Marathon Day: Le Avventure di Bianca e Bernie (1977)

Da La Carica dei 101 e per i quasi vent’anni successivi, la Disney ha mantenuto un’incrollabile coerenza nella poetica e nello stile dei film che ha scelto di produrre. Archiviati i kolossal d’ampio respiro epico e fiabesco sono arrivate storie più piccole, commedie brillanti prive della portata universale dei film precedenti ma più concentrate su divertenti avventure spesso interpretate da personaggi animali. Alla fine degli anni Settanta, però, le cose stavano iniziando a cambiare, sia tra la formazione della squadra all’interno dello Studio sia, di conseguenza, nel tipo di storie da raccontare e nel tono che queste avrebbero dovuto avere. Le Avventure di Bianca e Bernie può essere visto come lo spartiacque di questa rivoluzione, un film di transizione che porterà lo Studio verso un nuovo corso che darà vita a opere dal sapore piuttosto diverso ma anche, purtroppo, dal successo molto più limitato, al punto da poter parlare di una stagnazione dalla quale la Disney riuscirà a risollevarsi solo nel 1989 con La Sirenetta, che darà inizio al celebre Rinascimento.

Comicità e dramma.

Come quasi tutti i film Disney, anche Le Avventure di Bianca e Bernie ha avuto una vicenda produttiva piuttosto lunga e complicata. Le prime bozze di quello che diventerà il 23° Classico Disney risalgono all’inizio degli anni Sessanta, quando lo Studio considerò di adattare per un lungometraggio la serie di libri della scrittrice Margery Sharp, una lunga saga per ragazzi con protagonisti due topolini affiliati a una società internazionale ispirata all’ONU viaggiavano per il mondo per portare a termine diverse missioni. La prima bozza del film si concentrava sul primo libro della serie, incentrato sul salvataggio di un poeta norvegese tenuto prigioniero da un regime totalitario; la storia così impostata, però, avrebbe avuto delle inevitabili ripercussioni politiche, e questa caratteristica portò Walt Disney a bocciare il progetto in favore di storie più leggere e spensierate, prive di qualsiasi elemento potenzialmente controverso.

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Dieci anni dopo, all’inizio degli anni Settanta, nello Studio stavano arrivando nuove forze e menti fresche, un enorme potenziale creativo che necessitava, però, di farsi le ossa prima di gettarsi nei film di punta. Per questo apprendistato, alle nuove leve, guidate da Don Bluth, venne affidato proprio questo progetto con l’idea di farne un film “minore” da affiancare alla produzione più ambiziosa guidata dai nomi di punta dello Studio, un film intitolato Scruffy e incentrato sulle bertucce di Gibilterra durante la Seconda Guerra Mondiale. Questa nuova generazione decise di ricominciare il lavoro da capo ispirandosi, stavolta, all’ultimo libro della Sharp, incentrato sul salvataggio di un orso polare; il progetto, però, fu scartato quando il doppiatore scelto per l’orso, il jazzista Louis Prima, dovette abbandonare il lavoro a causa di un tumore al cervello che gli impediva di lavorare.

Contemporaneamente venne cestinato anche Scruffy, e con esso l’idea di suddividere il team in produzioni parallele di diversa difficoltà. La squadra si ricompattò intorno ai due topolini salvatori, che videro all’improvviso il loro film ottenere un respiro più ampio tipico di una produzione su larga scala; la fase di sceneggiatura ripartì per la terza volta, mescolando insieme elementi da diversi libri della Sharp fino a giungere al prodotto finale che possiamo vedere ancora oggi. La vicenda di Le Avventure di Bianca e Bernie si allinea, generalmente, alle linee guida del periodo xerografico, con una vivace avventura ricca di umorismo e comicità interpretata da un’affiatata coppia di topolini e una serie di comprimari animali. Bianca e Bernie sono un’improbabile coppia di protagonisti, lei elegante e raffinata ma dall’animo avventuroso, lui un inserviente costretto a seguirla nonostante le sue mille ansie e paure; insieme danno vita a dinamiche irresistibili tipiche dei classici buddy movie, capaci di alternare momenti di ottima comicità, di indagine investigativa e scene particolarmente toccanti.

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Quello che Le Avventure di Bianca e Bernie aggiunge al canone xerografico, infatti, è una notevole dose di malinconia e cupezza, un tratto che sarà sempre più esasperato nel corso del decennio successivo. La storia si incentra infatti sul salvataggio di Penny, una giovanissima orfana rapita dal suo orfanotrofio e tenuta prigioniera da Madame Medusa, la proprietaria di un banco dei pegni che la obbliga a entrare in una miniera per cercare un grosso diamante. Si parla quindi di bambini in balia di personaggi sadici e perversi, di lavoro minorile, del dolore per l’abbandono, dello sconforto del sentirsi soli al mondo e della violenza psicologica che una carceriera impone alla sua giovane prigioniera. Argomenti decisamente più drammatici di quelli affrontati fino a questo momento dai film xerografici, in grado di elevare notevolmente il livello della narrazione al di sopra delle spensierate commedie che l’avevano preceduto.

Come farsi le ossa.

Il passaggio di testimone tra vecchie e nuove leve si fa sentire anche nell’animazione, dove la collaborazione tra l’esperienza degli ultimi Nine Old Men rimasti e la freschezza delle nuove matite dà a Le Avventure di Bianca e Bernie una decisa marcia in più. La prima cosa che salta immediatamente all’occhio è la relativa pulizia dei disegni, che, sebbene siano realizzati sempre fotocopiando i disegni degli animatori direttamente sui rodovetri, mostrano meno prepotentemente le smatitate che avevano reso così grezzi ma vivaci i lungometraggi precedenti. Questa nuova tecnica inizia a limitare lo stile sporco delle immagini dando vita a un nuovo processo che sarebbe proseguito per tutto il decennio successivo, portando lentamente alla ritrovata raffinatezza degli anni Novanta.

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Alla regia troviamo ancora una volta Wolfgang Reitherman, che dopo aver diretto gran parte dei film xerografici si congeda dalla direzione proprio con questo film, in cui lavora aiutato da John Lounsbery e Art Stevens. Non è solo Reitherman a scegliere Le Avventure di Bianca e Bernie come suo ultimo film, dal momento che anche Milt Kahl, altro storico membro dello Studio, lascerà il lavoro di animatore dopo aver dato vita a Madam Medusa. Nello stesso momento, però, vedono il loro debutto artisti destinati a far parlare a lungo di loro, come il già citato Don Bluth, il quale, dopo l’apprendistato alla Disney aprirà il suo personale studio d’animazione, o Glen Keane, destinato a diventare uno degli animatori di punta del Rinascimento Disney e che ci regalerà personaggi come Ariel, Aladdin e la Bestia. È questo rinnovarsi del team che, nonostante gli inevitabili alti e bassi, è riuscito a garantire una storia così lunga e fruttuosa alla Disney, capace di valorizzare i talenti al suo interno e formare sempre nuove generazioni di artisti capaci di portare avanti la tradizione iniziata da Walt Disney nel 1937.

I contributi dei vari artisti sono decisamente rappresentativi delle rispettive sensibilità artistiche, e possono essere considerati, alternativamente, come il loro manifesto o testamento. Keane, ad esempio, ci dà un primo fulgido esempio del suo talento con la piccola Penny, un personaggio dolce e malinconico, straordinariamente espressivo grazie ai grandi occhioni che diventeranno un po’ il tratto distintivo dell’artista. Allo stesso tempo, Bluth dà le prime dimostrazioni di quello che sarà anche lo stile dei lungometraggi realizzati dal suo studio, caratterizzati da personaggi con una recitazione decisamente enfatica e sopra le righe, soprattutto per quanto riguarda i coprotagonisti.

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Ma il vero capolavoro, però, fu di Kahl, che decise di chiudere in bellezza la sua carriera con il personaggio di Medusa. Il progetto iniziale prevedeva che il ruolo di villain fosse nuovamente ricoperto da Crudelia de Mon, ma l’idea di rendere Le Avventure di Bianca e Bernie un sequel de La Carica dei 101 fu scartata molto presto; Kahl decise allora di dare vita a una cattiva in grado di rivaleggiare con l’eccentrica miliardaria amante delle pellicce portata in vita dal collega Marc Davis. Per l’aspetto di Medusa, Kahl si ispirò alla sua ex moglie, che evidentemente non amava più molto, e si gettò anima e corpo nel lavoro al punto da realizzare personalmente anche gran parte dei disegni intermedi, generalmente responsabilità degli intercalatori. Medusa non ottenne mai il successo di Crudelia, ma resta ugualmente un ottimo personaggio, sebbene esecrabile, dalla recitazione esageratamente teatrale e con una personalità volgare ma divertente allo stesso tempo.

Il primo sequel.

Le Avventure di Bianca e Bernie fu un ottimo successo commerciale, il migliore dai tempi di Walt e destinato a non essere più eguagliato fino alla fine degli anni Ottanta. Il pubblico e la critica apprezzarono in egual misura il film grazie ai personaggi anticonvenzionali, alla narrazione vivace e al mix di generi e sentimenti che riusciva, finalmente, a rivoluzionare in parte lo schema ormai fisso del periodo xerografico. Il film segnò una rinnovata fiducia nella capacità dello Studio di raccontare storie importanti con il tono leggero ma disincantato che aveva caratterizzato le sue origini, e portò una ventata di aria fresca in una produzione che sembrava destinata ad appiattirsi su uno standard prefissato.

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Il successo del film diede un segnale anche all’interno dello Studio, in cui i vecchi animatori incominciarono, lentamente, ad andare in pensione e lasciare la loro eredità in mano alla nuova generazione di artisti: il film successivo, Red & Toby Nemiciamici, avrebbe segnato il definitivo passaggio di testimone, essendo realizzato interamente dalla nuova squadra di artisti dopo essere stato impostato dai veterani, mentre quello dopo ancora, Taron e la Pentola Magica, sarebbe stato il primo film interamente realizzato dalla nuova generazione. Una generazione guidato, coerentemente, da una nuova dirigenza intenzionata a mettere in discussione tutti i punti fermi della produzione disneyana, fino all’idea di Walt Disney di non dare mai sequel ai suoi Classici. I nuovi dirigenti, infatti, videro in Le Avventure di Bianca e Bernie il potenziale per un seguito, e decisero di mettere in cantiere il primo sequel ufficiale di un Classico Disney: Bianca e Bernie nella Terra dei Canguri sarebbe uscito nel 1990 ma, nonostante le innovazioni come la colorazione digitale e un’accentuata componente d’azione, non avrebbe raggiunto il successo del film originale né, tanto meno, de La Sirenetta, il Classico precedente, sancendo definitivamente il tramonto dell’animazione xerografica.

Marathon Day

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4 pensieri riguardo “Marathon Day: Le Avventure di Bianca e Bernie (1977)

  1. Hai ragione sul fatto che il film ha delle note di drammaticità e cupezza. Quando lo guardavo da piccolo, mi ricordo che non era come guardare Hercules, per intenderci.
    Non sapevo niente della nascita del personaggio di Medusa.
    Si tratta sicuramente di un personaggio molto cattivo, degno di Crudelia. Però me lo ero dimenticato, mentre Crudelia non si scorda mai. Probabilmente grazie al motivetto

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    1. In effetti può essere che Crudelia sia entrata così prepotentemente nella memoria collettiva grazie alla canzone, non ci avevo pensato. Crudelia è però anche molto più divertente e, se vogliamo, “innocua”, rispetto a Medusa, che è un personaggio davvero repellente!

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    1. Io non l’avevo mai visto da piccolo, l’ho scoperto qualche anno fa quando avevo deciso di completare la visione di tutti i Classici. Però da piccolo trovavo molto cupo Red & Toby, quelle (poche) volte che l’ho visto mi metteva sempre angoscia! Non sono convinto che sia un male, però, ci sta, secondo me, di inserire anche elementi più cupi e meno sereni nei film per bambini, penso li aiuti a prepararsi effettivamente per quello che li aspetta una volta diventati grandi.

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