Oscar 2020: Piccole Donne

Un Classico si riconosce anche, e soprattutto, nella sua capacità di continuare a parlare alle persone anche a più di un secolo di distanza dalla sua nascita; in questo senso, Piccole Donne di Louisa May Alcott rientra a pieno merito in questa categoria, riuscendo non solo ad essere attualissimo ancora oggi, ma anche a prestarsi a molte e diversissime chiavi di lettura che rendono ogni suo adattamento a suo modo unico. Greta Gerwig, già celebrata autrice di Lady Bird, scrive e dirige l’ennesima versione cinematografica di Piccole Donne, un film che, nonostante la trama già perfettamente famigliare anche a chi, come il sottoscritto, non abbia mai letto il libro, riesce ad apparire fresco, originale, interessante e pieno di passione; non ho paura di affermare che per me il Piccole Donne della Gerwig sia uno dei migliori film del 2019.

La trama, come già accennato, segue molto fedelmente quella del romanzo, almeno negli avvenimenti, dal momento che l’ordine del racconto è completamente stravolto così come l’interpretazione che di quegli stessi eventi viene fatta. Il film segue le vicende delle quattro giovani sorelle March, Meg, Jo, Beth e Amy, ognuna alla ricerca della propria strada nella vita. Ognuna delle ragazze ha caratteri, aspirazioni e talenti diversi, e ognuna riesce, piano piano, a costruirsi una strada verso la piena realizzazione, sebbene questa sia sempre piuttosto diversa da quella che immaginavano.

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Greta Gerwig costruisce la sua trama in modo molto intelligente, rifiutando un racconto lineare che sarebbe risultato forse eccessivamente appesantito dal lungo periodo temporale preso in considerazione; invece, la regista e sceneggiatrice sceglie di seguire una linea narrativa principale, cioè la malattia e morte di Beth, e su questa costruisce una serie di flashback che, come tanti affondi, fanno luce sulla storia delle quattro sorelle. É proprio in questi flashback che assistiamo ai momenti più celebri di Piccole Donne, episodi ormai famosissimi che, nonostante la pesante rilettura della vicenda, si ritrovano qui tali e quali: la colazione di Natale donata alla famiglia povera, l’incontro fatale tra Jo e Laurie, Amy che brucia i racconti della sorella e quest’ultima che, nonostante il profondo rancore, le salva la vita dal lago ghiacciato, il sacrificio dei capelli di Jo per permettere alla madre di raggiungere il padre al fronte, la malattia di Beth… sono tutti snodi narrativi fondamentali che vengono riproposti fedelmente, come a volerci rassicurare di trovarci di fronte alla stessa, accogliente e già famigerata vicenda. Eppure non è proprio così.

Forte di un gran talento da scrittrice, superiore, a mio parere, a quello di regista, comunque non trascurabile, Greta Gerwig riesce a rileggere l’intera vicenda delle piccole donne Alcott e reinterpretarle completamente, snaturandone in parte il significato, certo, ma rendendo la storia straordinariamente attuale. Il Piccole Donne della Gerwig è meno racconto di formazione di quanto siano il romanzo e la maggior parte degli adattamenti usciti finora, e diventa invece uno dei migliori manifesti femministi che si siano visti al cinema negli ultimi tempi. Attraverso le storie delle quattro sorelle l’autrice esplora in modo esaustivo tutti i problemi, i dilemmi e le difficoltà che l’essere donna imponeva allora come oggi, riuscendo a parlare del nostro mondo e degli endemici problemi della nostra società raccontando una storia ambientata centocinquant’anni fa. Le piccole donne del 2020 sono giovani ragazze di talento e affamate di vita che si scontrano con una società patriarcale che le vorrebbe, come viene espresso nella prima scena e poi ribadito per tutto il film, sposate o morte; una mentalità che si trasmette come un virus veicolato anche dalle stesse donne, come la vecchia e bisbetica zia March, il cui unico sogno è vedere le pronipoti sposate con un buon partito.

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Bandiera della lotta per l’autodeterminazione è chiaramente Jo (Saoirse Ronan). Passionale e testarda per natura, Jo si scontra immediatamente con questa ristretta visione del mondo e le si oppone strenuamente anche a costo della propria infelicità. Ma, paradossalmente, non sarà lei a dare la chiave di lettura decisiva del messaggio del film, bensì sua sorella Meg. Nella sua crociata contro il maschilismo dominante, Jo arriva vicinissima a proporre un nuovo dogma a sostituire quello vecchio, l’obbligo delle donne a realizzarsi economicamente e professionalmente invece di pensare al matrimonio, ma sempre di obbligo si parla: lei stessa si sente costretta a dover incarnare questo nuovo ideale di cui si fa portavoce, anche quando questa ideologia compromette la sua felicità. É invece proprio Meg, nella sua pacatezza, a dare voce alla vera libertà femminile, quella libertà di scelta troppo spesso negata loro non solo dagli uomini, ma anche dalle stesse donne. È Meg ad affermare che ogni donna ha il diritto di decidere cosa fare della propria vita e che ogni scelta deve essere ugualmente valida e rispettata. È in questo breve scambio tra sorelle che viene esplicitato il senso di questo nuovo femminismo, innovativo nella sua democraticità e nella tolleranza che propone invece del rispetto acritico di un’ideologia dogmatica imposta dall’alto.

Le scelte che sono costrette a fare le sorelle March sono tante, e spesso difficilissime, non solo riguardo i problemi sentimentali. Si parla moltissimo anche di talento e di come coltivare le proprie capacità per farle sbocciare in tutto il loro splendore, e ci si interroga se valga sempre la pena rincorrere dei sogni che, sebbene realizzabili, non porterebbero alla piena soddisfazione. Amy si rende conto di avere moltissimo talento per la pittura ma di non possedere il genio necessario per essere ricordata nel tempo e si trova a dover decidere se continuare ugualmente ad esercitare il proprio talento o modificare il proprio sogno. Lo stesso succede alle sorelle, a Jo quando si rende conto di non poter sfondare come scrittrice e preferisce impiegare il suo talento nell’educazione dei bambini e a Meg quando sceglie di abbandonare i suoi frivoli sogni di una vita elegante per inseguire l’amore di un educatore squattrinato. Scelte che le portano molto lontane da quelli che erano i loro progetti iniziali, i sogni che le alimentavano da bambine, ma che hanno comunque il pregio di vederle, alla fine, realizzate e finalmente felici, senza dover chiedere il permesso o il perdono a nessuno.

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Greta Gerwig firma un film sontuoso, che ha il pregio di indovinare tutte le atmosfere di ogni scena in modo da renderle spesso palpabili, dall’accogliente caoticità della casa dei March all’austero rigore di quella dei Lawrence. Luoghi e personaggi appaiono così vivi, pieni di energia, grazie a una regia capace di esaltare l’identità profonda di qualsiasi cosa appaia davanti alla macchina da presa, un’operazione, questa, in cui è aiutata dal cast, sensazione. Saoirse Ronan è protagonista ufficiosa in un film che, sebbene molto corale, si appoggia spesso sulle sue spalle per i momenti di maggiore intensità emotiva e per sviluppare al meglio il conflitto tra una femminilità che non intende più restare in silenzio in disparte e un patriarcato che, al contrario, non ha intenzione di condividere con loro il proprio mondo. Unica nota stonata è forse il Laurie di Timothé Chalamet, un personaggio a tratti eccessivamente sopra le righe nella sua caratterizzazione quasi da bohémien maledetto; nonostante questo, Chalamet riesce immediatamente a costruire una chimica perfetta con il resto del cast e in particolare con la Ronan, dando vita a un bellissimo rapporto tra Laurie e Jo improntato a una complicità non solo credibile, ma anche verosimile nel suo evolvere in una profonda amicizia e non in un rapporto amoroso, come avverrà invece con Amy.

Una sceneggiatura molto ben scritta, quindi, ben ritmata e capace di dare a ogni personaggio lo spazio di cui ha bisogno all’interno della storia, e che è accompagnata da una buona regia che, sebbene priva di particolari guizzi, riesce comunque a costruire alcune bellissime inquadrature dal sapore pittorico e indimenticabili; una buona regia, quindi, se non proprio ottima, e mi sorprende che stavolta sia stato negato a Greta Gerwig il riconoscimento di almeno una statuetta dopo averla ottenuta per l’inferiore Lady Bird. Nonostante questo, la Gerwig dimostra di avere un grande talento nel raccontare storie di giovani donne volitive alla ricerca della propria strada, firmando un secondo racconto di formazione e crescita molto solido e valido.

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Piccole Donne è un delizioso feel-good film, è un film che ti fa stare bene, diverte e commuove quando dovrebbe senza mai forzare né la componente comica né quella drammatica. È un film che si fa guardare con un sorriso involontario sulle labbra, ti incanta con i bellissimi costumi e ti segue per molto tempo anche al di fuori del cinema. Un risultato strepitoso che testimonia ancora oggi la necessità di queste storie archetipiche.

Piccole Donne è nominato a sei Premi Oscar: Miglior Film, Migliore sceneggiatura non originale, Migliore attrice protagonista, Migliore attrice non protagonista Migliore colonna sonora e Migliori costumi. La vittoria per Miglior Film mi sembra quantomeno improbabile, ma vedo molto possibile la vittoria di Saoirse Ronan come attrice protagonista.

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7 pensieri riguardo “Oscar 2020: Piccole Donne

  1. Bella recensione! Non potrei essere più d’accordo su Chalamet, tra l’altro.
    Comunque io sono lontano dal gridare al miracolo (Oscar e buffonate varie) ma la Gerwig è riuscita a farmi piacere un film su cui avevo zero aspettative… Quindi thumbs up!!!

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  2. Film bellissimo**
    Lo ho adorato!
    Belli i costumi e i palazzi lussuosi, ogni personaggio ha un proprio carattere e un proprio vestiario, bellissimi i vari ricordi.
    La scena della morte di beth, in parallelo al ricordo della guarigione, è veramente toccante; però quando amy finisce a mollo era scontato 😂
    Bella la scena metaletteraria finale,ti consiglio la recensione di barbiexabax!

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    1. Anche a me è piaciuto moltissimo, e dire che entro entrato al cinema senza aspettarmi nulla! Sai che invece il parallelismo tra guarigione/morte di Beth è una parte che non mi ha convinto molto? Certo è molto bella, ma come scene in sé non mi hanno fatto impazzire. Amy è stata sicuramente uno dei miei personaggi preferiti.

      Io non sono grande fan di Barbiexanax, ho visto qualcosina dei suoi video ma mi dà fastidio il modo che ha di parlare!

      Piace a 1 persona

      1. le mie preferite sono jo e amy, forse per affinità caratteriali; le altre sono troppo perfettine
        barbiexanax la adoro, non so perke tutti criticano la voce, ora si è pure calmata rispetto ad anni fa XD

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