Oscar 2021: Minari

Con Minari c’è forse il tentativo di replicare l’effetto Parasite dell’anno scorso, il candidato esotico che arriva come un fulmine a ciel sereno a rimescolare le carte in tavola – e Dio solo sa quanto Hollywood ne abbia bisogno. Ammetto di essere rimasto del tutto immune a questa fascinazione nei confronti dei prodotti coreani, che dal cinema alle serie tv, passando per la musica, sembrano essere diventati la nuova moda del momento; mi ero ripromesso, l’anno scorso, di esplorare il cinema coreano, ma ovviamente poi non ho visto niente di niente. Sono però ben tre anni di seguito che nella rosa dei candidati a Miglior film rientra un film in lingua straniera, dopo Roma e il già citato Parasite, confermando un trend che, devo dire, non mi dispiacerebbe diventasse la normalità; Minari non è Roma, né Parasite, e si presenta come qualcosa di completamente diverso dal suo connazionale dell’anno scorso, al punto che, lo ammetto, a me ha lasciato piuttosto freddo

Recensione “Minari” (2020) – Una Vita da Cinefilo

Minari racconta la storia parzialmente autobiografica del regista stesso del film, Lee Isaac Chung, e della sua infanzia trascorsa nelle campagne dell’Arkansas negli anni Ottanta. La sua famiglia si è trasferita dalla Corea relativamente da poco, sebbene sia lui che la sorella siano nati negli USA, e dopo alcuni anni passati a svolgere un lavoro allucinante e privo di prospettive il padre Jacob decide di caricare moglie e figli in macchina e partire alla realizzazione del suo sogno: gestire una fattoria in cui coltivare ortaggi tipici coreani da vendere agli immigrati sempre più numerosi provenienti dalla loro terra natale. 

Al contrario di Parasite, che si reggeva su una struttura narrativa precisa come un orologio e calcolata al millimetro, in Minari si ha un andamento completamente diverso oltre che un’atmosfera del tutto personale che lo distingue dal film di Joon-ho e non lo rende uno sterile caso di “squadra che vince non si cambia”. Minari non ha nemmeno una storia vera e propria, a ben vedere, nel senso di uno sviluppo narrativo convenzionale che da un punto A arriva a un punto B, presentandosi invece come un susseguirsi di quadri della vita di una famiglia di immigrati che cercano di costruirsi un avvenire in una terra straniera. Al film manca un terzo atto vero e proprio che risolva la vicenda, perché non c’è nulla da risolvere: se la prerogativa della narrativa è quella di dover, alla fine, avere un senso, in questo Minari rifiuta di essere opera narrativa e abbraccia la sua natura autobiografica dimostrando che la vita non si configura come un percorso predeterminato quanto come una serie di situazioni che si susseguono e, nel loro caotico insieme, danno l’idea di una vita; ed è esattamente quello che il film è.

Trailer For Steven Yeun's MINARI Which Tells a Tender Story of a Korean  Family in Search of The American Dream — GeekTyrant

Chung trova un suo avatar nel personaggio di David, il figlio minore della famiglia Yi che ha un ruolo più da spettatore che da attore vero e proprio delle vicende che lo riguardano. Come tutti i bambini di sei anni, David subisce quello che i genitori decidono per lui senza avere voce in capitolo, ma dalla sua posizione privilegiata registra e si fa depositario di un momento inestimabile della sua famiglia, ossia il lungo processo di ibridazione culturale che subisce giorno dopo giorno. Il fatto di avere un punto di vista così particolare, poi, influisce sull’atmosfera del film: Chung raccoglie, riorganizza e racconta gli scampoli della sua memoria, che necessariamente non sono completi o del tutto consapevoli di ciò che sta accadendo. Nell’atto di raccontare la sua storia, Chung sembra dare un’interpretazione a quelle che sono una serie di istantanee della vita della sua famiglia, come un racconto fatto proiettando delle diapositive, e per questo la vicenda si ammanta nella magia del ricordo facendo diventare tutto più dolce, più sognante; è pieno di nostalgia, non quella stucchevole che cerca di farti piangere a tutti i costi, ma quella genuina di una lacrima che potrebbe scapparti ripensando a un’epoca ormai passata o a persone amate che non rivedi più ma che ora senti di capire un po’ meglio. D’altra parte, non c’è magia, in Minari, o il realismo magico che ci si aspetterebbe da una storia osservata dal punto di vista di un bambino ancora piuttosto piccolo, ma la sua prospettiva infantile è restituita proprio dalla superficialità con cui alcune cose passano in secondo piano, come la solitudine dei genitori, semplicemente perché David non se ne rende conto

Accennavo prima all’ibridazione culturale della famiglia Yi, che è esattamente il cuore del film come esemplificato dalla metafora del minari, la pianta che la nonna fa crescere su un ruscello poco lontano dalla casa di David. Il conflitto culturale è onnipresente all’interno della famiglia, tesa tra un passato che continua a incombere economicamente – Jacob, in quanto figlio maggiore, deve sostenere la famiglia rimasta in patria – ed emotivamente, con l’arrivo della nonna Soon-ja. L’arrivo della nonna è un momento cruciale per la famiglia, dal momento che simboleggia un ripararsi dei genitori nella comfort zone delle loro origini in un momento di crisi e, allo stesso tempo, il primo contatto dei bambini con la loro cultura di origine, che giunge loro non mediata dalla vita in America. Sono-ja non parla inglese, non condivide la mentalità occidentale e porta con sé doni che sono espressione di una cultura aliena per David, che ne è inizialmente disgustato laddove i genitori ne sono invece felici.

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Soon-ja rappresenta infatti la vecchia vita, la vecchia identità che Jacob e Monica hanno deciso di abbandonare per costruirne una americana, incarnata dai due figli, Anne e David; all’interno di questo spettro, i genitori fungono da ago della bilancia oscillando in continuazione tra la nostalgia per la loro vecchia vita e il desiderio di integrarsi e avere successo nella nuova, perennemente divisi laddove invece i figli e la nonna hanno il privilegio di poter essere completi, rappresentando entrambi un’identità solida e univoca. Questa solidità delle rispettive identità fa sì che il primo scontro, soprattutto tra David e la nonna, sia molto difficile, dal momento che faticano a comprendersi e a trovare un terreno in comune su cui dialogare, un terreno che anche i genitori faticano a trovare il modo di costruire per favore questo dialogo. Come la pianta di minari che attecchisce e cresce rigogliosa, però, anche la famiglia Yi, alla fine, riesce non solo a resistere e sopravvivere, ma anche a trovare la forza di uscire migliore di quanto fosse inizialmente: il terreno americano si rivela estremamente fertile sia per la coltivazione del minari sia per la crescita della famiglia Yi, che, è lasciato intendere, riuscirà a costruire una nuova casa e una nuova identità in cui finalmente riconoscersi. 

In ultima analisi, quindi, Minari è un film sull’immigrazione intesa come processo di adattamento a quella che è una vita completamente nuova: adattamento a un nuovo Paese, a una nuova cultura, addirittura a dei figli che, nati e cresciuti nel Paese di arrivo, non condividono le stesse forme culturali su cui i genitori facevano affidamento, e anzi oppongono loro resistenza nel momento in cui vi entrano in contatto. Al contrario di Parasite, Minari è molto poco hollywoodiano nel suo mettere in scena i conflitti, dal momento che evita le grandi scene madri in favore di un tono più sommesso e delicato, più sobrio ma non per questo meno chiaro nella costruzione del proprio discorso. D’altro canto, è anche un film profondamente americano nel suo essere una storia di frontiera, incarnando così anche nella forma la stessa ibridazione che subiscono i protagonisti all’interno del racconto. 

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Mi rendo conto che, da come ne ho parlato, devo essere sembrato entusiasta di Minari, cosa che in realtà non sono: nonostante i suoi evidenti ed enormi pregi, Minari è un film che non mi ha coinvolto e si è lasciato seguire in maniera piuttosto passiva, laddove invece, l’anno scorso, avrei potuto guardare Parasite all’infinito senza stancarmene. Semplicemente è un film che, sebbene magistralmente realizzato, non mi ha parlato, e non riesco a capire il perché visto che avrebbe tutte le carte in regola per diventare uno dei miei preferiti. Il film è candidato a sei Premi Oscar: Miglior film, Miglior regia, Miglior sceneggiatura originale, Miglior attore, Miglior attrice non protagonista e Miglior colonna sonora originale. Con le perplessità a cui ho appena accennato, non so quante statuette, in tutta onestà, vorrei vedergli vincere; credo che per il momento mi sembra possibile un riconoscimento per la miglior regia, sebbene Chloé Zhao, con Nomadland, mi pare essere lanciatissima per portarsi a casa tutto quello che non è saldamente fissato al pavimento. 

Oscar 2021

3 pensieri riguardo “Oscar 2021: Minari

  1. Bellissima recensione! Hai colto nel segno scrivendo “abbraccia la sua natura autobiografica dimostrando che la vita non si configura come un percorso predeterminato quanto come una serie di situazioni che si susseguono e, nel loro caotico insieme, danno l’idea di una vita; ed è esattamente quello che il film è.”

    Va preso così, una storia che tocca tanti argomenti senza la pretesa di sviscerarli. Per questo forse il finale l’ho trovato così straniante ed esagerato…

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    1. Grazie! Avevo paura di essermi incartato con le parole nel mio stesso pensiero, per fortuna si capisce quello che volevo dire.

      Il problema del finale è proprio quello che hai sottolineato nel tuo articolo, di voler infilare una trama in un film che fino a quel momento non ne aveva sentito il bisogno; è come se ci avesse ripensato all’ultimo momento.

      Piace a 1 persona

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