MerMay #7: Sirene vere e dove trovarle

Se sei mai andato a Modena in corriera sai che il percorso più diretto per arrivare in centro è la lunga e dritta via Emilia, che attraversa l’intera città da ovest a est. Io ho fatto questa strada per anni, quando frequentavo l’università, e camminando con lo zaino a tracolla sono passato infinite volte davanti al Palazzo dei Musei, un grosso e severo edificio di mattoni che all’interno, per quel poco che mi è capitato di vedere, è se possibile ancora più intimidatorio. Fondato nel 1871 da Carlo Boni, al quale oggi è intestata una biblioteca universitaria che mi ha più volte salvato la vita quando ogni altra speranza sembrava ormai estinta, tra le sue sale conserva un patrimonio culturale enorme, di carattere archeologico, artistico ed etnologico, riunendo opere e manufatti provenienti da ogni parte del mondo dal Paleolitico fino a giorni nostri. Perdersi tra i suoi corridoio e le se stanze deve essere molto affascinante, soprattutto perché ti può capitare di imbatterti in un reperto molto particolare, uno degli esemplari meglio conservati di uno tra gli ibridi più famosi al mondo: al Museo Civico di Modena è conservata una sirena delle Figi

La sirena di Modena

La sirena è una piccola creatura mummificata lunga una trentina di centimetri, in posizione prona come se si stesse trascinando con le mani, dotate di lunghi artigli; il volto mostruoso è solcato da profonde rughe d’espressione che le danno un tono minaccioso, le labbra ben delineate sono aperte per mostrare due file di denti acuminati mentre gli occhi sono perfettamente circolari, con le orbite in rilievo, ma vuoti. Il corpo è essiccato, a ricordare quello di un animale mummificato, ha le costole sporgenti e la pelle brunita, mentre l’estremità posteriore è quella di un pesce dal colore grigiastro. Il grottesco esemplare, databile intorno alla metà del XIX secolo quando esplode la passione per questo genere di cimeli, arriva a Modena intorno al 1875, donato dal nobile modenese Pietro Sghedoni a Carlo Boni in persona, corredato da una serie di articoli di giornale che raccontavano il recupero di altre sirene nel mare della Cina come a volerne supportare l’autenticità; Boni, tuttavia, non si lascia prendere in giro, dal momento che nel suo rapporto la descrive come 

imitazione, forse fatta da mano indiana, del noto mostro favoleggiato dai nostri poeti classici e naturalisti poeti. 

Carlo Boni

La sirena modenese però non è che uno delle centinaia di esemplari che hanno girato il mondo nel corso dell’Ottocento, quando la curiosità e l’interesse verso questi piccoli ibridi umanoidi raggiunse il culmine, spingendo ovviamente lo spregiudicato imbonitore alla ricerca di un facile guadagno a sfruttare questa macabra moda per spillare quattrini a creduloni e persone alla ricerca di divertimento. Non solo carcasse di sirene, ma anche sedicenti fate, demoni e draghi iniziano rapidamente a invadere circhi e musei in questo periodo caratterizzato da un rinnovato interesse verso l’occultismo, la magia e il soprannaturale, piccole mummie mostruose esposte con gran fragore mediatico e con frequenza sospetta se consideriamo che tali creature, in realtà, non dovrebbero esistere. La prima volta che in occidente si sente parlare di una sirena mummificata avviene proprio per merito, si fa per dire, di uno di questi impresari, tristemente famoso per il cinismo con cui, nella sua carriera, ha sfruttato persone con particolari condizioni genetiche, difetti fisici e malattie trasformandoli in fenomeni da baraccone: Phineas Taylor Barnum

P.T. Barnum

Nato nel 1810 a Bethel, nel Connecticut, Barnum diventa famoso a trent’anni per aver inaugurato l’American Museum a New York, un luogo diventato rapidamente popolarissimo per le sue attrazioni al tempo stesso bizzarre ed educative, sebbene non sempre storicamente o scientificamente valide. Il museo sopravvive per vent’anni prima di essere bruciato per ben due volte costringendo Burnam a chiuderlo definitivamente per darsi alla carriera da circense: nel 1872 rileva infatti il circo fondato da Don Castello e William Cameron, lo rimette a nuovo con una generosa iniezione di contanti e lo ribattezza “P.T. Barnum’s Great Traveling Museum, Menagerie, Caravan, and Hippodrome”. Il circo di Burnam offre uno spettacolo immenso, pubblicizzato come “The Greatest Show on Earth”, che combina tutti gli elementi – come da titolo – del museo, della performance, del varietà e del circo. Soprattutto, come già accennato, il circo diventa presto oggetto di controversie e polemiche per lo sfruttamento di persone deformi e con patologie fisiche e mentali, un vero e proprio freak show che esibisce queste persone per suscitare l’orrore e la meraviglia del pubblico pagante. 

La sirena di Barnum

Ma facciamo un passo indietro, prima di questa storiaccia del circo, e torniamo al museo dove al massimo si sfruttava la creduloneria del pubblico senza fare davvero del male a nessuno. Nel 1842 New York è in fermento, e tra le strade si sussurra che all’American Museum stia per arrivare qualcosa di straordinario dall’estremo oriente, qualcosa di mai visto: una vera sirena, pescata nel sud del Pacifico vicino alle isole Figi. Il chiacchiericcio è tale che quando il dr. J. Griffin, del Lyceum di Storia Naturale Britannico, giunge al museo l’ingresso è affollato da giornalisti che chiedono di vedere finalmente l’oggetto di tanta meraviglia. Griffin si scherma, resiste, fa un po’ di scena e poi cede, mostrando rapidamente alla folla il piccolo mostriciattolo mummificato che Barnum vuole acquistare; dopo questa specie di teaser, il dottore sparisce dentro al museo, mentre i giornalisti tornano nelle rispettive redazioni convinti di aver visto una vera sirena e pronti a versare fiumi di inchiostro su quella rivoluzione della storia naturale. C’è da dire che i giornalisti presenti alla scena non sono esattamente entusiasti di quanto hanno visto, dal momento che invece della bellissima dama del mare che apparirà anche nelle pubblicità del museo si trovano di fronte a una piccola creatura rinsecchita; scrivono i giornali: 

… la vista della “meraviglia” ci ha derubato per sempre – non parleremo mai più, neppure per gentilezza, della bellezza della sirena, né corteggeremo una sirena nemmeno in sogno, perché la signora delle Fiji è la vera incarnazione della bruttezza. 

Il Corriere di Charleston

La sirena di Barnum sopravvive oggi solo in un’illustrazione fatta da Barnum stesso, che ritrae una creatura eretta e appoggiata sulla coda; il volto scimmiesco è contratto in una smorfia mostrando i denti aguzzi, mentre le mani artigliate sono accostate al volto. Nelle parole del suo custode: 

un brutto esemplare rinsecchito, dall’aspetto nero e minuscolo… le braccia sollevate, che lo facevano apparire come se fosse morto dopo una lunga agonia.

Phineas Taylor Barnum

Uno spettacolo da non perdere, insomma. 

Nei giorni seguenti, prima di approdare definitivamente al museo dove abiterà fino agli incendi che lo divoreranno, la sirena viene esposta alla Concert Hall di Broadway, dove Griffin in persona disserta sulla sua scoperta con argomentazioni quantomeno stravaganti, del tipo: se di ogni essere vivente terrestre esiste una controparte marina, come i cavallucci marini, i leone marini e i pescecani, perché non dovrebbero esistere degli esseri umani marini? Discorsi di questo tipo non dovrebbero stupire, se consideriamo che né il dottor J. Griffin né tantomeno il Lyceum di Storia Naturale Britannico esistono: Griffin è probabilmente nient’altro che un collaboratore di Burnam che mette in scena un copione ben pianificato e progettato per fare indirettamente pubblicità alla nuova attrazione e generare curiosità tra le gente, mentre la qualifica di “dottore” e l’istituto per cui, secondo quanto afferma, lavora sono stati inventati con l’unico scopo di dare credibilità al suo personaggio e al suo reperto. Barnum stesso, ovviamente, è perfettamente consapevole della natura contraffatta della sua sirena, eppure la truffa ha successo e per tutta la sua permanenza nel museo l’esposizione attira decine di migliaia di visitatori

L’unico elemento credibile della storia confezionata da Barnum riguardo la sirena è la sua provenienza dall’estremo oriente. Secondo il racconto dell’uomo, infatti, la sirena sarebbe stata acquistata nel 1822 dal capitano americano Samuel Barrett Edes da alcuni marinai giapponesi; in questo momento storico il Giappone è recluso un feroce isolamento autoimposto, che se da un lato ha mantenuto intatta la sua cultura dalle influenze del resto del mondo dall’altro ha reso il Paese del Sol Levante terra di leggende e tradizioni ammantate di mistero. Tipici della cultura giapponese sono gli yokai, termine molto generico che indica un qualsiasi tipo di entità soprannaturale, venerati nei templi scintoisti dove manufatti come le ningyo (sirene) sono molto comuni ancora oggi. Le rappresentazioni delle ningyo giapponesi sono tradizionalmente erette sulla curva della coda e con le man accostate al volto, a ricordare il soggetto del quadro L’Urlo di Munch, e conobbero un’impennata nella loro popolarità verso la fine del Settecento, quando è presumibile che i commercianti olandesi, una delle poche nazioni con cui il Giappone aveva relazione internazionali, ne siano entrati in contatto, probabilmente nel porto di Nagasaki. Da quel momento iniziano a moltiplicarsi le storie di pescatori che affermano di aver recuperato i corpi di sirene, mentre repliche delle ningyo iniziano ad apparire sempre più frequentemente anche al di fuori del Giappone, seguendo l’evolvere delle mode e del gusto; non è difficile tuttavia distinguere gli originali giapponesi dalle copie fabbricate ad hoc per essere vendute in occidente, dal momento che i primi hanno una postura eretta sulla coda, come la sirena di Barnum, mentre le seconde sono generalmente in posizione prona, come la sirena di Modena e tutti gli esemplari oggi più frequenti nei musei, la cui somiglianza reciproca tradisce la loro natura di prodotti in serie

Il tritone dell’Horniman

Ma come si fabbrica una sirena delle Figi? La domanda, in realtà, è molto meno banale di quanto sembri, e per trovare una risposta sono state analizzate due diverse sirene, quella conservata all’Horniman Museum & Gardens di Londra e quella del Buxton Museum and Art Gallery, a Buxton in Inghilterra, entrambe provenienti dalla medesima collezione, quella del Wellcome Historical Medical Museum di Sir Henry Wellcome, aperto nel 1913. Sir Wellcome desiderava creare un “Museo dell’Uomo”, e nel corso della sua vita ha messo insieme una wunderkammer di tutto rispetto ammassando più un milione di reperti principalmente di carattere etnografico; questa curiosità nei confronti delle espressioni culturali umane spiega perché, nel corso dei suoi acquisti, arrivò a comprare ben tre sirene delle Figi, senza contare, ovviamente la sua passione per la mitologia e il folklore.

La sirena dell’Horniman, che di fatto è un tritone, dal momento che si parla di merman, è di tipo prono, ed è molto simile a quella conservata al Museo di Modena. Inizialmente ritenuto una scimmia impagliata attaccata alla coda di una sirena, un esame più approfondito rivela falsa questa ipotesi dal momento che la dentatura è diversa da quella dei primati ma assomiglia di più a quella di una specie di pesci, i labridi, mentre il torso si è rivelato contenere fibre di cartapesta; l’unica parte del tritone a essere effettivamente quello che sembra è la coda, probabilmente di una carpa, ma qualsiasi esame del DNA è stato reso impraticabile dal deterioramento dei campioni. Attraverso radiografie ai raggi X e tomografie computerizzate (espressione che ho scoperto scrivendo questo articolo), si è potuto risalire al metodo di costruzione: per prima cosa con due pezzi di legno inchiodati perpendicolarmente si sono fabbricati il torso e le spalle, mentre in un incavo intagliato nel torso si è sistemato il pezzo per il collo; due pioli, probabilmente di bambù, tengono il collo in posizione. Un solco orizzontale nella sezione posteriore del torso accoglie invece la colonna vertebrale di filo di ferro, che prosegue incurvandosi fino alla coda. Uno strato di tessuto, probabilmente fissato con della colla, è arrotolato intorno al torso di legno, mentre all’altra estremità un pezzo di legno a forma di freccia è attaccato al filo di ferro, forse per impedirgli di bucare la pelle del pesce e per dare forma alla coda. In cima alla stoffa si trova uno strato di materiale simile alla creta, mentre un buco in cima al collo offre un punto di ancoraggio a un pezzo di corda che ingrossa la testa – e inavvertitamente, ai raggi X, produce una struttura simile a un cervello. La struttura delle braccia e delle mani è formata da filo di ferro, mentre ulteriore stoffa è utilizzata per riempire lo spazio tra il corpo e la coda che, come accennato, apparteneva probabilmente a una carpa, decapitata all’altezza delle branchie e privata di viscere e muscoli. L’interno della pelle è stato poi trattato con conservanti, e successivamente riempito di stoffa per dargli la forma prestabilita. La testa e il torso sono infine stati scolpiti per realizzare i lineamenti e le ossa, completando il tutto con l’inserimento nella bocca della mandibola e mascella del labride

La sirena del Buxton

La sirena del Buxton, invece, è del tipo eretto, in equilibrio sulla curva della coda, con le mani posizionate in maniera tale, intorno alla testa, da far credere che reggessero, originariamente, uno specchio e un pettine. Questo esemplare non è particolarmente ben conservato: la superficie è sporca e polverosa, e sembra che a un certo punto sia stato esposto vicino a un fuoco dal momento che presenta tracce di affumicamento; questo fa sì che si tratti di un reperto oggi molto fragile, difficile da maneggiare senza danneggiarlo irreparabilmente. In questo caso, per la costruzione del torso si è ricorso a un’armatura di filo di ferro e legno con un’imbottitura di materiale fibroso; le spalle e la colonna vertebrale sono di legno inchiodato insieme, mentre le costole sono formate da altro filo di ferro. Le braccia e le mani sono fatte di legno intagliato, mentre le unghie sono probabilmente di madreperla e i denti di osso scolpito. Dalle spalle parte un collo di legno su cui è infilata la testa, assicurata alle spalle da filo di ferro; proprio la testa è l’elemento che ha ricevuto la maggiore attenzione, vista la ricchezza di dettagli e la diversità dei materiali utilizzati. Un singolo filo di ferro percorre tutto il corpo dalle spalle alla punta della coda, creando una forma incurvata; la coda, anche in questo caso di un vero pesce, è riempita di stoffa o carta. Completano il tutto dei capelli umani, di un singolo donatore, di colore castano chiaro. 

Insomma, quale sia la loro origine le sirene delle Figi sono ben lontane dall’ibrido scimmia-pesce come sono spesso semplicisticamente state definite, e ancora di più lo sono dall’essere autentiche signore del mare. Piuttosto costituiscono i suggestivi resti di una cultura troppo complessa e diversa per poter essere compresa appieno nel momento in cui ne siamo entrati in contatto, lasciandoci attrarre unicamente dai suoi aspetti più folkloristici e di facile assimilamento, oppure di lavori di raffinato artigianato messi al servizio di truffe ordite da uomini senza scrupoli. Ancora più di questo, però, le sirene delle Figi sono testimonianza del gusto e dell’immaginario di un’epoca, quando il mondo era ancora ricco di mistero e bastava una creaturina impagliata per stimolare la meraviglia delle persone; allo stesso tempo sono ancora oggi la misura del nostro desiderio di vedere le fiabe realizzarsi, del nostro inesauribile bisogno di credere che là fuori ci sia ancora qualcosa di sconosciuto, di fantastico, che ci siano ancora imprevedibili spazi bianchi sulla mappa dove sirene, draghi e fate vivono tuttora indisturbati in attesa solo di essere scoperti e ammirati con stupore e fascinazione. 

MerMay

13 pensieri riguardo “MerMay #7: Sirene vere e dove trovarle

    1. Io li conoscevo per sentito dire, sapevo esistessero ma non avevo mai approfondito cosa fossero o quale fosse la loro storia, fino adesso; diciamo che ho colto l’occasione per studiare una cosa che ho sempre trovato molto affascinante!

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      1. Sì per certi versi ricorda la questione delle reliquie nel medioevo, anche lì legate a storia che incontra la leggenda (Odifreddi direbbe tranquillamente “favola”) e anche in quel caso generatrice di un traffico poco edificante

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  1. Che spettacolo! 😂 L’unico “reperto” di questo tipo che ho visto era al Museo Nazionale di Copenhagen (e ci può stare, considerando che una delle attrazioni principali della città è la statua della Sirenetta). Ora però credo sia a Helsingor. Un mio amico si chiedeva se fosse vera…

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  2. I creduloni rappresentano una potenziale forma di reddito infinita. Pensa che un americano che era in università con me ai tempi del Nebraska stava per dare 300 dollari ad un tizio su craig’s list a detta sua per acquistare un drago quando si vedeva chiaramente dell’annuncio che era un fotomontaggio di una specie di lucertola con le ali. Assurdo che, nonostante fosse una palese truffa, lui voleva tentare la fortuna lo stesso. Ce n’è voluto per convicerlo che l’unica cosa magica che avrebbe ottenuto con quell’acquisto sarebbe stata la sparizione dei suoi soldi.

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    1. Pazzesco, è peggio delle persone che cascano nelle truffe telefoniche o per mail, che se non sei abbastanza attento potrebbero sembrare vere. Ma un drago!
      Ma sai cosa? Capisco credere a una cosa del genere nell’Ottocento dove tra la gente comune la cultura, magari, era quella che era e non si sapeva di storia naturale quanto si conosce oggi, ma se nel 2000 caschi ancora per una truffa così sfacciata allora secondo me te lo meriti, e chi la ordisce fa bene a fregarti!

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      1. Madonna, non ci volevo credere, pensavo scherzasse… diceva cose tipo “vabbè, magari non sputa fuoco ma può essere un animale raro”. Questo frequentava un’Università da circa 15.000 dollari l’anno, santa pazienza.

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      2. La cosa spaventosa è che con un’Università di questo livello come minimo ce lo ritroveremo in qualche posizione importante, magari a reggere in qualche modo le sorti almeno del suo Paese… santo cielo!

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      3. Porta conigli a cui attacca corni di plastica in ufficio vantandosi di aver scoperto una nuova specie animale

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  3. Il mito della Sirena delle Figi mi ha sempre divertito. Tralasciando che era una strana usanza, ma era davvero un periodo molto interessante, dove si era sempre alla ricerca di qualcosa di nuovo e queste “scoperte” erano viste con interesse. Ovviamente c’era chi stava attento a queste truffe. Mi ricordo con divertimento che all’inizio l’ornitorinco venne trattato come un falso per la sua strana forma.

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    1. E’ quasi più improbabile l’ornitorinco che una sirena, come animale, in effetti!
      A me affascina anche molto quest’epoca in cui tutto poteva essere preso per vero: ti mostrano una sirena o una fata e la tua reazione è “yeah, why not?”. Ovviamente è sintomo di una grande ignoranza, ma c’era una capacità di meravigliarsi di fronte alle cose che oggi un po’ si è persa.
      La sirena delle Figi è anche al centro di un libro che sto leggendo e di cui speravo di parlare, ma temo non farò in tempo a finirlo: The Mermaid and Mrs. Hancock.

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