Stranger Things – Stagione 4

Il mio rapporto con Stranger Things è sempre stato altalenante: la prima stagione mi era piaciuta senza però farmi innamorare come accaduto all’universo mondo, la seconda mi aveva convinto molto di più mentre della terza non mi è piaciuto quasi niente. Era difficile quindi anche costruirmi delle aspettative su una stagione che si preannunciava colossale, prima di tutto per la sua durata completamente fuori scala (possiamo essere d’accordo che un episodio di 2h e mezza sia una follia?) e poi per le promesse in cui gli autori si sono esibiti: un racconto decisamente virato sull’horror. Di scetticismo ce n’era, tanto, ma sarò sincero: secondo me la quarta stagione di Stranger Things è a mani basse la migliore della serie finora! Attenzione però: a un certo punto ti faccio spoiler colossali per cui assicurati di aver finito la stagione prima di leggere.

Iniziamo dopo un salto temporale dalla conclusione della stagione precedente, se non altro per giustificare un minimo il fatto che gli attori, ormai, dimostrino la loro età di giovani adulti. Joyce (Winona Ryder) si è trasferita in California con Will (Noah Schnapp), Jonathan (Charlie Heaton) e Eleven (Milly Bobby Brown), ancora senza poteri dopo il suo confronto con il Mind Flayer; nonostante cerchino la pace nessuno di loro se la cava troppo bene, tra l’omosessualità repressa di Will e il bullismo che Eleven subisce dalle Valley Girls che la circondano. Non se la passano meglio a Hawkins: Mike (Finn Wolfhard) e Dustin (Gaten Matarazzo) entrano nell’Hellfire Club, un gruppo di giocatori di D&D guidato dall’istrionico Eddie (Joseph Quinn), causando una frattura con Lucas (Caleb MacLaughlin), che vorrebbe inserire sé stesso e gli amici nel giro dei ragazzi popolari. Tutte queste crisi latenti esplodono nel momento in cui a Hawkins iniziano una serie di brutali omicidi soprannaturali che colpiscono i coetanei dei protagonisti; senza perdere tempo, e fiutando il coinvolgimento dell’Upside Down, la nostra squadra si ricompone immediatamente e inizia a dare la caccia alla nuova minaccia, che si prospetta essere la più pericolosa mai affrontata fino a questo momento. Seguono risposte (finalmente!) e tanto sangue.

Dopo aver cincischiato nella terza stagione, che si rivela adesso essere stata un momento di passaggio necessario sebbene non proprio esaltante da guardare, i Duffer Brothers finalmente giocano il carico mostrando le carte che hanno in mano e che, fino a questo momento, avevano sempre tenuto molto vicino al petto per impedirti di sbirciare. L’elemento cruciale della quarta stagione di Stranger Things, infatti, non è tanto nelle sequenze horror (derivative come tutto il resto e molto poco originali se appena appena hai visto Nightmare), non è nelle scelte musicali sempre dettate da un effetto nostalgia che ormai ha fatto il suo tempo (e qui devo confessarlo: a me Running Up That Hill, inno ufficioso della stagione, non fa impazzire) e non è nella dispersione compulsiva dei personaggi in mille storyline diverse (che a onor del vero questa vola funziona infinitamente meglio rispetto al passato), ma è nelle risposte: finalmente tutti i pezzi del puzzle vengono raccolti e messi in ordine fino a mostrare quale fosse il piano degli autori fin dall’inizio, e come ogni singolo evento si incastri con gli altri per portare alla drammatica conclusione del finale.

Un puzzle che, tuttavia, non viene ricomposto in maniera ordinata ma seguendo diverse indagini parallele che forniscono, ciascuna, una chiave di lettura per interpretare le altre. È un livello di scrittura decisamente più articolato e complesso di quanto si sia avuto nelle stagioni precedenti, con un incastro di storyline complicatissimo che sveli finalmente tutti i retroscena che hanno influenzato il racconto fin dalla prima stagione; non mi stupisce che ci siano voluti tre anni per realizzare questa stagione, dal momento che, al netto della pandemia, solo scrivere le sceneggiature senza perdere dei pezzi qua e là deve essere stato un lavoro titanico. Ogni personaggio ha la sua storyline e ogni storyline contiene rivelazioni fondamentali che, messe insieme, restituiscono il quadro completo della lore di Stranger Things: tutti i nodi vengono al pettine, tutti i segreti vengono svelati, la minaccia dell’Upside Down finalmente ha un volto e un nome e il tavolo da gioco viene preparato per la quinta stagione, il gran finale che dovrà concludere la serie – e che, temo, non arriverà molto presto. Vengono date risposte a domande che ci accompagnano fin dal 2016, da quella notte in cui Will Byers è scomparso tornando a casa dopo aver giocato a D&D con i suoi amici, viene spiegata la natura dell’Upside Down, chi gli abbia dato forma e come si sia aperto il passaggio con il nostro mondo, quale fosse il reale scopo degli esperimenti subiti da Eleven e, soprattutto, quale sia l’obiettivo che il villain vuole ottenere.

La moltissima carne al fuoco è sviluppata con un incredibile senso del ritmo, con episodi lunghissimi che superano il minutaggio di un lungometraggio ma un senso di urgenza imperante che non ti lascia andare per un solo attimo. La trama degli omicidi soprannaturali, cruenti e macabri nella loro esecuzione, scandisce i tempi di un’indagine che ha il sapore di una corsa contro il tempo per evitare che altri corpi continuino ad accumularsi tra le vittime di Vecna e per salvare i ragazzi di Hawkins che per la prima volta sono effettivamente tutti in pericolo: nessuno sa chi colpirà il mostro, per cui fermarlo diventa un urgenza anche prima che la sua attenzione sia catalizzata da Max (Sadie Sink). È stato molto bello vedere, una volta scoperte le circostanze innaturali della prima morte, tutti i protagonisti abbandonare quello che stavano facendo per riunirsi e organizzarsi per affrontare la nuova minaccia senza necessità che qualcuno di loro desse l’allarme o li chiamasse a raccolta: dà la sensazione di un gruppo ormai solido ed esperto, come ci si aspetterebbe dopo tanti anni a contatto con il soprannaturale, e ti fa sentire nelle mani sicure di chi sa cosa sta facendo. Non c’è spazio, qui, per le incertezze e i tentativi delle stagioni precedenti, ma ognuno dei protagonisti sa già cosa fare e come muoversi sulla base dell’esperienza acquisita, e insieme formano un gruppo veramente credibile nella lotta contro Vecna.

Un gruppo, tuttavia, ostacolato in tutti i modi anche dal mondo assolutamente umano che li circonda. Per la prima volta Hawkins diventa parte integrante del racconto, dal momento che, al contrario delle precedenti stagioni in cui l’azione si svolgeva per li più in segreto, qui la popolazione è molto ben consapevole degli omicidi fin dall’inizio – e agisce di conseguenza. È una sorta di personaggio collettivo, la città di Hawkins, che reagisce con l’irrazionalità e la semplificazione dettata dal caos e dalla paura cercando e trovando immediatamente un capro espiatorio su cui riversare la propria ansia, un capro espiatorio che, come si conviene, è identificato nell’underdog, l’outsider, insomma colui che non si conforma in tutto e per tutto agli standard considerati normali. Nella caccia all’uomo che si scatena contro Eddie riverberano le isterie del tutto reali contro i giochi di ruolo, l’horror e, successivamente, i videogiochi, accusati di veicolare messaggi satanici, collettivamente identificate nell’espressione “satanic panic“, un fenomeno esploso propri negli anni Ottanta e perdurante, in una certa misura, ancora oggi. Ho letto molto criticata questa storyline, eppure secondo me ha aggiunto molto alla serie (più di quanto abbia fatto quella che ha seguito Joyce al salvataggio di Hopper in Unione Sovietica, necessaria ma che non mi ha appassionato molto): finalmente in una serie ambientata in una cittadina entra di prepotenza anche la massa, una forza irrazionale che è tutto istinto, tutto reazione, tutto risposta immediata a uno stimolo improvviso senza che ci sia davvero spazio per la riflessione, il dibattito, le soluzioni ponderate. Al netto di Vecna, credo sia proprio questo l’elemento più terrificante della quarta stagione di Stranger Things, perché è l’unico davvero verosimile e credibile anche nella sua incarnazione nel personaggio di Jason, un depositato di questa carica che alla paura di fronte all’ignoto risponde immediatamente con la violenza e la distruzione di chiunque possa, per lui, rappresentare il sovvertimento del confortevole ordine in cui è nato e cresciuto.

Il finale di stagione è un lungo lungometraggio in cui tutte le storyline, che hanno proceduto per lo più parallele fino a questo momento, convergono nello stesso momento, ossia la battaglia finale contro Vecna combattuta su una moltitudine di piano di realtà diversi. È sicuramente il momento più emotivamente carico di tutta la stagione, in cui non solo avvengono le ultime rivelazione ma anche dove, inaspettatamente, i nostri eroi perdono: con la morte di Max il piano di Vecna ha successo e una colossale faglia nel centro di Hawkins apre un passaggio impossibile di chiudere tra l’Upside Down e il nostro mondo. “Inaspettatamente”, però, fino a un certo punto: nel momento in cui è stato rivelato il piano di Vecna ho immaginato che ci saremmo trovati in uno scenario alla Avengers: Infinity War, in cui è necessario perdere per mettere in piedi un atto finale dove, invece, trionfare contro il cattivo, ed è esattamente questo che accade in 4×09 – The Piggyback, in cui quasi tutto quello che può andare storto lo fa. Il ritmo, nel finale, non è sempre impeccabile, e complice anche la durata spropositata (perché non dividerlo in due episodi distinti?) a un certo punto si avverte un senso di stanchezza soprattutto durante i lunghi dialoghi espositivi tra Eleven e Vecna, fondamentali per finire di ricostruire tutti i retroscena ma che uccidono qualsiasi tensione dal momento che accadono nel bel mezzo dello scontro. È quindi un finale agrodolce quello che chiude la stagione, in cui alcuni momenti teneri ammorbidiscono il dolore per le perdite subite e la delusione per una battaglia perduta che ha scatenato un’apocalisse su Hawkins, dove ha già iniziato lentamente a riversarsi l’Upside Down; ora che tutte le carte sono scoperte mi aspetto una quinta stagione con ancora più azione e in cui Will torni a ricoprire un ruolo di primo piano, visto che dimostra di riuscire ancora a sentire la presenza del Mind Flayer, ma mi aspetto anche una serie di episodi molto più tragici dal momento che dubito porteranno tutti a casa la pelle. Ma su questo spero, anzi, imploro di sbagliarmi: non sono un fan dei personaggi uccisi solo per shock value, e mi auguro che le inevitabili morti tra i protagonisti avranno tutte un senso e un significato.

Quindi, per chiudere questo articolo lunghissimo ma in cui non ho nemmeno lontanamente detto tutto quello che ci sarebbe da dire: la quarta stagione di Stranger Things per me ha un giudizio assolutamente positivo e dimostra come i Duffer Brothers, quando vogliono, sappiano scrivere una storia complicata ma dove tutto, a un certo punto, ha un senso. Mi ha divertito l’atmosfera sinistra dei primi episodi e mi ha commosso l’attenzione dedicata a un approfondimento dei personaggi che finalmente mette della carne sulle nude ossa anche di chi, fino a questo momento, era identificato solo dal ruolo che ricopriva nella serie, come Will: l’argomento della sua omosessualità ancora celata a tutti è trattato in maniera non esattamente sottile, ma funziona abbastanza per costruire un personaggio che fa i conti con la propria diversità in un mondo che è ancora ben lontano dall’accettarla e permette di approfondire il rapporto del ragazzo con il fratello Jonathan. Sarà una lunga attesa, temo, quella per la quinta stagione, ma sono sicuro che ne varrà la pena e sarà un evento da celebrare per salutare degnamente uno dei più grandi successi di Netflix. E per carità, fate dei capelli decenti a quei poveri ragazzi, non si possono vedere conciati in quel modo!

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I precedenti capitoli di Stranger Things:

8 pensieri riguardo “Stranger Things – Stagione 4

  1. Purtroppo ci ho provato a guardarlo ma mi è calata la palpebra a ripetizione. Eppure ero curioso ma ho visto il primo episodio (forse anche il secondo) della prima stagione ma poi ho mollato.

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    1. Da quello che ricordo della prima stagione (sono passati sei anni e non l’ho rivista, per cui magari mi sbaglio eh) l’inizio è piuttosto lento, sebbene ci fossero cose che su di me hanno fatto presa subito. E’ anche molto diseguale, con alcune storie (tipo quella di Nancy e Steve) che definirle poco interessanti è davvero un eufemismo. Questo per dire che ti capisco, ci sta che possa non averti preso; io stesso non mi sono strappato i capelli per l’entusiasmo mentre la guardavo, anche se tutto sommato mi è piaciuta.

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    1. Oddio, rilassante non saprei… è vero che ormai sono tutti personaggi che conosco e amo, per cui ritornare da loro è come incontrare delle persone a cui vuoi bene, ti sono simpatiche e con cui stai bene in compagnia, per cui mi fa sentire molto a casa.

      Ho avvertito stanchezza solo in alcuni momenti del finale; per il resto anche io l’ho visto senza problemi e anzi, mi volavano via! Ho letto che la prossima stagione dovrebbe avere episodi di durata normale tranne l’ultimo: i Duffers hanno promesso un finale alla Ritorno del Re!

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      1. Ahahah, ma infatti mi sa che sono strana io!😅
        Ci spero che sia un finale alla Ritorno del Re: già c’è stato quel momento di Hopper con la spada, dove quasi mi sono sorpresa che non si sia girato e abbia detto: “Per Frodo!”🤣

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