20th Century Ghosts, di Joe Hill

Puntuale come le tasse arriva il post su un libro di Joe Hill, uno all’anno con la stessa precisione con cui mi scade il contratto di lavoro alla fine di Giugno. Non è un metodo che ho scelto io, e di questo passo non sarò mai in pari con le cose che ha scritto, ma è come una scadenza involontaria che debba leggere solo un suo libro all’anno, complice il fatto di non trovarli così spesso in libreria: Hill non è, purtroppo, disperatamente famoso come il suo illustre genitore, per cui trovare un suo libro in vendita da qualche parte è sempre un piccolo evento che cerco di non lasciarmi mai scappare. Quest’anno, complice l’uscita al cinema di Black Phone, tratto dall’omonimo racconto contenuto in questa raccolta, è stato riedito 20th Century Ghosts, il debutto di Joe Hill, con il trucco di marketing di modificare il titoli dandogli quello del film in modo da richiamare, immagino, più lettori possibile.

20th Century Ghosts è una raccolta di 15 racconti – più precisamente 14 storie brevi e una novella – ma nonostante il titolo ci sono molto pochi fantasmi a popolare le pagine del libro; questo in sé non è un difetto, ma a me piacciono molto le storie di fantasmi e ammetto di essermi sentito in qualche modo vittima di pubblicità ingannevole. Non si tratta nemmeno di una raccolta interamente horror, nonostante così sia stata pubblicizzata, dal momento che al suo interno c’è spazio anche per il fantasy, il weird, il dramma famigliare e la fantascienza; insomma, c’è un po’ di tutto in 20th Century Ghosts, e se da un lato potrebbe apparire una raccolta senza una direzione ben precisa, quasi un contenitore in cui inserire qualsiasi cosa, dall’altro è un’ottima introduzione al suo autore e un modo per avere un assaggio di tutte le sfumature di cui è capace. È come un gran buffet, in cui magari riempi il piatto con tutto quello che c’è per scoprire cosa sia effettivamente di tuo gusto prima di gettarti sulle portate principali, vale a dire i romanzi.

Proprio questo eclettismo nella scelta degli argomenti e delle atmosfere dimostra secondo me come il libro non sia nato con una precisa idea editoriale in mente, ma sia come scaturito dalle mani del suo autore per via del suo bisogno di raccontare. Mai come in questo caso mi è sembrato di assistere al lavoro di uno scrittore che semplicemente si mette al lavoro per dare forma e corpo a una storia che ha nel cuore, qualsiasi essa sia e ovunque lo condurrà, senza preoccuparsi della forma finale del libro. Si respira, in 20th Century Ghosts, il piacere del raccontare, il gusto di dare vita a dei personaggi e vedere come si comporteranno, il divertimento, a tratti macabro e perverso, di costruire universi di depravazione da mettere in moto o personaggi incredibilmente umani da studiare e farti amare; c’è la passione, insomma, tutta la passione per la scrittura che porta una persona ad impugnare una penna e dedicarsi giorno dopo giorno a questa professione così logorante e solitaria, e solo per questo il valore del libro è enorme.

Se un filo conduttore è necessario, però, si può cercare tra i protagonisti delle storie, quasi tutti adolescenti. Hill costruisce una galleria di bambini e ragazzi – tutti maschi, ora che scorro l’indice del libro – smarriti, alla deriva, abbandonati a loro stessi anche nelle rare volte in cui si trovano all’interno di un contesto famigliare funzionante; è uno sguardo insieme disincantato e tragico quello che rivolge all’infanzia, che nelle pagine del libro non ha nulla di idealizzato o sereno ma al contrario è il terreno più fertile per la violenza, il trauma e la sofferenza, esplorati in tutte le loro forme. Ben poco aiuto viene fornito a questi personaggi, ma lo sguardo di Joe Hill è sempre di comprensione e di partecipazione, non c’è mai un giudizio negativo nemmeno quando le loro azioni sono terribili quanto, piuttosto empatia e vicinanza; in questo somiglia molto alla poetica di suo padre, che ha saputo popolare molti dei suoi romanzi di bambini e ragazzi rendendoli spesso alcuni dei suoi personaggi migliori, e ha saputo raccontare e parlare di infanzia e adolescenza molto più in profondità e molto meglio di tanti altri autori non di genere.

Nonostante la sua natura di debutto porti necessariamente ad alleggerire il giudizio e alcune storie siano effettivamente molto belle, devo dire che non si tratta, comunque, del mio libro preferito di Joe Hill. Alcune storie avrebbero potuto essere più sviluppate, e alcune sembra siano state chiuse troppo velocemente senza avere ben chiaro cosa volessero dire, lasciando una dolorosa sensazione di potenziale sprecato al termine della lettura. Ho trovato A Tutto Gas una raccolta molto più compiuta, interessante e divertente da leggere, e ha senso che sia così dal momento che le sue storie sono state scritte più avanti e sulle spalle dei racconti di 20th Century Ghosts; tutto questo per dire, è un bel libro ma non un capolavoro, come è logico che sia la prima fatica letteraria di un qualsiasi autore.

Come di consueto quando si parla di racconti, di seguito due parole di commento sulle mie storie preferite della raccolta.

Un Fantasma del Ventesimo Secolo. Secondo racconto della raccolta e l’unico ad essere effettivamente una ghost story – per quanto particolare. Alec è un giovane ragazzo allo sbando dopo aver saputo della morte del fratello nel Sud del Pacifico; bighellonando tra i vicoli si infila in un cinema dove, mentre scorre la pellicola di Fantasia, si accorge di essere seduto accanto al fantasma di una ragazza rapita dalle immagini sul grande schermo. La prima storia che ho scelto non è una storia horror, dal momento che non vuole generare paura o tensione; al contrario, è un racconto molto nostalgico in cui il passato di un personaggio è rievocato indorato dalla dolce luce del ricordo. L’elemento soprannaturale, in questo modo, è solo un’aggiunta per dare personalità a una vicenda che, a conti fatti, potrebbe reggersi in piedi anche senza: lo spettro di Imogene, così amante del cinema da averlo eletto come luogo in cui trascorrere la propria eternità, è metafora del cinema e della cinefilia, una passione, come dicevo prima riguardo la scrittura, che consuma e che ti spinge a dedicarvi la vita in un modo o nell’altro. Si respira un’aria quasi alla Ray Bradbury, se vogliamo, ma ti lascia con il benessere di una passione in grado di legare le persone attraverso lo spazio e il tempo compiendo piccoli e grandi gesti di solidarietà

Pop Art. Questo è un piccolo gioiello surreale. Il protagonista racconta la sua amicizia con Art, un ragazzino affetto da una strana sindrome che lo rende gonfiabile: è a tutti gli effetti una specie di palloncino a forma di bambino, con tutte le complicazioni del caso. Nonostante il suo handicap, Art è un ragazzino intelligente, gentile e pieno di voglia di vivere, e l’amicizia con il protagonista, intento a costruirsi volutamente una pessima reputazione, finisce per arricchire molto entrambi finché Art capisce, dal momento che non riesce più a restare gonfio, che il tempo a sua disposizione è agli sgoccioli. È una storia molto agrodolce, che al di là dell’elemento weird racconta la fortissima amicizia tra due bambini di cui uno gravemente malato, e la cui malattia lo rende bersaglio del bullismo dei suoi coetanei – e non solo, dal momento che anche il padre del protagonista fa di tutto per rendere ad Art la vita insostenibile. Il finale è molto poetico, ma rimane comunque la storia più drammatica di tutta la raccolta.

Il Canto della Locusta. Kafka incontra la fantascienza anni 50: Francis è un ragazzo che una mattina si sveglia e scopre di essersi trasformato in un gigantesco insetto. Spaventato fugge nella discarica, dove riflette sul sole che, dalla sua finestra, vedeva sorgere in piena notte e della possibilità che possa aver innescato la sua mutazione; finisce nel sangue. Al contrario dei due racconti precedenti, questo è deliziosamente truculento, un monster-movie narrato dal punto di vista di un mostro che si trova suo malgrado a ricoprire quel ruolo. C’è una critica e una denuncia agli esperimenti nucleari, e si respira l’ansia tutta post-bellica sugli effetti mutageni che le radiazioni possono avere sull’uomo. È sicuramente datato, ma come immersione nelle ansie di un altro periodo storico è molto ben riuscito, e inoltre è molto disgustoso e divertente.

I Ragazzi Van Helsing. Maximilian e Rudolf sono i figli del celebre Abraham Van Helsing, fuggito negli Stati Uniti dopo alcune controversie e ancora dedito alla caccia ai vampiri. I bambini crescono con il terrore del padre, un uomo duro e violento, che un giorno prende una decisione: è il momento che i figli abbiano la loro iniziazione alla professione di cacciatori. Questo è uno dei miei preferiti della raccolta: Joe Hill reinterpreta il personaggio di Van Helsing mettendo in discussione il suo ruolo in Dracula: e se la caccia ai vampiri fosse solo la fissazione di una mente malata? Il racconto non prende posizione ma si limita a instillare il dubbio, giocandoci con i personaggi di Maximilian e Rudolf, costretti, a un certo punto, a prendere una decisione sul proprio futuro e nei confronti del padre. Anche questo è violento e con ben pochi spiragli di luce in fondo al tunnel, ma è un modo molto affascinante per tenere vivo e attuale uno dei personaggi più iconici della letteratura gotica, che a distanza di duecento anni dimostra di poter dire ancora qualcosa di interessante.

Il Mantello. Quando ho letto il titoli ho avuto un flashback su Dino Buzzati, ma qui siamo in tutt’altro territorio. Da bambino Eric, giocando il fratello, sale sul ramo di un albero che si spezza, ma invece di precipitare immediatamente rimane a galleggiare a mezz’aria grazie alla federa che porta legata al collo; quando il nodo di scioglie, Eric precipita e si rompe tutto. A causa di questo avvenimento la sua vita va alla deriva finché molti anni dopo, frugando tra le cianfrusaglie in casa della madre, ritrova la sua vecchia federa; ma avrà ancora il suo antico potere? Il Mantello è, in un certo senso, la origin story di un supereroe, dal momento che ci presenta un protagonista con il potere di volare – un potere non suo ma conferito dal mantello, ma comunque un superpotere. Hill racconta però cosa accadrebbe se un grande potere finisse tra le mani di qualcuno senza morale e senza umanità: non è più il momento degli eroi, sembra dirci Hill, ma dei villain, degli uomini che usano i propri poteri per vendetta e desiderio di supremazia. Non è certo l’unico a proporre questa visione, The Boys sta avendo un gran successo proprio grazie a questo concept, ma qui la svolta cinica è talmente improvvisa da toglierti il terreno sotto i piedi portandoti a rileggere tutte le azioni di Eric fino a quel momento. Anche questo è molto bello.

L’Ultimo Respiro. Come Pop Art, anche questo è piuttosto strano. Una famiglia arriva in visita nel museo del dottor Alinger, dove conserva l’ultimo respiro di centinaia di persone, famose o no. In questo caso la forza del racconto è tutta nell’idea, nella costruzione di un museo dove custodire qualcosa di così naturale e, al tempo stesso, morboso come l’ultimo respiro di una persona in punto di morte. L’atmosfera è tutto, spettrale e affascinante al tempo stesso, uno strano sogno a occhi aperti in cui lasciarsi guidare dal cadaverico dottore.

La Maschera di mio Padre. Anche questo è molto strano. Jack è in macchina con i genitori diretto verso una baita, in fuga da misteriose carte da gioco viventi – o forse no. Una volta arrivati Jack scopre che la casa è tappezzata di maschere, e i genitori lo istruiscono sul fatto di indossarne una e non toglierla mai per non farsi trovare dalle carte; mamma e papà stessi indossano una maschera, e da quel momento iniziano a comportarsi in modo – ancora più – strano. Uscito di casa Jack si perde nel bosco intorno alla baita, e incontra due strani bambini che lo coinvolgono in un gioco di carte dalle regole non definite. Questo racconto è estraniante, non c’è altra definizione: sembra un misto di Alice nel Paese delle Meraviglie con un pizzico di Lynch e, in sottofondo, la colonna sonora di Eyes Wide Shut. Se questo racconto lo prendesse in mano un regista capace potrebbe diventare qualcosa di davvero disturbante, e onestamente mi piacerebbe da morire. Non ci sono punti di riferimento, non è chiaro nulla, in nessun momento si capisce cosa stia succedendo, cosa sia reale, cosa sia inventato e cosa sia immaginato; insomma, non si capisce niente però è bellissimo!

Ricovero Volontario. La novella che chiude 20th Century Ghosts è un racconto molto più realistico, finché l’elemento soprannaturale non emerge nel finale per dare una svolta unica al racconto. Nolan è il tipico protagonista di questa raccolta, un adolescente problematico affiancato dalla presenta tossica di Eddie, il suo miglior amico. Un giorno Nolan ed Eddie compiono un gesto irreparabile, e sebbene tutto passi sotto silenzio la situazione non sfugge a Morris, il fratellino di Nolan con ritardo cognitivo. Morris passa il tempo a costruire complesse architetture in cantina con gli scatoloni, e un giorno le usa per risolvere definitivamente il problema del fratello. Ammetto di aver visto arrivare la svolta soprannaturale molto prima che si verificasse, ho pensato “non sarebbe bello se…” e puntualmente è accaduto; curiosamente però non mi ha dato fastidio, anzi. Anche Ricovero Volontario è un racconto molto cupo e molto crudo, in cui la realtà quotidiana dei ragazzi è riportata senza idealizzazioni e senza nascondere nulla della violenza, fisica e psicologica, cui sono sottoposti e si sottopongono a vicenda; a un certo punto, però rischia di essere quasi troppo crudo, ed è in quel momento che entra in scena la magia. Una magia che non ha nulla di fantastico o fiabesco, ma che invece sembra collegare questo racconto agli strani poteri che hanno i protagonisti di NOS4A2, capaci di piegare la realtà pagando però sempre un prezzo salato. Ricovero Volontario sa essere molto doloroso, però ti affezioni ai personaggi in un attimo e la curiosità di vedere come si conclude la storia ti impedisce di mettere giù il libro finché non hai letto il finale. Davvero un modo eccellente di concludere la raccolta.

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Le altre cose scritte da Joe Hill:

4 pensieri riguardo “20th Century Ghosts, di Joe Hill

  1. Non ho ancora letto nulla di Hill, pur avendo letto tutto di King. È strano, forse ho paura di rimanere deluso, non so. Cercherò di rimediare, anche se poi è pure sbagliato andare a cercare il padre nella scrittura del figlio, credo…

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    1. Il nome di Stephen King è talmente ingombrante da rischiare di creare aspettative fuori scala, ma in realtà la poetica e lo stile di Joe Hill sono così diversi da quelli del padre di non correre il rischio di sovrapporli.
      Io lo consiglio sempre, perché mi sembra uno scrittore molto valido, pur non essendo al livello di Stephen King che è difficilmente raggiungibile; per iniziare secondo me A Tutto Gas è un buon punto, anche migliore di questo.

      Piace a 1 persona

      1. Dalla recensione avevo intuito… però hai fatto bene a dirmelo perché almeno me lo segno e vedo di recuperarlo. Peraltro, come scrivi, i suoi libri non sono facilissimi da recuperare, tanto che le prime edizioni, anche recenti, salgono subito di valore nell’usato.

        Piace a 2 people

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