Fleabag

Sono veramente l’ultimo al mondo a guardare Fleabag, per cui sono tutti impazziti, giustamente, nel 2016, quando è uscita la prima stagione, e che io ho recuperato solo adesso su Amazon Prime Video. Non che non sapessi della sua esistenza, anzi: ne avevo molto sentito parlare con grande entusiasmo, ma per qualche motivo non mi ci ero mai messo sul serio e la tenevo in serbo per altri momenti che, con tutta probabilità, non sarebbero mai arrivati. Qualche settimana fa, però, ho iniziato a vedere per caso dei video, su Instagram e su Youtube, delle clip di interviste e brevi monologhi di Phoebe Waller-Bridge, e sono rimasto catturato come un pesce all’amo dal suo modo di parlare, di raccontare e di far ridere; mi sono quindi mosso per vedere finalmente qualcosa di suo, e il risultato è di essermi finalmente unito al coro di voci che acclama Fleabag.

La nostra protagonista senza nome, che per praticità chiameremo Fleabag (Phoebe Waller-Bridge) è una giovane donna sui trent’anni che cerca di bilanciare vita e lavoro con le sue relazioni sentimentali, più o meno tossiche, e sessuali, più o meno compulsive. Nel corso delle due stagioni della serie conosciamo la galassia dei personaggi che ruotano intorno a lei e la disfunzionale famiglia da cui proviene – e che le ha causato la maggior parte dei problemi che continua a trascinarsi ancora adesso. Se la prima stagione è incentrata sulla figura di Boo, la sua migliore amica morta suicida in quello che avrebbe dovuto essere un incidente trascurabile, la seconda ruota intorno al personaggio del prete cattolico (Andrew Scott) del quale Fleabag si innamora, ricambiata, con esiti tragicomici.

Tutto Fleabag può essere esemplificato dal suo prologo, incentrato su un’avventura di sesso occasionale raccontato dalla protagonista direttamente a noi rompendo la quarta parete: già in questo inizio folgorante abbiamo tutti gli ingredienti che poi caratterizzeranno l’intera serie e saranno sviluppati nel corso degli episodi, come la comicità al vetriolo della scrittura, la vivacità degli scambi tra i personaggi, la natura potenzialmente controversa del soggetto (e leggermente autocompiaciuta di ciò), la recitazione brillante della protagonista e una punchline che riesce a essere, al tempo stesso, grezza e brillante. Waller-Bridge produce, scrive e interpreta una serie capace di essere triviale e lirica contemporaneamente, che scende senza paura negli abissi della degradazione consapevole del fatto che, con la stessa facilità, saprà poi elevarsi a livelli di dolcezza obiettivamente imprevedibili per una serie che si apre con una serie di riflessioni sul sesso anale.

Con questa dicotomia tra oscenità e tenerezza siamo accompagnati per mano a esplorare la vita di Fleabag, una vita complicata e difficile che però, va ammesso, la protagonista ha un grande talento nel complicare ulteriormente facendo o dicendo sempre la cosa più stupida nel momento peggiore. Non è scontato né immediato tifare per Fleabag, e se da un lato le vuoi inevitabilmente bene – come si vuole inevitabilmente bene a un personaggio che soffre e il cui punto di vista coincide con il nostro – dall’altro è innegabile una sua compulsiva ricerca della sofferenza e del disagio in ogni forma, con colpi di testa improvvisi e imbarcandosi in storie degradanti per tutti coloro che ne sono coinvolti. Uno stile di vita potenzialmente snervante, ma che risulta assolutamente coerente con la sua storia nel momento in cui viene rivelato il colpo di scena nel finale della prima stagione: in quel momento tutto quello che abbiamo visto accadere negli episodi precedenti assume il tono di un’espiazione, una lunga e inesausta autoflagellazione che Fleabag si impone per mondarsi di un peccato che ha avuto conseguenze del tutto imprevedibili, totalmente fuori scala, e, soprattutto, che hanno coinvolto non tanto lei quanto una persona che ama molto.

Una rivelazione che cambia tutto e che configura Fleabag come una commedia sull’elaborazione del lutto, del trauma e, soprattutto, di un senso di colpa inestinguibile e ossessivo, un dolore dal quale, sembra insegnarci la serie, non si può uscire se non attraversandolo, tutto e fino in fondo, cercando di raccogliere i propri cocci sparpagliati in terra e di rimetterli insieme nel modo migliore possibile, ben sapendo che non si tornerà mai davvero a essere quelli di prima. O quasi: perché se una cosa non cambia mai, del personaggio di Fleabag, è la capacità di infilarsi in situazioni scottanti e controverse, come il suo innamoramento per il prete nella seconda stagione. Sebbene si tratti di un amore impossibile, è anche, allo stesso tempo, la prima volta che vediamo Fleabag davvero innamorata e legata da qualcosa che non sia unicamente attrazione fisica per un’altra persona; il rapporto con il prete è l’occasione, per la protagonista, di esplorare più in profondità sé stessa e mettersi a nudo di fronte alle critiche che le sono spesso rivolte dalla sorella e dalla matrigna e fare i conti con la gestione non sempre ottimale delle sue relazioni e delle sue scelte. Il percorso della seconda stagione è forse meno compiuto di quello esplorato nel corso della prima, ma sicuramente non meno impegnativo e interessante da seguire; anche perché, nel frattempo, ti sei talmente affezionato alla protagonista da volerla solo vedere felice e serena.

Fleabag è dunque, inaspettatamente per me, una serie sulla salute mentale e sulla ricerca di una serenità interiore che spesso confondiamo con i vari palliativi usati per nascondere le nostre fragilità e le nostre sofferenze. Nel frattempo Waller-Bridge coglie l’occasione per affrontare con piglio ironico ma mai superficiale o sbrigativo argomenti scottanti nel dibattito contemporaneo come un matrimonio che diventa una trappola, i figli usati come arma di ricatto, l’odio tra i sessi, il femminismo, la mascolinità tossica, il rapporto individuale con la fede e la necessità, di tanto in tanto, di mettere alla prova gli assunti su cui costruiamo le nostre vite e che spesso consideriamo, erroneamente, eterni ed immutabili come incisioni nel marmo. Tutta questa ricchezza fa sì che Fleabag sia una serie potenzialmente non per tutti, a tratti pesante anche nelle battute, ricche di turpiloquio e imprecazioni; Waller-Brisge fa un po’ sua la lezione di South Park, e attraverso un cast di personaggi paradossali e in certa misura archetipici (quasi nessuno ha un nome proprio: sono identificati come “il papà”, “la matrigna”, “il prete” e così via) si adopera a smantellare pezzo dopo pezzo tutte le nostre certezze iniziando proprio da quella quarta parete che dovrebbe separarci da quanto messo in scena per noi sullo schermo.

Phoebe Waller-Bridge è un’attrice completa, ha dei tempi comici straordinari e una mimica facciale irresistibile capace di assumere espressioni totalmente diverse in frazioni di secondo, soprattutto quando si esibisce in alcuni rapidissimi a-parte nel mezzo delle conversazioni; allo stesso modo è anche un’ottima interprete drammatica, capace di dare voce al dolore e alla disillusione di una persona ormai priva di punti di riferimento senza mai cadere nel melodrammatico o nel patetico. E lo stesso si può dire della serie, che pur scegliendo di navigare in acque molto complicate lo fa con coraggio e abilità lasciandoti, alla fine, con un senso di ottimismo e di completezza, di infinite possibilità che si aprono, ogni giorno, per stare sempre meglio con sé stessi e con gli altri trovando supporto, talvolta, proprio in quelle persone che al primo impatto ci avevano fatto una pessima impressione. E credo sia il messaggio più confortante che si possa dare oggi.

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Un paio di cose che, più o meno, se strizzi gli occhi, possono assomigliare a Fleabag:

3 pensieri riguardo “Fleabag

    1. No nessun male! E’ solo che mi capita molto spesso di trascurare i fenomeni del momento per una grave sindrome da bastian contrario per poi recuperarle e innamorarmene molti anni dopo. Ormai avrei dovuto imparare!

      "Mi piace"

  1. Una delle mie serie preferite amazon. Si vede un lavoro in scrittura sofisticato e molto elaborato in anni di rappresentazioni teatrali.
    Non c’è una virgola fuori posto.
    Personalmente preferisco la seconda stagione in cui Fleabag flirta con la religione senza mai trovare un vero e proprio punto d’incontro. Amo anche il rapporto con la sorella. Per esperienza personale posso dire che è molto realistico, sorelle opposte che hanno questo dolorosissimo rapporto estremamente complicato. Il vero fulcro dell’opera.

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