-10: La Regina delle Nevi, di Hans Christian Andersen

Quest’anno mi è sembrato tutto difficile, ostico e complicato; che sono tre sinonimi per dire la stessa cosa, ne convengo, ma a maggior ragione può servire a sottolineare quanto siano stati duri gli ultimi mesi. Dicembre non è stato da meno, anzi, e mentre iniziamo a scorgere il traguardo di questa annata che passerà sicuramente alla Storia come una sorta di lutto collettivo direi che è ora di celebrarne la dipartita in maniera solenne; eccomi allora tornare con il consueto conto alla rovescia per capodanno, quest’anno più importante e sentito che mai, per scandire gli ultimi giorni del 2020 che ci toccherà sopportare prima di poter finalmente voltare pagina Quest’anno avevo deciso di iniziare questa piccola serie di articoli con qualcosa che celebrasse l’inverno, probabilmente la mia stagione preferita, e ho scelto di parlare de La Regina delle Nevi, la fiaba di Hans Christian Andersen in grado, con la sua atmosfera misteriosa e a tratti sinistra, ma allo stesso tempo incredibilmente affascinante, di mostrare la meraviglia e l’orrore di questa stagione, il suo lato più giocoso e quello più terribile.

La fiaba "La regina delle nevi" il 27 dicembre a Pescara

La Regina delle Nevi è la fiaba più lunga dello scrittore danese, e anche il suo lavoro più complesso: i simboli e le metafore sono davvero dappertutto a scandire il viaggio della piccola Gerda alla ricerca del piccolo Kay, rapito dalla Regina delle Nevi in persona e corrotto da una scheggia di vetro maledetto che gli ha ghiacciato il cuore. Va da sé, quindi, che la lettura possa risultare particolarmente impegnativa proprio per cercare di individuare il significato che i vari personaggi ricoprono, un cast ampio e variegato la cui interpretazione rischia di apparire decisamente oscura. Particolarità delle fiabe di Andersen, infatti, è quella di nascere direttamente dal suo ingegno, dalla propria fantasia, riutilizzando spunti di racconti popolari o ispirazioni raccolte dalle fonti più disparate ma sempre rielaborate attraverso la sua personalissima poetica; c’è molto poco, nel suo corpus, degli archetipi narrativi che caratterizzano l’opera dei Grimm, ad esempio, le cui storie risalgono alla preistoria e servono a mettere in scena gli atavici conflitti dell’uomo contro la natura e, soprattutto, contro sé stesso. Ma se i Grimm scompaiono, nel raccontare le loro fiabe, così non fa Andersen, che sfrutta l’impianto favolistico e i luoghi comuni del genere per dare voce alle proprie ossessioni, ai propri traumi, ai propri dolori, con una schiera di protagonisti spesso dolenti, spezzati, fuori posto e incapaci di trovare un posto nel mondo da chiamare casa e in cui essere davvero sé stessi.

La Regina delle Nevi non è l’esempio più estremo di questa cupa e drammatica poetica, proponendosi piuttosto come un lungo racconto iniziatico, una storia di formazione che vede i suoi protagonisti crescere mantenendo però intatta la purezza dei loro cuori e delle loro anime nonostante i tentativi di corruzione operati dal Diavolo in persona. I simboli religiosi sono un elemento frequentissimo nelle fiabe di Andersen, e anche qui servono come metafora per illustrare l’eterna lotta tra il bene e il male: il Diavolo crea uno specchio (simbolo del doppio, elemento ricorrente per lo scrittore danese) capace di distorcere ciò che ha di fronte e restituire un riflesso perverso; quando cerca di usare lo specchio per riflettere Dio, questi lo distrugge provocando la caduta dei frammenti sulla terra negli occhi e nei cuori delle persone. Nei primi, fiabeschi paragrafi della storia, Andersen mette in scena una sua versione della caduta dell’uomo, non più artefice della sua rovina con la disobbedienza all’interno del Giardino dell’Eden ma vittima innocente delle macchinazioni di un essere infernale. Il risultato, comunque, è lo stesso: una volta infettate dallo specchio, le persone perdono la propria innocenza e, nel trovare sempre ciò che di spiacevole o brutto esiste al mondo, credono di vedere finalmente le cose per come realmente sono.

Elena ringo | Painting photos, Snow queen illustration, Illustration art

La metafora dell’inverno e del cuore ghiacciato giunge quindi perfettamente a rappresentare l’essere adulti contrapposto all’innocenza e a un’innata bontà dell’infanzia: Gerda e Kay sono amici, giocano insieme e vivono spensierati finché al bambino non entra una scheggia nell’occhio sancendo la sua repentina maturazione. Eppure il primo approccio dei bambini con la neve, con il mondo adulto, è di natura radicalmente opposta: Kay è affascinato dalla neve e dalla leggenda, narrata dalla nonna, di una misteriosa regina che governa sui fiocchi che cadono dal cielo, ma quando finalmente crede di scorgerla ne ha paura e fugge; dovrà passare un altro anno prima che sia finalmente pronto a seguire la Regina delle Nevi sulla sua slitta. Il fascino e il terrore instillati dalla neve e dalla sua spettrale sovrana sono gli stessi con cui un bambino può pensare alla propria maturità nel momento in cui questa gli si profila all’orizzonte, fino al momento in cui il passaggio dall’infanzia al mondo degli adulti non può più essere rimandato.

Gerda, al contrario, rimane indietro rispetto all’amico. Intoccata dalle schegge dello specchio, la bambina non capisce il comportamento del suo amico, all’improvviso così diverso e irriconoscibile ai suoi occhi, annoiato dai loro vecchi passatempi e attratto, invece, da qualcosa che lei ancora non può vedere; la ricerca che intraprende, quindi, si svolge sia dentro che fuori di lei, per raggiungere Kay non solo fisicamente nel castello della Regina ma anche spiritualmente ed emotivamente diventando finalmente adulta lei stessa. Un viaggio, va da sé, irto di pericoli come sono tutti quelli che ti portano a scavare troppo profondamente dentro te stesso: la galleria di personaggi che Gerda incontra lungo il cammino la portano ad affrontare diversi aspetti di sé stessa e a rivoluzionare completamente la visione che ha del mondo. La maga nel suo giardino, ad esempio, porta Gerda a rifiutare una visione statica di sé stessa come essere immutabile immersa in un eterno presente e accettare il cambiamento, l’evoluzione, come unica strada per crescere davvero, mentre la figlia dei briganti la mette di fronte a una versione più fiera e feroce di sé stessa; sono tutte sfide iniziatiche che la bambina deve superare per lasciarsi alle spalle la sua vecchia natura e poter finalmente raggiungere Kay nel castello della Regina, dove si consuma forse la scena più criptica dell’intera storia.

Mezzo assiderato su un lago ghiacciato, Kay gioca con dei pezzi di ghiaccio per comporre la parola “eternità” senza riuscirsi, ma con la promessa di poter essere finalmente padrone della propria vita qualora dovesse avere successo. È solo con l’intervento di Gerda che la parola finalmente si compone sotto le loro mani e la scheggia di vetro può essere rimossa dal cuore del bambino, che riconosce l’amica e torna con lei a casa. Un ritorno a casa che, però, non coincide con un analogo ritorno alla condizione di partenza: Gerda e Kay si rendono infatti conto di essere diventati adulti. Adulti completi, però, questa volta, in cui la purezza di Gerda e il cinismo di Kay si dimostrano complementari e ugualmente necessari per fuggire dalle grinfie della Regina e presentarsi nuovamente al mondo come persone complete capaci di affrontare la propria vita senza lasciarsi dominare dalla rabbia e dalla cattiveria ma, nello stesso tempo, senza restare bloccati a una visione incantata e illusoria della realtà: per una volta bene e male non si combattono, non cercano la reciproca distruzione, ma devono fondersi in un tutt’uno per permettere ai due bambini di crescere, lasciarsi alle spalle il mondo dell’infanzia e entrare con sicurezza in quello degli adulti.

La regina delle nevi

Questa è chiaramente solo una delle infinite potenziali interpretazioni de La Regina delle Nevi, e temo anche la più immediata; sono sicuro che si potrebbe passare ore a discutere di cosa significhi la parola che Kay deve scrivere con il ghiaccio (è un altro riferimento a un eterno presente, come la maga nel giardino? Rappresenta una sorta di memento mori, e quindi la presa di consapevolezza da parte di Kay e Gerda della propria condizione mortale? Parliamone) o di cosa rappresentino gli animali e i personaggi che Gerda incontra lungo il cammino. Anche in questo sta il grande fascino di questa fiaba, oltre che nelle immagini suggestive e affascinanti che evoca, nel suo poter parlare diversamente a ogni lettore raccontando a ognuno qualcosa di diverso. Qualcosa che, inevitabilmente, finirà per raccontarci, a sua volta, qualcosa su noi stessi e sul modo in cui siamo riusciti a fuggire dal castello della Regina delle Nevi.

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6 pensieri riguardo “-10: La Regina delle Nevi, di Hans Christian Andersen

    1. Ho visto Narnia moltissimi anni fa, quando uscì al cinema, e non ho letto il libro, ma da quello che ricordo l’ispirazione alla fiaba di Andersen è evidente: ad esempio, entrambe rapiscono un bambino nello stesso modo, a bordo di una slitta rendendolo insensibile al freddo con un bacio, ed entrambe rendono il bambino freddo e cinico nei confronti nei confronti degli altri. Poi ovviamente le due storie sono radicalmente diverse, anche nell’uso dei riferimenti religiosi, ma Lewis chiaramente si è rifatto ad Andersen.

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    1. Non so se mi considero un suo grande fan, ma semplicemente perché di suo ho letto soltanto le storie più famose; che comunque sono tutte stupende! Quando ero piccolo avevo un libro con una raccolta di alcune sue fiabe, ma tra quelle l’unica che ricordo con nitidezza è I Cigni Selvatici, che ho letto e riletto fino a consumare le pagine – e di cui, ora che ci penso, prima o poi potrei anche parlare…
      Ha un talento unico per costruire delle atmosfere suggestive da morire, e la Regina delle Nevi è probabilmente uno dei suoi capolavori – anche se le storie così criptiche le trovo affascinanti e frustranti in egual misura!
      Se ti piace Andersen, proprio tra qualche giorno uscirà un altro post a tema, sulla sua storia più famosa in assoluto; spero che ti piacerà.

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