-3: A Boy Called Christmas (Matt Haig VS Netflix)

Uno degli autori che ho scoperto nel 2021 è Matt Haig, di cui ho letto La Biblioteca di Mezzanotte; non ne ho parlato sul blog, ma ne accennerò sicuramente nell’ultimo post dell’anno in cui tiro le somme di quello che ho letto e visto in questi ultimi dodici mesi. Matt Haig è uno scrittore a cui mi sono affezionato immediatamente con un solo libro, e come spesso accade mi sono ripromesso di leggere altro che abbia scritto per conoscere meglio quello che mi sembra essere una pasta d’uomo con una conoscenza molto approfondita dell’oscurità che può prendere il sopravvento su una persona e di come raccontare questo percorso nelle sue storie. È per questo motivo che quando ho scoperto che il film di Natale prodotto quest’anno da Netflix era tratto da un suo libro per bambini ho deciso di leggere il romanzo, guadare il film e poi fare un confronto tra i due; non sorprenderà assolutamente nessuno scoprire che il libro di A Boy Called Christmas funziona infinitamente di più del suo adattamento.

A Boy Called Christmas (2021) | MUBI

La storia ha per protagonista Nikolas, che vive con il padre Joel, un taglialegna, in una capanna persa nel nulla della Finlandia. I due sono estremamente poveri, e Nikolas porta dentro di sé anche il trauma della morte della madre, per la quale si incolpa senza motivo. Un giorno bussa alla porta della capanna il cacciatore Anders, che propone un viaggio al padre: il re ha promesso una grossa ricompensa a chi riuscirà a portargli prova dell’esistenza degli elfi. Joel decide di partire per intascare la ricompensa e poter offrire al figlio una vita migliore di quella presente, e parte lasciando Nikolas alle cure della perfida zia Carlotta. La vita, con zia Carlotta, si fa così impossibilmente dura che Nikolas decide di scappare di casa e partire per trovare il padre, giungendo infine nel villaggio elfico di Elfhelm, molto meno accogliente di quanto si aspettasse.

A Boy Called Christmas è una bella fiaba natalizia, una storia per bambini che riesce a essere dolce e divertente ma senza apparire mai eccessivamente stucchevole e, soprattutto, con alcuni pregevoli tocchi di violenza e dark humor che sono piuttosto rari nella letteratura per l’infanzia: onestamente mi ha preso molto in contropiede la descrizione dell’esplosione della testa del troll, così come il momento in cui Blitzen fa la cacca in testa a zia Carlotta; è comicità grottesca, ne convengo, ma bisogna punire i cattivi e quale punizione migliore di essere coperti di escrementi per chi, prima, si è dimostrato essere un esecrabile essere umano? Sono elementi che vivacizzano una storia altrimenti molto prevedibile, in cui, bene o male, riesci ad anticipare le mosse dei personaggi e dell’autore con un certo grado di precisione sia perché inizi molto in fretta a conoscere i protagonisti e immedesimarti in loro (e questo è un bene), sia perché la storia segue dei percorsi molto tradizionali (e questo non è necessariamente un male). Ci sono poche sorprese che ti aspettano leggendo A Boy Called Christmas, ma non per questo si tratta di una lettura noiosa dal momento che Matt Haig riesce a rendere interessante e d’intrattenimento anche una materia, ormai, rielaborata spesso al cinema, in televisione e in letteratura.

A Boy Called Christmas (Review): A Charming Chronicle - Loud And Clear  Reviews

Il libro è infatti un’origin story di Babbo Natale, il racconto di come un bambino come tanti è diventato l’essere magico che tutti conosciamo e che ogni anno gira il mondo portando regali e gioia a chi è stato buono. Non è sicuramente un argomento innovativo, ci sono ormai decine e decine di storie analoghe (per restare sul recente, anche Klaus raccontava la stessa cosa), ma la materia è qui trattata in maniera particolarmente sensibile facendo leva più sulle qualità di generosità e bontà d’animo di Nikolas che sulla sua magia, che anzi si sviluppa solo come conseguenza della sua bontà. Mi è sembrato di riconoscere la stessa attenzione al benessere emotivo e alla salute mentale, e lo stesso discorso su cosa significhi davvero essere felici che per me aveva reso speciale La Biblioteca di Mezzanotte, e che penso possano essere dei punti cardine della produzione dell’autore; in questo caso Nikolas è felice quando dona qualcosa agli altri, e questa generosità fa scaturire la magia, a sua volta dono degli elfi, e lo fa giungere alla conclusione di voler portare doni alle persone comuni per sollevarle da una condizione che ci viene presentata sempre più cupa, dura, invivibile. È una piccola storia molto edificante che mette al centro dell’attenzione non un personaggio magico ma un personaggio buono, che scopre di essere maggiormente felice quando rende felici gli altri e sceglie di dedicare la sua vita a questo scopo.

Il film macella tutto il discorso del romanzo e ne trae un adattamento insipido e superficiale; onestamente non me lo aspettavo e ci sono rimasto molto male, dal momento che il regista, Gil Kenan, ha realizzato anche quel gioiellino di Monster House e mi fidavo molto di lui. Mi è venuto da chiedermi, durante la visione, se Kenan e tutta la sua squadra avessero effettivamente capito quale fosse il punto del libro, o se gli importasse, visto che mi sembra il tipico caso in cui si prende un libro a caso e ne si fa un adattamento approssimativo pur di far uscire qualcosa per le feste; ora, io non ho la pretesa di essere l’unico ad aver compreso il messaggio di un libro che è molto limpido nel discorso che imbastisce, ma tutti i momenti cardine della storia vengono accuratamente evitati in favore di aggiunte e modifiche che portano il racconto molto lontano dalla destinazione che Matt Haig aveva immaginato. È un film coloratissimo, a partire dalla fotografia superpatinata in cui è sempre tutto perfettamente illuminato, anche di notte, e i colori sono talmente brillanti che sembrano fatti a pennarello; in certi momenti, soprattutto nelle scene a Elfhelm, c’è anche un certo gusto per l’amatorialità con dei costumi che sembrano riciclati dalle recite dell’oratorio, una cosa che mi fa sempre tenerezza e su cui chiudo sempre più di un occhio. Quello che manca, però, è l’anima.

A Boy Called Christmas: trailer del film sulle origini di Babbo Natale

Fin dalle prime scene risulta tutto enormemente semplificato, soprattutto la psicologia del piccolo protagonista: la morte della mamma, ad esempio, è un trauma che nel libro Nikolas si porta dietro tutta la vita, se ne fa riferimento continuamente ed è proprio questo a spingerlo a voler essere la migliore versione di sé stesso prendendo ispirazione dal carattere gioioso e allegro della madre; nel film, al contrario, la sua morte è trattata sbrigativamente con una linea di dialogo e poi raramente rievocata. Lo stesso si può dire della comunità degli elfi a Elfhelm: in entrambe le versioni il villaggio è guidato da un capo, Father Vodol nel libro e Mother Vodol nel film, che bandisce la gioia e la generosità in seguito al rapimento di Little Kip, un elfo bambino, ma mentre nel film si mette subito in scena l’immancabile Resistenza nel libro è tutto più complesso perché gli elfi, in realtà, sono d’accordo con lui pur non approvando del tutto le sue nuove regole. In generale, nel romanzo di A Boy Called Christmas è tutto molto più sfumato, ci sono molti più strati a ricoprire i personaggi e la storia e tutto risulta, allo stesso tempo, molto più complesso e molto più vivo, realistico: nel libro Nikolas impiega decenni a capire che lo scopo della sua vita è portare gioia alle persone e a individuare il modo per farlo, e nel frattempo si interroga un sacco su chi sia e quale sia il suo ruolo nel mondo, tutte cose che nel film non ci sono.

Come non c’è la nascita di tutti quegli attributi che caratterizzano tradizionalmente il personaggio di Babbo Natale. Man mano che la storia, nel libro, procede, vediamo Nikolas adottare la sua caratteristica risata, scopriamo in quali circostanze abbia volato con una slitta la prima volta, come abbia imparato a passare attraverso i camini e da dove arrivi il suo pittoresco copricapo rosso con il ponpon bianco; nel film non c’è quasi traccia di tutto questo, che viene o eliminato o trattato in maniera sbrigativa senza che gli venga data l’importanza che riveste nella costruzione del personaggio: è un film sull’origine di Babbo Natale in cui viene trascurato tutto quello che lo rende tale! Il risultato è un’opera generica e anonima, con personaggi bidimensionali e svolte di trama stucchevoli laddove il materiale di partenza riusciva, rimanendo pur sempre un romanzo per ragazzi, a costruire un mondo incredibilmente più complesso e approfondito, più ricco di sfumature e per questo anche più interessante da leggere.

A Boy Called Christmas Soundtrack Music - Complete Song List | Tunefind

Come si sarà capito da tutto quello che ho scritto, ti consiglio il romanzo di A Boy Called Christmas mentre il film puoi tranquillamente evitarlo: è un riassunto mal fatto di una storia che, nella sua forma letteraria, è molto più articolata e interessante. Tuttavia non so se possa essere il libro migliore con cui conoscere Matt Haig: è vero che ne ho letti soltanto due, ma ti suggerirei di iniziare dai suoi romanzi per adulti, sebbene anche qui sia ben riconoscibile quello che mi sembra di aver identificato come il suo stile. Comunque è scritto molto bene e si legge in fretta, letto in lingua originale è molto semplice per cui si può affrontare anche in inglese senza problemi: se cerchi qualcosa di veloce per passare questi giorni di festa e rimanere ancora un po’ in atmosfera questo potrebbe fare al caso tuo.

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5 pensieri riguardo “-3: A Boy Called Christmas (Matt Haig VS Netflix)

  1. Diciamo che è questo il vero problema degli adattamenti :semplificano e banalizzano una storia. Il film mi ha lasciato abbastanza indifferente e c’erano alcune parti prive di fantasia nella messa in scena, ma dopo aver letto delle tue impressioni sul libro, ho capito che questa era l’ennesima trasposizione che non rendeva onore all’opera originale. Ovviamente in un film non si può inserire tutto quello che c’è in libro, sono due medium completamente differenti e con regole differenti, ma si può comunque trasmettere le stesse sensazioni. A volte può bastare anche una singola scena per poter descrivere righe e righe di storie, dipende sempre dalla bravura del regista e dello sceneggiatore. Scoprire che il regista è lo stesso di Monster House un po’ mi ha fatto soffrire. Anch’io adoro quel film.

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    1. A me ha fatto imbestialire vedere inventare un sacco di cose superflue e poi tagliate delle parti fondamentali del libro: ad esempio, la cornice con Maggie Smith o tutte le parti con il re nel libro non ci sono, così come il fatto che la madre avesse trovato Elfhelm da bambina, e nel film hanno tolto spazio alla costruzione del personaggio di Nikolas. Pazienza, mi dispiace solo che sia risultato un film così mediocre.

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  2. Non mi stupisce che un prodotto targato Netflix si sia rivelato una delusione (si, lo so, sono cattivo!), ma mi incuriosisce molto questl Haig che non conosco, colpevolmente, e da quello che scrivi mi ha fatto venire in mente il mio amato Gaiman…

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    1. Non è cattiveria, purtroppo è obiettività: da qualche tempo ormai Netflix ha iniziato a privilegiare la quantità alla qualità, e sia per le serie che per i film ha fatto uscire roba abominevole!

      Assomiglia a Gaiman nel modo in cui riesce a riutilizzare le regole della fiaba per dare vita a qualcosa di nuovo; se dovessi fare un paragone A Boy Called Christmas ricorda alcune sue storie per ragazzi come Odd and the Frost Giants o Stardust. Entrambi riescono poi a scrivere dei libri per ragazzi in cui non va sempre tutto bene ma sono presenti anche momenti di paura, di sconforto, di pericolo e di violenza, sebbene Gaiman sappia essere molto più dark di Matt Haig – qui c’è la scena in cui a un troll esplode la testa, e sebbene molto grafico è trattato in maniera abbastanza ironica. In generale è un autore che ho appena scoperto ma che mi sento di consigliare, a breve dovrei parlare dell’altro libro che ho letto l’anno scorso, questa volta destinato a un pubblico adulto.

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