero ritenere che la formula avesse esaurito il suo tempo, e che fosse il momento di tentare strade nuove. Con Tarzan, il 37esimo Classico Disney, si chiude quindi questo glorioso capitolo della storia dello Studio, che molto presto avrebbe radicalmente cambiato pelle per diventare qualcosa di molto diverso.

Figlio di un uomo.

Lo sviluppo di un film su Tarzan, il popolare personaggio creato nel 1912 da Edgar Rice Borroughs per il suo ciclo di romanzi d’avventura, cominciò a vedere la luce nel 1994, quando Jeffrey Katzenberg propose a Kevin Lima, regista del fortunato In Viaggio con Pippo, di dirigere la pellicola. Nelle idee di Katzenberg il film avrebbe dovuto essere il primo realizzato dai reparti televisivi della Disney di stanza in Canada, responsabili fino a quel momento dei cheapquels (i terribili seguiti dei film Disney, spesso di discutibile qualità narrativa e artistica) e delle serie televisive che stavano creando dei veri e propri franchise intorno ai Classici. Ben consapevole delle (sempre discutibili) capacità del personale di quegli studi, Lima fu restio ad accettare il lavoro, fino a quando Katzneberg non rassegnò le dimissioni dopo dieci anni a capo dello Studio e fu sostituito da Michael Eisner; Eisner ascoltò le perplessità del regista, e quando accettò di far realizzare Tarzan dalla Walt Disney Feature Animation Lima accettò di dirigerlo prendendo con sé il suo amico Chris Buck, qui al suo debutto alla regia e futuro artefice del successo di Frozen.

Una rapida ricerca rese gli autori e i dirigenti consapevoli del fatto che il loro sarebbe stato il primo film animato mai realizzato su Tarzan, comunque già protagonista di una ricca produzione cinematografica. Leggendo il libro di Borroughs, Lima vide subito l’enorme potenziale che l’animazione offriva loro per rappresentare il legame di Tarzan con la natura selvaggia dell’Africa e con gli animali che lo affiancano, prima di tutti i gorilla dai quali viene allevato. Come di consueto, gli autori del film si presero notevoli libertà con il materiale originale, cambiando drasticamente la trama e alterando notevolmente la personalità dei vari personaggi; un esempio su tutti può essere Kerchack, che nel libro è descritto come un tiranno dal temperamento violento e imprevedibile mentre nel film prende a cuore la sicurezza del suo branco e nutre verso Tarzan un risentimento passivo, quasi apatico. I cambiamenti alla trama resero ben presto necessario riscrivere il terzo atto del film, ormai non più coerente con il tema principale della storia, ossia cosa definisce una famiglia; per questo motivo, nelle stesure definitive della sceneggiatura, Tarzan non lascia più la giungla per seguire Jane in Inghilterra come accade nel libro, ma resta a difendere la sua famiglia contro i bracconieri di Clayton, che si vide ridefinire in un ruolo da villain.

Tarzan è stato fin dall’inizio, per Lima, un film sull’incontro di mondi diversi e sul difficile tema di cosa costituisca una famiglia, se il sangue o la vita che si è condivisa nel corso del tempo. L’immagine che i regista visualizzò nelle prime fasi della scrittura del film fu quella di due mani che si toccano, un’immagine che diventa ricorrente nel corso del film e intorno alla quale fu costruita la sceneggiatura diventando una metafora del senso di appartenenza di Tarzan e, al tempo stesso, della sua diversità rispetto alla famiglia di scimmie in cui è cresciuto; lo stesso incontro con Jane culmina con questa immagine, le loro mani appoggiate l’una contro l’altra a significare la reciproca appartenenza allo stesso mondo. Se la prima mezz’ora infatti racconta di come Tarzan cerchi l’approvazione di Kerchack e della sua famiglia di gorilla, con l’arrivo di Jane la situazione si complica dal momento che è costretto a scegliere a quale dei due mondi essere fedele: da un lato ci sono i gorilla, la sua famiglia d’adozione nella quale è cresciuto, dall’altra il mondo degli umani al quale Tarzan sente fin da subito di appartenere e che viene vista dai gorilla come fonte di pericolo. Tarzan è diviso e combattuto tra le due diverse famiglie in cui si trova, quella affettiva e quella del sangue, che scopre non coincidere nella drammatica scena in cui Kala gli mostra la casa dei suoi genitori in cui lo ha trovato da neonato. Il richiamo del sangue, però, non si dimostra sufficientemente forte per Tarzan, e nel momento in cui i gorilla sono in pericolo decide di salvare la sua famiglia e restare con coloro che lo hanno cresciuto e amato per tutta la sua vita; tra le sue due famiglie, Tarzan sceglie la madre che lo ha allevato e protetto invece di quella che non ha mai potuto conoscere ma gli ha dato la vita.

Tarzan è quindi un curioso mix di registri narrativi diversi, presentandosi come un potente dramma famigliare, inaugurato da una delle scene più cruente mai realizzate dalla Disney, un infanticidio davanti agli occhi impotenti dei genitori, un racconto di avventura ricchissimo d’azione, su cui spicca il lungo combattimento di Tarzan e il leopardo Sabor, e, ovviamente, una commedia. Tutto questo è reso possibile da una serie di personaggi secondari perfettamente a fuoco e ben calati nei rispettivi ruoli, da Terk e Tantor, irresistibile contrappunto comico capace di smorzare la tensione delle scene più tese, a Kala e Kerchack, la coppia di personaggi più drammatica del film. Genitori reduci dalla morte del figlio, ognuno dei due reagisce in maniera diversa al lutto entrando spesso in conflitto tra di loro: se Kala, infatti, sceglie di riversare il suo affetto materno su Tarzan, Kerchack non accetta quello che considera un sostituto del figlio che amava e si rassegna a una vita di dolore e rimpianto.

Sport estremi nella giungla.

Con Tarzan, l’animazione Disney segna un decisivo passo avanti nell’uso della computer grafica. Se tutti i film del Rinascimento hanno marciato a passo deciso verso un sempre più massiccio utilizzo della CGI, prima nella colorazione e poi nella creazione di ambienti tridimensionali e personaggi di sfondo, in questo momento viene inaugurato un nuovo software per l’animazione in 3D, il deep canvas, capace di realizzare scenari tridimensionali con l’aspetto dei fondali dipinti a mano: il programma, infatti, tiene traccia delle pennellate applicate nello spazio tridimensionale e le gestisce in automatico, permettendo alla regia acrobazie mai viste prima, come nella scena in cui il protagonista “surfa” sui rami degli alberi o fugge dagli scimpanzé. Dopo Tarzan, questa tecnica fu utilizzata in maniera sempre più intensiva fino a realizzare il 75% dei fondali per Il Pianeta del Tesoro; si possono quindi rintracciare in questo momento le radici di quella che diventerà la tecnica d’animazione digitale dello Studio negli anni Duemila.

Nonostante l’avanzamento tecnologico, il lavoro di animazione sui personaggi era ancora del tutto analogico e gran parte del fascino del film si deve proprio allo straordinario lavoro svolto dagli animatori. Glen Keane si mette al lavoro sul protagonista, e svolge con il personaggio uno dei suoi lavori più maturi e complessi dopo la Bestia: Tarzan è infatti un mix perfettamente riuscito di umanità e bestialità, dallo sguardo intenso ma le movenze ferine. Inizialmente ingannato dall’apparente semplicità del personaggio, che per quasi tutto il film indossa solo una specie di perizoma, Keane dovette invece scontrarsi col problema di dare vita a un uomo anatomicamente verosimile e in grado di muoversi come un animale. L’artista si trovò così a studiare in modo sempre più approfondito il comportamento degli animali, per includere le loro movenze tra quelle di Tarzan, e l’anatomia umana; questo fece sì che Tarzan diventasse il primo personaggio a mostrare accuratamente dei muscoli umani funzionanti, sebbene in pose e movimenti impossibili per una persona al di fuori dell’animazione. Infine, sempre a Keane si deve l’idea di far muovere il personaggio come un surfista sugli alberi, ispirato dalla passione del figlio per gli sport estremi. I registi furono molto dubbiosi quando Keane espresse loro la sua idea, ma quando l’artista mostrò l’oro una bozza di animazione ne rimasero talmente colpiti da includere la scena alla fine della canzone Son of Man. Le acrobazie di Tarzan sono ispirate a quelle dello skateboarder Tony Hawk, e danno al personaggio una dinamicità e una personalità altrimenti difficile da raggiungere, oltre a dare vita ad alcune delle immagini più memorabili del film, in cui il protagonista volteggia tra i rami e le liane appendendosi perfino con in piedi per dondolare.

Al lavoro su Jane troviamo invece Ken Duncan, che ci aveva già regalato il personaggio della carismatica Megara. Jane è, a modo suo, un prototipo, quello dell’eroina goffa e simpatica che tanto successo avrà in epoca più recente fino a diventare quasi uno standard nei nostri anni Dieci. Jane è impacciata ed evidentemente fuori posto nella foresta, ma dimostra di essere anche un personaggio molto intelligente e dai talenti insospettabili, come il disegno; la sua personalità frizzante e la grazia che nonostante tutto dimostra, per non parlare dell’innegabile chimica che gli autori hanno saputo costruire tra lei e Tarzan, l’hanno resa ben presto uno dei personaggi più amati del panorama Disney.

Per quanto riguarda la colonna sonora, infine, troviamo al lavoro sul film un altro mostro sacro, dopo che Jerry Goldsmith aveva musicato Mulan: Phil Collins. La formula del musical in stile Broadway è la prima ad essere abbandonata, in questo tramonto del Rinascimento, motivo per cui Tarzan presenta un numero tutto sommato ridotto di canzoni di cui solo una parzialmente diegetica, lasciando che tutti i brani siano cantati fuori campo dallo stesso Phil Collins. Nonostante questo, le canzoni mantengono, come era nello stile del Rinascimento, la loro importante funzione narrativa, dal momento che contengono la maggior parte degli snodi principali della storia: Two Worlds racconta la distruzione delle due famiglie, quella umana e quella dei gorilla, e la ricomposizione dell’equilibrio nel momento in cui Kala salva Tarzan da Sabor, You’ll Be in My Heart è la dolce ninna nanna che la mamma gorilla canta per cullare il suo neonato, Son of Man mostra, in un monaggio velocissimo, la crescita di Tarzan da bambino ad adulto mentre Strangers Like Me racconta l’incontro tra il mondo del protagonista e quello umano portato da Jane. Si tratta senza dubbio di una colonna sonora estremamente valida, sebbene la scelta di Collins di cantare nelle diverse lingue abbia sollevato alcune perplessità per effetti talvolta involontariamente comici.

La fine di un’era.

Nel momento della sua uscita, Tarzan fu accolto da una risposta decisamente calorosa sia dal pubblico che dalla critica. L’incasso al botteghino fu molto soddisfacente, con un risultato superiore a quello di tutti i film del Basso Rinascimento portando Tarzan al secondo posto del podio dietro a Il Re Leone, destinato a rimanere il dominatore indiscusso del box-office disneyano ancora per diverso tempo. La critica, allo stesso modo, fu quasi unanime nel lodarne il valore, soprattutto artistico, paragonando i risultati nell’uso della computer grafica a quelli del contemporaneo Matrix. Sia la resa artistica che la costruzione della trama furono considerati impressionanti, fino a definire Tarzan il miglior adattamento mai fatto dell’opera di Borroughs; perfino gli eredi dello scrittore si dichiararono soddisfatti, affermando che, nonostante i cambiamenti nella vicenda, lo spirito dell’opera era rimasto intatto.

Gli ingranaggi del cambiamento, però, si erano già messi in moto, e complice l’arrivo di Michae Eisner come amministratore delegato dell’azienda al posto di Katzenberg la Disney si preparava a cambiare pelle un’altra volta. Tutto ciò che aveva contraddistinto la formula del Rinascimento venne quindi abbandonato in favore di uno sperimentalismo sfrenato che avrebbe consentito allo Studio di esplorare storie e registri narrativi mai tentati prima, ma che, allo stesso tempo, avrebbe spiazzato gravemente il pubblico con storie talmente diverse da qualsiasi cosa visto in precedenza da non essere compresi fino in fondo.

Marathon Day

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