Top Ten: Pride & Prejudice

Quando si tratta di guardare film, al cinema come a casa, ho due diverse personalità che si combattono senza esclusioni di colpi: una è possibilista e vorrebbe dare a tutti una possibilità a prescindere dal numero di delusioni già subite, mentre la seconda si aggrappa a pregiudizi e preconcetti inutili e stupidi per cestinare decine di titoli senza nemmeno schiacciare il tasto Play. La prima guarderebbe qualsiasi cosa diano su Canale 5 il sabato pomeriggio, la seconda storce il naso di fronte ai grandi classici del cinema perché il font dei titoli di testa non gli aggrada.

Vincere i miei pregiudizi non è facile, visto che, molto spesso, una volta che mi sono messo in testa un’idea non la cambio neanche se pagato. La conseguenza è il rischio di perdersi per strada dei grandiosi film, o comunque dei film interessanti o godibili, per motivi futili o stupidi, come la presenza di un determinato attore o il passaparola che ha bollato un film come “noioso” o “una perdita di tempo”. Di seguito ho stilato una lista di dieci lungometraggi che sono riusciti, in un modo o nell’altro, a vincere il mio scetticismo e a farmi ricredere sul loro conto. Ti prego, non giudicarmi mentre leggi.

  1. La corazzata Potemkin. I 92 minuti di applausi in culmina la sequenza del cineforum ne Il secondo tragico Fantozzi sono i responsabili di tantissime incomprensioni di cui è stato vittima questo film, uno dei capolavori di Ejzenstejn. La corazzata Potemkin, per colpa di Paolo Villaggio, si è guadagnato la nomea di film lungo, lento, noioso e insopportabile, una tortura con cui uccidere lentamente i propri nemici; per questi motivi l’ho sempre evitato, finché, sul punto di entrare in università per studiare cinema, ho deciso che non potevo aspettare oltre a colmare quella che sarebbe inevitabilmente stata considerata un’imperdonabile lacuna. Con la morte nel cuore, dunque, ho scarica mi sono procurato il film, e l’ho visto. La verità è che, al di là degli oggettivi pregi stilistici, La corazzata Potemkin è un film bellissimo. Breve nella durata, a dispetto di quello che si potrebbe pensare di un film d’avanguardia russo, il montaggio frenetico gli garantisce un ritmo adrenalinico che getta lo spettatore nel mezzo dell’azione, circondato da immagini che si susseguono senza sosta passando dall’una all’altra senza una reale continuità. Un’esperienza prima che un film.

  2. The Dark Knight. Per questo film non ho giustificazioni. Quando uscì al cinema, per qualche motivo oscuro anche per me, lo presi subito male e feci davvero i capricci perché non ne volevo sapere di andare a vederlo. Fortunatamente avevo degli amici che si sono imposti e mi hanno praticamente trascinato in sala, dove ho esibito la mia migliore espressione da “lo guardo per farvi contenti ma non mi piacerà” che è durata più o meno fino all’entrata in scena di Joker. Nolan reinventa i personaggi DC con un film sì d’azione, ma scritto in maniera superba con una sceneggiatura che da sola varrebbe una nomination all’Oscar e dei personaggi che, a moltissimi decenni dal loro debutto, si dimostrano ancora capaci di dire qualcosa di nuovo e interessante non solo sul loro conto, ma anche, e soprattutto, sul mondo che ci circonda. La libidine del caos e dell’anarchia. La caduta degli idoli. Il sacrificio degli eroi. Il dramma di chi è costretto a strisciare nel fango per fare la cosa giusta e dare una stella da seguire che dia speranza e ispirazione alle persone. Cast stellare, regia impeccabile, scrittura eccezionale: un film quasi perfetto.

  3. Si alza il vento. Ultimo film firmato da Hayao Miyazki, Si alza il vento è la biografia romanzata di Jiro Horikoshi, ingegnere aeronautico inventore di aerei da combattimento utilizzati dall’esercito giapponese durante la Seconda Guerra Mondiale. Nonostante l’enorme fiducia che ripongo nel regista il soggetto del film non ha immediatamente catturato il mi interesse, per cui mi sono trovato ad andarlo a vedere durante una rassegna nel cinema all’aperto di Cremona più per la mia voglia di andare al cinema che per l’appeal derivato dalla pellicola in sè; quanto mi sbagliavo. Si alza il vento è un racconto drammatico e poetico, in cui la realtà storica della biografia si alterna a momenti onirici di rara bellezza e delicatezza. E’ un film che parla di una passione capace di condizionare una vita intera dandogli una svolta definitiva, e del lavoro incessante per realizzare un sogno apparentemente irraggiungibile. Il tratto del disegno è sempre più realistico, con paesaggi naturali e urbani dettagliatissimi e una fluidità nell’animazione sempre più raffinata, al punto da quasi dimenticare di star guardando dei disegni in movimento, per quanto il character design dei personaggi, tipicamente giapponese, risulti stilizzato come nella generale tradizione anime. Interessante, arricchisce sia a livello di informazioni storiche sia come emozioni.

  4. Amore e altri rimedi. L’ho visto per caso una sera che la tv è rimasta accesa mentre facevo dell’altro. Il titolo rappresenta tutto ciò che in genere mi spinge a cambiare canale senza se e senza ma, e solo per il cast ho resistito alla tentazione di afferrare il telecomando: sono d’altronde fatto di carne e sangue come tutti, e Anna Hataway è uno dei miei guilty pleasure da sempre. Insomma, alla fine l’ho visto, e devo dire che è molto diverso da tutto quello che si potrebbe immaginare. Se il preconcetto dipinge una commedia romantica prevedibile nello svolgimento e nella conclusione arricchita da due protagonisti bellissimi che funzionino come esca per attirare spettatori, in realtà quello che ci si trova di fronte è molto diverso, a partire dai personaggi. Maggie è infatti una giovane donna precocemente malata di Parkinson, e la relazione che instaura con Jamie, cinico come pochi, è improntata al fatalismo e al trarre il meglio da un presente che, nel suo caso soprattutto, non durerà per sempre. Il cuore del film, inoltre, solleva diversi problemi morali sul relazionarsi con una persona affetta da una malattia invalidante: Jamie parla con un uomo da anni sposato con una donna affetta da Parkinson all’ultimo stadio, e il suo consiglio disilluso è “scappa”, consiglio che il giovane alla fine sceglierà di seguire. Un film più complesso di quanto si potrebbe immaginare che suggerisce alcune riflessioni importanti, decisamente più profondo di quanto la confezione da rom-com potrebbe far pensare.

  5. Personal Shopper. In questo caso il mio pregiudizio aveva un nome e un cognome: Kristen Stewart. L’ex vampira di Twilight non mi ha mai convinto come attrice in nessuno dei suoi ruoli, e ritrovarla qui come protagonista assoluta mi ha fatto decisamente storcere il naso. Truth be told, come ti ho già raccontato anche QUI nel post dedicato, la Stewart si esibisce finalmente in una prova attoriale non solo convincente, ma addirittura apprezzabile, in scene senza dialogo di pura recitazione in cui esibisce un volto finalmente espressivo e delle emozioni con cui è possibile entrare in sintonia. La recitazione di Kristen Stewart è comunque solo il primo aspetto positivo di un film bellissimo, e ti rimando all’articolo dedicato per un commento più approfondito.

  6. The Mist. La Storia ci insegna che adattare Stephen King per il grande schermo è sempre una bella scommessa, per lo più condannata ad essere persa. La novella da cui è tratto questo film mi era piaciuto molto, ma mi sembrava un soggetto piuttosto debole per essere tradotto in un lungometraggio interessante; quanto mi sbagliavo. In bilico tra il monster movie, il racconto apocalittico e il dramma umano, The Mist è prima di tutto uno sconvolgente affresco delle reazioni umani di fronte all’ignoto e al mostruoso, un’opera quasi Lovecraftiana nell’assenza di senso di un mondo preda di creature che l’intelletto fatica ad abbracciare e dove l’uomo è costantemente in bilico sull’orlo della follia e dell’autodistruzione. Il finale, poi, è uno dei più atroci che abbia mai visto nella mia lunga carriera da spettatore cinematografico, ingiusto ma perfetto allo stesso tempo.

  1. Hunger Games. Ho avuto la fortuna di leggere il romanzo di partenza prima di vedere il film, e l’operazione mi sembrava quantomeno controversa. Sebbene abbia per protagonisti degli adolescenti, il libro non è (o comunque non è solo) un opera per ragazzi, visto soprattutto il livello di violenza che caratterizza la seconda parte della storia. La mia paura era quindi quella di trovarmi di fronte a un film ingiustamente edulcorato per poter essere distribuito ad un pubblico giovane e giovanissimo; sebbene questo sia in parte avvenuto (ci troviamo di fronte ad una serie di massacri senza che si veda una sola goccia di sangue), in realtà lo spirito del libro non è stato tradito affatto, e anche la brutalità delle uccisioni emerge chiaramente senza evidenti censure. Caratterizzato da una sceneggiatura non sempre sul pezzo, il film si sostiene sulle giovani ma forti spalle della sua protagonista, una Jennifer Lawrence pronta a bearsi delle luci della ribalta grazie a quello che è diventato il suo trampolino verso la celebrità, e su una regia sporca, che racconta la storia con un perfetto stile da reportage che purtroppo è andato perso con l’avvicendarsi della regia dietro la camera da presa nei sequel.

  1. Anna Karenina. Come nel caso di Personal Shopper, anche questo film partiva con un handicap che aveva un nome e un cognome: Keira Knightley. Come nel caso della Srewart, anche la Knightley non mi è mai piaciuta particolarmente, con il difetto aggiuntivo di essermi anche decisamente antipatica. Questa volta il merito di avermi convinto a dare una possibilità a questo film va a mia mamma, che me ne ha decantato le lodi fino a spingermi a pensare che forse poteva valere la pena darci un’occhiata. Purtroppo non ho mai letto il romanzo, per cui non posso fare un confronto con il materiale originale, ma questo adattamento è bellissimo. Al di là della storia, il suo punto forte risiede nella forma, nel virtuosismo registico di ambientare l’interno film all’interno di un teatro che si trasforma e scompone ogni volta per creare le diverse scenografie. L’artificio in questo caso non solo è evidente, ma viene esplicitato mettendo in risalto la finzione cinematografica, che diventa attrazione per generare meraviglia nello spettatore. Oltre alle scenografie sorprende anche l’apprezzabile lavoro di coreografia delle scene di gruppo, su cui spicca la sequenza a teatro, dove lo svolazzare dei ventagli e il movimento sincronizzato degli attori simboleggia le maldicenze di cui è vittima la protagonista.

  2. Immaturi. Unico film italiano nella rassegna, Immaturi ha subito da parte mia i soliti pregiudizi che rivolgo alla produzione cinematografica nostrana. Difficilmente parto con aspettative troppo alte quando si tratta di cinema italiano, soprattutto parlando di commedie, ma in questo caso sono arrivato alla fine del film piacevolmente sorpreso. Lo spunto di partenza non è qualcosa di particolarmente credibile, ma, come spesso accade, la cosa importante non è la storia in sé ma quello che succede mentre questa si sviluppa. La rosa di personaggi riesce ad essere interessante e credibile, ognuno con una serie di idiosincrasie e problemi che finiscono per intrecciarsi con quelli degli altri senza mai perdere di verosimiglianza. La scrittura è semplice, lineare, ma attenta a far interagire i personaggi in modo da metterne sempre in luce aspetti diversi permettendo loro di crescere ed evolvere e non guasta nemmeno che per una volta si sia riuscito a contenere il numero di profanità in una commedia Made in Italy. Un film godibile per una serata leggera, e una piccola sorpresa che fa tornare la speranza per il nostro cinema (che ha fatto di meglio, ok, ma tant’è).

  3. Mad Max: Fury Road. Quanto si può essere ciechi e prevenuti davanti ad un trailer? Tanto. Al punto da rifiutarsi di andare a vedere Mad Max: Fury Road al cinema ritenendolo una tamarrata bestiale tutto botte e motori; e lo è, sicuramente, ed è proprio questo il suo bello! Mad Max è una corsa senza freni nelle mani di un folle ubriaco che guida cieco e senza aver mai preso la patente. La trama è poco più di un pretesto per mettere in scena corse automobilistiche sempre più esagerate, con scenografie maestose e impressionanti e un numero di personaggi uno più folle dell’altro. Tom Hardy e Charlize Theron si rivelano una coppia sorprendentemente affiatata, capace di bilanciarsi e dare vita a quello che forse è uno dei migliori esempi di parità di genere al cinema. La regia è frenetica, e il montaggio lo asseconda con susseguirsi instancabile delle inquadrature che avvicina il film a quel concetto di cinema delle attrazioni con ho aperto la selezione. Bello, adrenalinico, veloce, da vedersi rigorosamente su schermo cinematografico per apprezzarne al meglio la portata spettacolare.

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5 pensieri riguardo “Top Ten: Pride & Prejudice

    1. Ahahah grazie! La povera corazzata ha subito un trattamento davvero ingiusto, andrebbe pubblicamente riabilitata.

      Caspita chissà che bello! Io quest’anno ho fatto una settimana a Praga dopo la laurea e poi basta. Fammi sapere cosa pensi di Immaturi quando l’hai visto.

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