MerMay #3: Splash – Una Sirena a Manhattan

Eccoci alla prima delle numerose rivisitazioni de La Sirenetta (l’ho detto che salterà fuori spesso) con un film del 1984 di cui non ricordavo assolutamente nulla: so di aver visto Splash – Una Sirena a Manhattan da piccolo, e mi ricordavo alcune scene come Madison nella vasca da bagno o quando mangia l’aragosta al ristorante, ma per il resto buio totale. Ho quindi colto la palla al balzo per colmare questa lacuna e in definitiva sì, è stato carino, ma assolutamente nulla di eccezionale – sicuramente nulla che meritasse la nomination all’Oscar per la Miglior sceneggiatura originale; ma che, davvero?! Allora veramente vale tutto!

Cape Cod, anni Sessanta: mentre è in vacanza con la famiglia il piccolo Allen si tuffa nel mare dal traghetto e, prima di essere salvato dal padre, incontra una bambina sott’acqua. Vent’anni dopo il bambino è cresciuto (ora è interpretato da Tom Hanks) e per distrarsi dalla sua disastrosa vita sentimentale decide di tornare sulla penisola, dove finisce nuovamente in mare e viene nuovamente salvato, questa volta da una sirena (Daryl Hannah). Dopo aver scoperto da dove viene, la sirena raggiunge Allen a Manhattan e inizia una relazione con lui. Ma tra le ombre trama lo scienziato Kombluth (Eugene Levy), intenzionato a dimostrare al mondo l’esistenza delle sirene, mentre il tempo di Madison a New York è contato: tra sei giorni ci sarà la luna piena, e per allora lei dovrà andarsene senza poter mai più tornare

Splash è un classico film fantastico anni Ottanta, con tutte le ingenuità che ne conseguono ma, allo stesso tempo, con il tipico sentimento di benessere che mi trasmettono sempre: c’è qualcosa di genuino e di ottimista in questi film che riesce sempre a farti stare bene, a rescindere da quanto esile possa essere la trama o forzate le scene in cui ti chiede di credere. Ed esile lo è per davvero la trama, che un po’ richiama La Sirenetta nella storia della creatura acquatica che si avventura sulla terra per amore e un po’ cerca di attualizzare la vicenda ambientandola in una moderna metropoli così da conferire al film l’aspetto di una fiaba moderna. Tutto si svolge come da manuale, in maniera molto prevedibile ma di quella prevedibilità che non ti dài mai la sensazione di noia quanto piuttosto di familiarità con delle formule su cui puoi sempre contare. Guardare questo genere di film è sempre come tornare a casa, difficilmente c’è qualcosa di nuovo ma va bene così, non è questo il motivo per cui lo guardi: lo guardi perché ti fa stare bene

Madison è, ovviamente, il punto cruciale del film: la sirena che si avventura a New York e si scontra con lo stile di vita americano è sicuramente la parte più riuscita di tutta l’operazione, al punto da farti quasi rimpiangere che non ce ne sia di più. Daryl Hannah dà vita a un personaggio adorabile nell’entusiasmo e nell’ingenuità con cui scopre, di volta in volta, aspetti inediti della vita sulla terra, in maniera molto simile a quanto avverrà alcuni anni dopo alla Disney con Ariel: guardando Madison mettersi alla prova con le abitudini più banali delle persone, come vestirsi adeguatamente o mangiare con le posate, non è difficile ritrovare quelle che possono essere state delle ispirazioni per le avventure sulla terra della protagonista de La Sirenetta, così come il vascello sommerso nel quale Madison custodisce le sue mappe somiglia, quantomeno come concetto, alla caverna in cui Ariel nasconde i suoi tesori. Insomma, è evidente che alla Walt Disney qualcuno ha visto Splash e preso appunti, sebbene il tutto sia caratterizzato e trattato in maniera talmente diversa da non poter essere considerato plagio. 

Se Madison alla scoperta del mondo umano è la parte migliore del film, altre cose invece lo rendono decisamente datato, figlio di un’altra epoca, oppure risultano semplicemente cringe. È difficile, ad esempio, non pensare a quanto improbabile sarebbe oggi mostrare un personaggio (John Candy) cercare escamotage per sbirciare sotto le gonne delle donne, e per quanto sia evidente fin da subito che ci sia dell’amore tra Allen e Madison è quantomeno grottesco che la prima cosa che lui faccia appena portata a casa sia saltarle addosso e copulare con lei, rendendo difficile scacciare il pensiero che si stia semplicemente approfittando di una donna sola, indifesa e che evidentemente non capisce la sua lingua. Si tratta sicuramente dell’espressione di una sensibilità molto diversa da quella di oggi, ma è difficile, ora, guardare Splash e non sentirsi prendere le distanze da comportamenti che potrebbero essere definiti almeno controversi; poi Tom Hanks, come al solito, è una pasta d’uomo, però il suo personaggio in questo film si comporta in modo sbagliato, secondo me. 

In realtà non c’è molto altro che abbia da dire su questo film, che sai già come si svilupperà e concluderà fin dall’inizio. Ci sono tutti i topoi del cinema fantastico anni Ottanta, compresa la vaga ma minacciosa organizzazione scientifico-militare che viene battuta con un piano che farebbe sorridere dei ragazzini ma che, in qualche modo, ha successo, c’è il piccolo arco di evoluzione del protagonista, che finalmente impara ad aprire il suo cuore a un’altra persona e a innamorarsi, e ci sono le scene da commedia degli equivoci che provocano fatture multiple a un villain che, in definitiva, si rivela essere più incompreso che cattivo. Il finale, con Allen e Madison diretti verso una misteriosa città sottomarina può lasciare spazio all’ambiguità, dal momento che, senza alcuna spiegazione, Allen è in grado di resistere senza respirare: è tutto vero, quello che sta succedendo, o è solo una sua fantasia, il frutto della sua immaginazione? E se quello lo è, allora che dire di tutta la storia che lo ha preceduto: è accaduta davvero o si è immaginato tutto? Fan delle teorie cospirazioniste potrebbero dire che Allen non si è mai ripreso dal colpo in testa ricevuto dal motoscafo, o che sia addirittura morto e il finale rappresenterebbe il suo arrivo nell’aldilà, ma io preferisco abbracciare una spiegazione più ottimista e fantasiosa e credere che lui e Madison vivano felici nella città delle sirene in fondo al mare. 

MerMay

10 pensieri riguardo “MerMay #3: Splash – Una Sirena a Manhattan

    1. Me la ricordo, ma purtroppo non ne parlerò: ce ne sono tantissime che sono rimaste fuori, quando ho selezionato gli argomenti, a un certo punto ho pensato di dedicare l’ultimo giorno a “tutte le altre”, ma poi ho avuto un’idea più interessante, secondo me.

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    1. Non lo so perché l’ho visto in lingua originale, per cui non ho idea di come sia doppiato… però immagino che anche il doppiaggio gridi “anni 90” da tutte le parti, e in realtà mi piace quando si sente che il tempo è passato, in questi casi.

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      1. Urla anni ’80: tra i doppiaggi più ruggenti del Gruppo Trenta: Accolla su Hanks, Gigi Angelillo su Candy, Sergio Fiorentini su Shull e Mauro Gravina su Levy erano al massimo dell’istrionismo; e le parti minuscole, affidate a nomi che erano già grossini (un assistente di Levy è Marco Guadagno, il tassista burbero è Paolo Buglioni), aggiungono una pletora di ilarità e di intenzioni ipercomiche a tutte le battute…

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    1. Sicuramente l’ho visto anche io in televisione, la prima volta, ma non saprei assolutamente dire esattamente quando o in che occasione; ero però sicuramente molto piccolo, visto che ne ricordavo solo dei pezzi qua e là.
      Sì, niente di speciale, però è riuscito a diventare a suo modo un cult e ancora oggi mi sembra sia abbastanza apprezzato.

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