Dune (2021)

Dopo aver parlato del romanzo di Frank Herbert è arrivato il momento di dire qualcosa sul Dune di Denis Villeneuve che furoreggia or ora al cinema – o almeno, mi auguro che furoreggi, visto che ci terrei molto ad avere anche la seconda parte. L’attesa che ha circondato questo film era qualcosa di incredibile, un’anticipazione che non si sentiva da anni, almeno dal mio punto di vista; certo è che si è fatto attendere, con il posticipo di diversi mesi fino all’anteprima alla Mostra di Venezia di quest’anno, quando hanno iniziato a uscire le prime recensioni contrastanti. Io l’ho visto sabato sera, e ho aspettato un attimo a scriverne per leggere e sentire prima alcune opinioni sul film, anche diverse e lontane dalla mia, per scoprire se le mie perplessità fosse solamente mie o invece un’opinione piuttosto diffusa; in generale, direi che Dune mi è piaciuto molto, sebbene ci siano diverse cose che mi hanno fatto storcere il naso. 

La trama segue, a grandi linee ma con le dovute semplificazioni, quella del romanzo: in un futuro lontanissimo Paul è il figlio ed erede del duca Leto Atreides, governante del pianeta Caladan, e di lady Jessica, affiliata al gruppo mistico delle Bene Gesserit che lo ha addestrato nelle vie della Forza nella disciplina della sua organizzazione. Con un decreto improvviso, l’imperatore concede agli Atreides il feudo di Arrakis, un pianeta arido e desolato fino a quel momento controllato dalla feroce casa degli Harkonnen, e gli Atreides sono costretti a partire pur sospettando un tradimento che di lì a poco, effettivamente, si compie. Ma Arrakis ha mille sorprese, e soprattutto è il pianeta più prezioso della galassia dal momento che solo lì cresce la Spezia, una droga che allunga la vita di chi la consuma e, se assunta in dosi massicce, dona anche poteri di preveggenza

Dune: recensione del kolossal sci-fi diretto da Denis Villeneuve

Come ho scritto in apertura, a me Dune è piaciuto tantissimo: nonostante gli evidenti difetti che ha, sia come film in sé che some adattamento, ma a questo arriviamo tra un attimo, si tratta di un film capace di assorbirti veramente in un altro mondo, gigantesco nelle dimensioni ed epico nel modo in cui è costruita l’atmosfera grazie anche alla colonna sonora di Hans Zimmer. Come il romanzo che adatta, Dune si prende il suo tempo per introdurti i personaggi, l’universo narrativo in cui si muovono e preparare i vari snodi che la vicenda avrà andando avanti, in un primo tempo densissimo di spiegazioni in cui molti dei principali concetti su cui si fonda la storia vengono presentati allo spettatore. Questo fa sì che Dune sia un film molto denso, con un worldbuilding ricchissimo che riesce ad adattare gran parte della monumentale opera di Frank Herbert, semplificando dove necessario ma senza banalizzare eccessivamente un universo che, privo della cura meticolosa del suo autore nella definizione di culti, riti, politiche e organizzazioni, avrebbe rischiato di diventare un’ambientazione già vista o, peggio ancora, derivativa di quegli imperi narrativi che si sono costruiti razziando alla chetichella proprio Dune. Tutto, nel film, ispira grandezza e maestosità, gli scorci dei pianeti, i palazzi in cui vivono i nobili, e non ultimo il sentimento quasi romantico generato dalle immagini dei protagonisti che si stagliano in mondi violenti, cupi, inospitali, una natura aliena alla vita stessa: perfino l’ospitale e accogliente Caladan è qui reso in maniera tenebrosa, a voler rappresentare un universo brutale e spietato come la storia che sta iniziando a dipanarsi. 

Tutta questa ricchezza e necessità di esposizione, insieme alla costruzione del sentimento epico su cui si basa l’atmosfera del film, ha però come un prezzo da pagare, ed è il fatto che Dune sia un film molto lungo e molto lento; ammetto di aver patito anche io, a un certo punto, la lentezza con cui Villeneuve ha scelto, giustamente, di caratterizzare il suo film, un tratto che sicuramente lo avvicina alla sua fonte originale. In questo senso Dune non è sicuramente un film per tutti, non è per coloro che si aspettano un kolossal d’azione o una trama ricchissima di avvenimenti, perché il film è esattamente l’opposto: questa prima parte dell’adattamento di Dune è una lunga preparazione, quasi un lunghissimo preambolo a ciò che abbiamo appena iniziato a vedere accadere nel finale del film – che, vale la pena ricordarlo ancora, non è il finale della storia, tutt’altro. Il ritmo è sempre molto flemmatico, anche nei movimenti dei personaggi, spesso ritratti in pose ieratiche contro lo sfondo, figure statuarie perse nella contemplazione o, al contrario, vittime di emozioni troppo enormi da poter essere adeguatamente espresse a parole. È un film eccezionalmente contemplativo, Dune, che richiede di essere guardato e ammirato nei suoi panorami, nei suoi costumi, nei suoi personaggi dagli attributo quasi sacrali, di essere assaporato nelle atmosfere che riesce molto bene a costruire e che sono sicuramente il lato migliore del film. 

Dune: tutti pazzi per il Verme delle Sabbie mostrato nel trailer

Una costruzione del mondo e dell’atmosfera che tuttavia non può fare a meno, come già accennato, di semplificare molto il materiale di partenza per poterlo condensare in due ore e mezza di film. Ampi brani del romanzo sono rimossi dal film, come l’indagine degli Atreides per scoprire il traditore e l’errore di Thufir, che crede di identificarlo in Jessica, diversi personaggi non si fanno vedere né sono nominati, come Feyd Rautha, il nipote preferito del Barone Harkonnen, e diversi concetti sono spiegati solo  sommariamente o non lo sono affatto: è il caso dei Mentat, ad esempio, nemmeno nominati in questo modo e mai spiegati nella loro natura e funzione, mentre un’attenzione molto più acuta è riservata alle Bene Gesserit, delle quali si lascia intendere molto bene anche il ruolo politico mostrando la Reverenda Madre Gaius Helen Mohiam contrattare con il Barone sul massacro degli Atreides. Scelte sicuramente necessarie, ma non per questo meno dolorose da digerire e che soprattutto rischiano di compromettere la comprensione del film da parte di coloro che non hanno letto il romanzo e rischiano di trovarsi spaesati o di non capire davvero la storia che si sta svolgendo davanti ai loro occhi: come capire, ad esempio, l’ambivalenza del ruolo di Paul come Messia se il lavoro della Missionaria Protectiva nel disseminare leggende e miti su Arrakis è solo accennato di sfuggita e mai più ripreso nel corso del film? 

Eppure chiedere di più, esigere un maggiore approfondimento sarebbe impossibile e ingiusto a un regista che adatta con grande rispetto e consapevolezza il lavoro di Frank Herbert, sebbene con delle sbavature inevitabili nell’approcciarsi a un’opera di tali dimensioni, fisiche e letterarie. La durata importante del film permette a Villeneuve di muoversi con agio nella prima parte del romanzo, anche se il ritmo subisce un’impennata verso la conclusione: dopo aver costruito un film lento e contemplativo, man mano che la fine si avvicina gli avvenimenti iniziano a susseguirsi a velocità sempre più sostenuta, comprimendo dei tempi che nel romanzo invece rimangono sempre distesi. È il caso, ad esempio, del duello tra Paul e Jamis, che Villeneuve sceglie di inserire durante l’incontro tra Paul e Jessica con i Fremen di Stilgar, in una scena talmente rapida che anziché raccogliere e mettere a frutto l’epicità costruita fino a quel momento finisce quasi per svilirla, soprattutto perché viene negata alla scena la sua conclusione: il film termina con la morte di Jamis, mentre nel libro la scena prosegue con un momento fondamentale, ossia la scelta da parte di Paul del nome Fremen di Muad’Dib, un momento che era già stato anticipato con l’insistenza sulla figura del ratto del deserto ma inspiegabilmente tagliato dal racconto. Sarebbe stato meglio, a questo punto, tagliare o riassumere i sogni premonitori di Paul e le visioni di Chani, che a conti fatti resta, sia nel libro che nel film, un personaggio assolutamente secondario, e inserire quello che è un fondamentale punto di svolta sia per il film che per il personaggio di Paul – oltre a essere un momento perfetto per concludere il film attenuando la sensazione di troncatura che invece si avverte con l’inizio dei titoli di coda. 

Dune: primo trailer per il film di Villeneuve - Players

Punti di forza e debolezze in egual misura, dunque, per un Dune che, nonostante i difetti, è comunque un ottimo adattamento del romanzo e un ottimo film anche preso a sé. Villeneuve costruisce l’incipit di un racconto epico che ha tutte le potenzialità per diventare la next big thing che stavamo aspettando dal finale di Game of Thrones, un’altra storia che ha ben più di un punto in comune con Dune; il film può soddisfare veramente una fetta ampissima di pubblico da chi è fan del libro a chi non lo conosce e desidera perdersi in un universo ampio e dettagliato, fino a chi cerca qualcosa di diverso dai soliti blockbuster fantasy d’azione con un delirio di effetti speciali. Dune, sia nell’incarnazione prodotta da Frank Herbert che in quella di Denis Villeneuve, è nutrimento per la mente, una storia che sfida il lettore e lo spettatore, ti chiede pazienza e concentrazione ma sa anche regalare grande soddisfazione e un’esperienza di visione indimenticabile, soprattutto sul grande schermo per il quale è pensato. Leggendo in giro mi sembra che il film stia andando bene, e questo mi fa davvero piacere perché non avrei sopportato di vedere questo film rimanere monco e privato della conclusione che si merita – e che promette di essere ancora migliore di questa già ottima prima parte introduttiva. 

17 pensieri riguardo “Dune (2021)

    1. Sono d’accordo, ma solo in parte: il film adatta grosso modo la prima metà abbondante del libro, per cui si è già nel cuore della vicenda; nel film forse si è un po’ persa questa cosa perchè tanti eventi tra la scena con il verme e il massacro degli Atreides sono stati tagliati.
      La Compagnia dell’Anello è riuscito a chiudere bene la sua parte di trama con un finale aperto ma soddisfacente; secondo me anche questo Dune avrebbe potuto farlo se con 10 minuti in più avesse mostrato per bene l’ingresso di Paul e Jessica tra i Fremen.

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      1. Lucas deve tantissimo a Dune, alcuni aspetti dell’uso della Forza e le pratiche Bene Gesserit sono molto simili tra loro e si ritrova la presenza di un Impero galattico corrotto con la profezia di un Eletto maestro nell’uso dei vari poteri (in Star Wars un Maestro Jedi abile nell’uso della Forza, in Dune il Kwisatz Aderach che con la mente sa tutto e può essere ovunque nello stesso momento). In Dune manca comunque l’aspetto più folkloristico di Star Wars, con gli alieni e le spade laser, è molto più “realistico”, in un certo senso.

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    1. Questo film è molto diverso da quello di Lynch, che risente molto dei tagli che gli sono stati imposti; io gli darei una possibilità, poi eventualmente potrai recuperare il libro se dovesse piacerti – anche solo per sapere come finisce la storia, visto che anche se fosse dato il via libera alla seconda parte prima di un paio di anni almeno non se ne parla…

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      1. Eh sì! 😅
        Però tagliarlo ancora, secondo me, non era fattibile a meno di compromettere seriamente la comprensione e la fedeltà al romanzo originale. Come ho scritto, anzi, avrei aggiunto altri 10-15 minuti per fare per bene il finale! Più che la durata, però, per me è stata la lentezza a mettermi a dura prova, a un certo punto.

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  1. Io pubblico la mia recensione domani! :–)

    Poi continuerò coi libri, che sono a venti pagine dalla fine di Children of Dune.

    Per farla breve, sono sostanzialmente d’accordo con te sul film di Villeneuve. È fedele per quanto può essere fedele, secondo me se hai letto il libro ti arrivano decine di cose in più, e probabilmente il difetto più grande che vedo è questo deserto freddo che non mi dà l’impressione di poterti bruciare in dieci minuti, non trasmette il bisogno di acqua e la sua importanza. Secondo me doveva essere il deserto di Fury Road, invece è il contrario, con tutti i suoi colori desaturati. Ma a Villeneuve la fotografia piace così, che bisogna dirgli? X–D

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    1. Hai assolutamente ragione, infatti fin dalle prime recensioni a Venezia la critica più trasversale che ho letto è che Villeneuve è un regista troppo freddo e troppo poco sanguigno per una storia come Dune; alla fine sono scelte autoriali che si possono apprezzare o meno, anche se sicuramene una fotografia molto più calda avrebbe aiutato a toccare con mano Arrakis.
      Io l’ho visto con mio fratello, che non ha letto il libro, e anche lui ha capito che c’erano stati dei grandi tagli nel film: per dire, dal dettaglio degli occhi bianchi di Thufir quando calcola il costo della spedizione imperiale aveva capito che il suo personaggio aveva qualcosa di particolare, si aspettava che fosse spiegato e invece niente. Ecco, quello che invece ha proprio dato fastidio a me è la superficialità riservata ai Mentat, che sono stati fondamentali per rendere Paul quello che è.
      Ho già in casa Messia di Dune, ma non l’ho ancora iniziato; mi sembra un libretto abbastanza agile, però, per cui c’è il caso che mi ci metta subito, giusto per restare ancora un po’ nell’atmosfera.

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      1. Dune Messiah è un po’ come la quarta parte di Dune, si legge velocissimamente e non noterai (secondo me) un cambio di stile. È con Children of Dune che cambia tutto (una cosa facile da notare è per esempio la quasi totale sparizione dei pensieri in corsivo dei personaggi). E migliora, incredibilmente!

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  2. Mi fa piacere leggere la recensione di chi conosceva Dune e può certo avere uno sguardo critico più puntuale. Se ti interessa ricambiare la visita io ho invece pubblicato una recensione di chi (il sottoscritto) e per chi Dune sapeva a malapena pronunciarlo prima di mettere piede in sala 😉

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