Marathon Day: I Robinson (2007)

Come abbiamo già abbondantemente esplorato, gli anni Duemila hanno messo la Disney in una situazione inedita all’interno del panorama cinematografico: lo studio che per settant’anni aveva dettato le regole dell’animazione ed era sempre stato il modello da imitare si trova ora a doversi mettere dalla parte dell’allievo. Per la prima volta si trova a competere con un rivale che non può battere, semplicemente perché giocano su due campi diversi e quello disneyano, l’animazione tradizionale, appare ora datato, obsoleto, adatto solo a operazioni nostalgia ma inadatto a proiettare lo Studio verso il futuro, regno delle avventurose commedie in CGI realizzate con successo dalla concorrenza. Ecco che allora la Disney estrae gli artigli e dà inizio all’agguerrita strategia industriale che l’avrebbe resa quel mostro a mille teste che conosciamo oggi: se non puoi batterli, falli tuoi. È il 2006, e la Disney acquista la Pixar, la casa di produzione simbolo di quella rivoluzione digitale che sembrava essere la principale responsabile della crisi della Casa del Topo. Assieme alla Pixar, torna a casa anche John Lasseter.

Meet John Lasseter.

Immediatamente riconoscibile per le sue camicie sgargianti e l’intuito eccezionale che riversa nelle sue storie, John Lasseter non era esattamente nuovo in quel della Disney. Diplomatosi al California Institute of Arts insieme all’amico Brad Bird, Lasseter viene assunto alla Casa del Topo nel 1979 e si fa immediatamente un nome tra i novellini appena assunti per rimpolpare le squadre di animatori. Nonostante questo, Lasseter non era soddisfatto: sentiva che mancava qualcosa all’animazione Disney, qualcosa che potesse rinvigorire la carica rivoluzionaria che Walt portava in ogni suo film e che era andata via via affievolendosi dopo La Carica dei 101. All’inizio degli anni Ottanta, mentre lavorava per Il Canto di Natale di Topolino, Lasseter fa la scoperta che segnerà la sua vita – e la storia dell’animazione: assiste a un test di animazione per Tron, l’apice della tecnica per l’animazione di elementi generati al computer, e intuisce immediatamente il potenziale enorme che si nasconde in quella invenzione, capace, da sola, di sostituire finalmente la vecchissima multiplane camera ancora utilizzata per dare profondità alle animazioni.

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Entusiasta, Lasseter si circonda di un gruppo di collaboratori per iniziare a lavorare a un primo esperimento in CGI, ma ai piani alti non sono d’accordo: la dirigenza, scoperto il progetto, cancella tutto e lo licenzia. Colpito ma non affondato, Lasseter non abbandona la sua visione, ma si fa assumere in uno studio della Lucasfilm e insieme al suo collaboratore Ed Catmull realizza The Adventures of André & Wally B., il primo cortometraggio interamente animato al computer. Dopo altre esperienze all’interno della Lucasfilm, in cui si distingue per la resa fotorealistica degli effetti speciali che realizza, arriva la svolta: George Lucas è nei guai a causa di un divorzio particolarmente oneroso, ed è costretto a vendere la Lucasfilm Computer Graphics, a questo punto già rinominata Pixar Graphics Group, che viene acquistata da Steve Jobs nel 1986. Nei dieci anni successivi, Lasseter farà evolvere sempre di più la Pixar specializzandola nell’animazione digitale fino a distribuire, nel 1995, Toy Story, il primo lungometraggio interamente animato al computer, a cui seguiranno anni di successi sempre più sfolgoranti – che non si sono esauriti nemmeno oggi, a dire la verità.

Quando nel 2006 torna alla Disney può dunque permettersi di farlo passando a testa alta per la porta principale. Come parte dell’accordo, non solo rimane direttore creativo della Pixar ma assume lo stesso ruolo all’interno della Disney, con la possibilità di dettare la linea creativa comunicando direttamente con il presidente Bob Iger. Appena seduto alla scrivania, Lasseter si mette le mani nei capelli: quello che si trova a gestire è uno studio in piena crisi creativa e identitaria che, come se non bastasse, aveva appena messo piede in un territorio, quello digitale, che non aveva le conoscenze e competenze adatte per esplorare senza perdersi. C’è bisogno di una mano ferma a dirigere i lavori, e Lasseter per fortuna ce l’ha: mette finalmente fine alla pratica dei cheapquel, limitandosi a distribuire quelli già in produzione, e crea un nuovo logo che identifichi i progetti principali dello Studio, il Topolino fischiettante di Steamboat Willie che vediamo ancora oggi e che, nel suo recuperare un momento simbolico delle origini della Disney, sembra quasi cercare una legittimazione nel passato per il nuovo, radicale corso che ha intenzione di imprimere all’animazione Disney.

Ma parliamo finalmente del film…

I Robinson entra in produzione nel 2004, progettando una lavorazione piuttosto rapida che, con poco scarto, effettivamente riuscì a mantenere nonostante tutto. Il soggetto è tratto dal libro illustrato A Day With Wilbur Robinson, uscito nel 1990 e scritto da William Joyce, la stessa penna che ci ha regalato anche il ciclo dei Guardiani dell’Infanzia da cui è stato tratto quel gioiello mai troppo ricordato che è Le 5 Leggende; ma questa è un’altra storia. Il libro di Joyce, però, ha una trama molto blanda, dal momento che l’attenzione è puntata sui bizzarri personaggi che i protagonisti Lewis e Wilbur incontrano nel corso della giornata e, soprattutto, sulle favolose illustrazioni che accompagnano e arricchiscono la narrazione. Questa caratteristica fa sì che gli sceneggiatori, guidati dalla regia di Stephen Anderson, il quale aveva espressamente chiesto il ruolo dopo essersi identificato nel protagonista Lewis, debbano inventare di sana pianta un racconto che serva da cornice alle bizzarre invenzioni di Joyce.

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La decisione principale è quella di spostare il tutto sul piano della fantascienza, mettendo al centro del racconto un viaggio nel tempo e i paradossi che conseguentemente ne derivano; un’idea sicuramente innovativa e mai sfruttata prima in un lungometraggio Disney, confermando il gusto per la sperimentazione. Certo è che, nonostante l’innovazione narrativa, I Robinson presenta una struttura e una ricchezza narrativa molto più vicina ai Classici di vecchia data, con un mix di generi fin troppo esasperato a succedersi di atto in atto: il film si apre infatti come un dramma potente e malinconico, per poi prendere una svolta fantascientifica e trasformarsi in una sfrenata commedia nella parte centrale, ambientata nel futuro, per poi virare sull’azione verso la fine. Una narrazione molto complessa e articolata, quindi, che se da un lato ha il pregio di apparire comunque ordinata e perfettamente leggibile, dall’altra mostra evidenti i segni delle lotte che si sono giocate sulla sua pelle.

Il secondo atto ambientato nel futuro, infatti, risente di quel deleterio desiderio della dirigenza di adeguarsi allo standard comico proposto dalla concorrenza, forzando quindi gli autori a inserire più gag possibili all’interno del film; il risultato, però, è fin troppo caotico e travolgente per lo spettatore, che si trova di punto in bianco trascinato in una galleria di folli personaggi senza che nulla lo avesse davvero preparato in precedenza. Come già nel precedente Chicken Little, troppe voci parlavano insieme rischiando di compromettere seriamente il risultato finale, fino all’intervento di John Lasseter, che prende il film e lo manda alla sede della Pixar perché il salvabile sia effettivamente salvato. Alla Pixar nessuno si fece scrupoli, e un buon 60% del film fu eliminato e sostituito da nuove situazioni e nuovi personaggi, come il villain, l’uomo con la bombetta, che rendessero più fluida e coesa la narrazione. Alla fine, nonostante il chiassoso secondo atto, I Robinson diventa una delicata parabola sull’importanza del fallimento e la necessità di non lasciarsi scoraggiare da esso ma andare sempre avanti, come viene ripetuto spesso nel corso del film. Non è forse un caso che il primo film del corso di Lasseter comprenda una citazione di Walt Disney in persona:

“Da queste parti, comunque, non ci guardiamo indietro a lungo. Andiamo sempre avanti, aprendo nuove porte e facendo cose nuove, perché siamo curiosi… e la curiosità ci porta verso nuovi orizzonti”.

Quasi una dichiarazione d’intenti e una benedizione allo stesso tempo per quello che sarebbe stato fatto negli anni a venire.

Alle prese con la figura umana.

Come Chicken Little, anche I Robinson nasce come film animato in maniera tradizionale e solo in un secondo momento convertito in digitale. La rivoluzione che aveva sconvolto lo Studio non è ancora stata assimilata del tutto dagli animatori, che faticano a calarsi in questa nuova tecnica tutta da apprendere da zero; i nomi coinvolti nel film sono notevoli (Ruben Aquino, animatore di Ursula e Simba, Anthony DeRosa, animatore di Nala e Nakoma, Dale Baer, animatore di Yzma recentemente scomparso), ma il risultato è ben distante da quello che avrebbero potuto ottenere con una matita in mano.

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Se in Chicken Little il problema del character design poteva in qualche modo essere aggirato, dal momento che i personaggi erano tutti animali, ora la tecnica esibisce tutti i suoi limiti, dal momento che è necessario animare delle persone: l’uomo con la bombetta è l’unico personaggio a salvarsi grazie al suo aspetto caricaturale e grottesco, ma il resto del cast, alla ricerca di un realismo ancora impossibile da ottenere, risulta gommoso nonostante i virtuosismi e l’espressività che gli animatori sono comunque riusciti a infondere loro. Il problema di un’animazione verosimile della figura umana, lo stesso che si era posto negli anni Trenta con Biancaneve e i Sette Nani, sarebbe stato risolto solo alcuni anni dopo da Glen Keane con Rapunzel, ma fino a quel momento sarebbe rimasto un ostacolo insormontabile; non è forse un caso che, dopo I Robinson, sia stato realizzato un altro film con protagonisti animali e uno in animazione tradizionale.

Ancora una volta, però, a dimostrare il talento degli artisti Disney pensano gli sfondi. Come già per Cicken Little, gli animatori riprendono la lezione di Mary Blair per l’uso impressionista del colore, apprezzabile nel delicato tono seppia del prologo che ci racconta l’antefatto della vicenda per poi esplodere in un tripudio di tinte sature una volta raggiunto il futuro, un’evoluzione cromatica che accompagna quella dei protagonisti e indirizza la comprensione del film per lo spettatore.

Ancora non ci siamo.

I Robinson esce al cinema nel 2007, ed è un ennesimo flop fermandosi a 169 milioni su un budget di 150. Anche la critica ne uscì particolarmente divisa, tra nette stroncature e tiepidi segnali di apprezzamento per una trama arzigogolata ma ben scritta e la profondità della vicenda. All’interno della Disney, tuttavia, nessuno la prende particolarmente male: John Lasseter non crede davvero né in questo film né nei successivi, dal momento che la sua intenzione è quella di ricominciare al più presto a produrre fiabe e distribuisce i film già in fase di produzione unicamente per non lasciarli a marcire in magazzino. Gli occhi sono già puntati sul futuro, quindi, con la speranza che il cambio di nome della compagnia, che diventa Walt Disney Animation Studios, sia di buon auspicio per la rinascita dell’animazione Disney.

Marathon Day

5 pensieri riguardo “Marathon Day: I Robinson (2007)

  1. Un film che ho sempre apprezzato. Sapevo bene che fu la Pixar a contribuire alla salvezza di questa pellicola anche perché la Disney non sapeva ancora che direzione prendere con questa tecnologia. È un film imperfetto e si cede, ma è quella imperfezione che apprezzo molto e che rende vivo un film.

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  2. L’ho visto solamente una volta e non ricordo quasi nulla, ma all’epoca non mi aveva fatto una grande impressione. Invece concordo con te sul fatto che Le 5 Leggende sia davvero bello 🙂 Come sempre, interessantissimo leggere la storia della realizzazione!

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