Marathon Day: Dumbo (1941)

All’inizio degli anni Quaranta, la situazione nello Studio iniziava a farsi drammatica. Lungi dall’essere ancora disperata, si respirava aria di nervosismo dopo che ben due lungometraggi molto costosi e ambiziosi si erano rivelati dei flop, e quello in lavorazione, Bambi, continuava a presentare sfide e problemi imprevisti nel momento in cui il progetto aveva avuto il semaforo verde. C’era bisogno di un successo, e subito; c’era bisogno di qualcosa che desse ossigeno alle casse e nuova fiducia allo staff creativo. Incredibilmente, tutto questo arrivò grazie a un progetto “minore”, un film necessariamente a basso budget dalla storia semplice e dallo stile essenziale e accattivante. Dumbo debuttò al cinema nel 1941, e fu il successo che nessuno si aspettava ma di cui tutti avevano bisogno; un successo che, paradossalmente, contribuì però ad intaccare ancora di più l’entusiasmo di Walt Disney. Ma andiamo con ordine.

C’è crisi.

Come accennato in apertura, la situazione non era delle più rosee. I flop di Pinocchio e Fantasia avevano creato un buco nelle finanze dello Studio che nessuno aveva preventivato e che rischiava di compromettere il buon esito dei film successivi, film che, si supponeva, avrebbero risentito delle medesime limitazioni dei precedenti: si era infatti nel cuore della guerra, in Europa, quella stessa guerra che ben presto avrebbe coinvolto anche gli Stati Uniti in prima persona privando Disney non solo della possibilità di distribuire i film all’estero, ma anche di personale tra le file dei suoi artisti.

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Nello stesso momento, si respirava aria di rivolta all’interno dello Studio. Il carico di lavoro nei film precedenti aveva costretto Walt e Roy ad assumere molta più gente, soprattutto tra gli animatori, i quali, adesso, esigevano un aumento di salario, peraltro già molto buono; la situazione claudicante delle loro finanze, però, impediva a Disney di accettare le loro richieste. A questo si aggiunse Herbert Sorrell, leader dello Screen Cartoonist’s Guild, un neonato sindacato per animatori e artisti nel campo dell’animazione; Sorrell chiese a Disney di aderire al suo sindacato, ma questi rifiutò più volte e quando scoprì che alcuni dei suoi artisti vi si erano affiliati rispose licenziandoli. Come conseguenza, più di duecento artisti scesero in sciopero, rendendo esplosiva l’atmosfera nello Studio.

In un momento così teso c’era bisogno di qualcosa per sdrammatizzare, e la risposta venne trovata in un giocattolo, il Roll-a-book, che un’impiegata mostrò a Walt Disney. Il Roll-a-book era composto da un display e da una manopola, e conteneva un beve libro illustrato le cui pagine scorrevano sul display facendo scorrere la manopola; un meccanismo semplice che convinse Disney a comprare i diritti della storia per trasformarla in un film; l’idea originale era quella di renderlo un cortometraggio, ma gli sceneggiatori riuscirono a convincerlo delle potenzialità del progetto e lo persuasero a renderlo un lungometraggio.

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Un lungometraggio che però, fu subito chiaro, non avrebbe potuto contare sulla stessa profusione di uomini e mezzi dei film precedenti, una scelta che si faceva forza anche della natura del film, dal respiro molto breve e non particolarmente ambizioso. Dumbo fu un film fatto in economia in un momento di crisi, e questa sua natura è spesso dolorosamente evidente, soprattutto se confrontato con i suoi fratelli maggiori. I personaggi recuperano lo stile cartoonesco usato nei cortometraggi e che i film avevano iniziato ad abbandonare dopo Biancaneve, preferendo un design meno realistico e più stilizzato, caratterizzato da forme tondeggianti e pochi dettagli. Il disegno è semplice ed essenziale, talvolta abbozzando semplicemente i personaggi sullo sfondo e arrivando ad adottare dei trucchi per semplificare ancora di più il lavoro, come i personaggi in controluce o mostrandone solo le ombre. Allo stesso modo, anche i fondali risentono di questa drastica stilizzazione del disegno, ricorrendo all’acquerello, tipico per i cortometraggi, invece della pittura a olio che, da Biancaneve in poi, contraddistingueva i lungometraggi. Altra differenza sono i colori, molto accesi, quasi violenti, a volte, in netto contrasto con i toni delicati, quasi pastello, dei lungometraggi precedenti, così da far assomigliare Dumbo alle illustrazioni di un libro per bambini.

Innocente, ma non troppo.

Dumbo ha una storia molto lineare ed essenziale, una semplicità che quindi non è solo stilistica ma anche di contenuto. Si tratta, a conti fatti, di una storia riscatto da parte di un outsider, un elefante diverso dagli altri che riesce a dimostrare a chi l’aveva criticato di riuscire ad avere successo proprio grazie al difetto fisico che in precedenza l’aveva reso oggetto di bullismo. Una piccola storia edificante e dolce, con un protagonista che riesce ad accattivarsi immediatamente il favore dello spettatore grazie al suo aspetto innocente e alle angherie che subisce e un andamento quasi da favola morale con un insegnamento finale che si dimostra immortale. Coerentemente, anche il registro è molto leggero, mettendo al centro dell’attenzione i funny animals che avevano fatto la fortuna dello Studio e costruendo una serie di sequenze molto simpatiche e divertenti all’interno del circo.

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Eppure. Già, eppure non si tratta di un film sereno. Dumbo è un film leggero ma dai contenuti molto duri, talvolta cupi, a partire dal feroce bullismo che il protagonista subisce all’interno del circo a partire dalle perfide elefantesse. Lo stesso soprannome che gli viene affibbiato costituisce una crudele presa in giro, dal momento che deriva dalla parola “dumb”, “stupido, sciocco”. Molte scene sono decisamente drammatiche, come la struggente ninna nanna che la madre canta a Dumbo mentre, incapace di raggiungerlo, lo stringe teneramente con la proboscide, costruendo una delle immagini più commoventi dell’intera filmografia Disney.

A questo si aggiunge un’altra sequenza entrata di diritto nella storia del cinema, l’inquietante Pink Elephants on Parade. Si tratta di una delle scene più surreali di tutta la cinematografia Disney, giustificata narrativamente dall’ubriacatura accidentale di Dumbo e Timoteo, il topolino che funge da spalla comica. Pink Elephants on Parade è una sequenza onirica in cui le immagini si trasformano in continuazione seguendo una logica misteriosa e assumono spesso tratti sinistri e spaventosi in cui dei misteriosi pachidermi multicolore sembrano perseguitare il protagonista; il testo, poi, ambiguo e criptico, sembra una disperata richiesta d’aiuto e protezione contro gli elefanti rosa, affermando che la loro sola vista provoca dolore e terrore. Pink Elephants on Parade è diventata una delle sequenze più celebri della produzione Disney, tanto da essere spesso considerata una prova generale per il futuro Alice nel Paese delle Meraviglie, altrettanto surreale ma decisamente meno sinistro.

Si vola!

Lo sciopero colpì lo Studio nel 1941, ma fortunatamente in quel momento il lavoro di animazione su Dumbo poteva già dirsi concluso, e il film uscì perfettamente in tempo. E fu un successo, di pubblico e critica: tutti amarono l’elefantino volante e la sua semplice storia di riscatto, tutti apprezzarono lo stile essenziale ma delizioso, e tutti corsero a vederlo. Dumbo fu il primo lungometraggio Disney a portare un guadagno dopo Biancaneve e i Sette Nani, diventando il più grande successo dello Studio degli anni Quaranta, e permise a Walt Disney di tirare il fiato.

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Un Disney che, però, rimase con l’amaro in bocca. Sì, perché se da un lato era felice del successo del film, dall’altro si trovò a constatare che un film semplice come Dumbo aveva trionfato laddove i suoi amati kolossal avevano fallito. Pinocchio e Fantasia, sperimentali e ambiziosi, non avevano saputo conquistare il pubblico allo stesso modo di Dumbo, costringendo Walt a ripensare pesantemente la politica dello Studio e la concezione dell’animazione che lo aveva sorretto fino a quel momento.

A questo si aggiunse, ovviamente, il dramma umano dello sciopero. Testardo di natura, Disney si rifiutò di accogliere le richieste degli artisti, e le proteste proseguirono per cinque settimane. L’atmosfera si fece sempre più tesa, finché dall’alto giunse una soluzione: il Presidente propose a Walt Disney un viaggio come ambasciatore in America Latina. Walt accettò, e mentre lui si trovava all’estero Roy riuscì a risolvere la situazione nello Studio. Al suo ritorno, Walt trovò uno Studio nuovamente funzionante, ma qualcosa si era rotto: l’atmosfera famigliare e di cameratismo che aveva contraddistinto la gestione dello Studio aveva bruscamente avuto fine, e Walt, che visse la situazione come un affronto personale, non si riprese mai del tutto dalla delusione che lo scontro con la realtà gli provocò.

Marathon Day – Speciale Disney

18 pensieri riguardo “Marathon Day: Dumbo (1941)

    1. No, alla fine si sono visti riconoscere i meriti che avevano, e che inizialmente non erano stati apprezzati. Probabilmente, come scrivevo per Fantasia, per certe cose era davvero in anticipo sui tempo, oltre che in una pessima congiuntura storica, con la Seconda Guerra Mondiale a sabotare gli incassi. Purtroppo, però, Disney non ha vissuto abbastanza da vedere questa nuova giovinezza dei suoi primi Classici, e verso la fine aveva quasi del tutto abbandonato l’animazione. Ma ci arriveremo verso la fine dell’anno 😉

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    1. oddio scusa, avevo visto il commento ma poi mi sono dimenticato di rispondere!
      Comunque sì, purtroppo, pur essendo una fiaba, Dumbo affronta anche cose che sicuramente sono accadute ovunque nei circhi, come il fatto di un’elefantessa isolata (se non proprio abbattuta) perché diventata violenta nel proteggere il suo cucciolo. Sicuramente all’epoca non c’era attenzione a queste tematiche, che credo siano entrate nel film più per esigenze di trama che altro, ma oggi possiamo apprezzare il fatto che anche allora se ne sia parlato in un cartone animato per bambini e che magari abbia educato qualche giovane adulto in più.

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  1. Avevo detto che avrei provato a recuperare tutti i film Disney che stai recensendo e parto proprio con Dumbo. La produzione di Dumbo è stata sicuramente molto interessante e anche tutto il caos che ne è derivato per via della profonda crisi economica a casa Disney. È un film molto bello e interessante che presenta delle tematiche come bullismo e riscatto che giustamente tu hai citato e che rendono l’opera più matura di quanto si possa pensare. È stato un successo necessario e fortunato e sono molto contento che ancora oggi sia così apprezzato. Ottimo lavoro!

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    1. Dumbo non è un film che amo particolarmente, in realtà, e credo di averlo visto davvero poche volte. E’ innegabile, però, che parli di argomenti molto importanti, e che artisticamente sia molto valido nonostante le limitazioni che ha dovuto subire – ma in realtà non mi dispiace lo stile più “cartoonesco”, in un certo senso, con cui è fatto.

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      1. Dumbo è un film che per certi versi apprezzo proprio per le tematiche che affronta. Certo ha alcuni dettagli che adesso non mi piacciono proprio, però era un film che sapeva essere dolce.

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