Marathon Day: Chicken Little (2005)

Fin dall’inizio del progetto sapevo che questo momento sarebbe arrivato, e l’ho visto approssimarsi sempre di più man mano che passavano le settimane e la lista dei film di cui parlare si assottigliava. Finora ho cercato di esprimere poche opinioni, in generale, sui film, lasciandole eventualmente per i commenti, ma questa volta mi sento di cominciare con un piccolo coming-out: Chicken Little è il film Disney che amo di meno in assoluto; anzi, posso dire tranquillamente che non mi piace affatto. Lo trovo sciocco, discontinuo, disomogeneo, sconnesso nelle sue parti e nemmeno piacevole da vedere; quest’ultimo punto non è nemmeno del tutto colpa degli animatori, come vedremo tra un attimo, ma tant’è. In fondo, se ci deve essere un preferito ci deve essere anche uno “sfavorito”; ecco, Chicken Little è il mio “anche no” all’interno dei Classici Disney. 

Dopo questo leggero sfogo, procediamo. Come abbiamo abbondantemente discusso nelle puntate precedenti, i primi anni 2000 sono stati un disastro per la Disney, per una serie di fattori che possono però, in ultima analisi, essere ricondotti a una visione manageriale assolutamente disastrosa da parte di Michael Eisner. La situazione si fa drammatica quasi di giorno in giorno: i film della fase sperimentale, pensati per attrarre un pubblico sempre maggiore, hanno paradossalmente sortito l’effetto opposto e causato un’emorragia di consensi che nessuno si aspettava, l’inondazione di film di scarsa qualità in home-video hanno saturato il mercato e numerose case di produzione molto più dinamiche e innovative si impongono all’attenzione del grande pubblico. È in questa situazione che viene presa una decisione drastica: abbandonare la tecnica tradizionale e passare al digitale

Chicken Little - Il coraggio di essere un piccolo pollastro – der Zweifel

Quella che potrebbe sembrare una scelta artistica come le altre rappresenta in realtà un’ammissione di sconfitta da parte della Disney, che nel corso dei decenni era sempre riuscita ad avere ragione della concorrenza, imporre il suo stile personale e, in generale, a fare scuola per quanto riguardava la tecnica di animazione. Ora, invece, lo Studio versa in condizioni tali da non poter più competere con i suoi avversari e, anzi, è costretto a copiarli: con Chicken Little, la Disney abbandona parte della propria identità per assumere quella della concorrenza che tanto successo stava riscuotendo. Il maestro diventa l’allievo, dunque, una scelta sicuramente sofferta ma che nel lungo periodo darà grandi risultati, a scapito però, ovviamente, dell’animazione tradizionale, una tecnica dalla lunga e gloriosa storia destinata ad apparire nuovamente solo per due film completi e quale cammeo qua e là. 

Un piccolo pollo. 

Come accennavo all’inizio, Chicken Little è una strana creatura, un mostro di Frankenstein che cerca di tenere insieme troppe ispirazioni, aspirazioni e influenze diverse; il risultato non poteva che riflettere questa confusione anche identitaria in cui lo Studio versava. La storia è tratta da una fiaba popolare, una sorta di racconto moraleggiante in cui un pollaio, spaventato dalle grida del piccolo Chicken Little che, colpito in testa da una ghianda, crede che il cielo stia per cadere loro addosso, fugge spaventato e finisce in pasto a una volpe. Una sorta di “al lupo! Al lupo!” al contrario, insomma, che negli anni Quaranta, per via del suo soggetto fin troppo succulento, era già stato adattato in un breve cortometraggio bellico incentrato sui rischi della propaganda nazista. Proprio da qui parte Max Dindal, già visto all’opera con lo straordinario Le Folle dell’Imperatore, nello scrivere la sua versione della storia, che rilegge la trama da un’altra prospettiva: e se Chicken Little avesse avuto ragione?

Silencing Chicken Little - Terry Weaver

La storia, in verità, era nata sotto ben altre premesse rispetto a quello che alla fine avremmo visto sullo schermo. Nel 2001, quando inizia a lavorarci, Dindal rielabora pesantemente la vicenda di Chicken Little e mette al centro della vicenda un pulcino femmina tenebroso e ansioso che partecipa a un campo estivo per superare le sue difficoltà e recuperare il rapporto con il padre, scoprendo nel frattempo un complotto che i proprietari del campeggio tramano contro la sua città. Il pitch è abbastanza ben accolto da Eisner, che propone un cambiamento, ossia rendere la protagonista un maschio: inizia qui la lunga serie di compromessi e intromissioni che avrebbero inficiato il risultato finale del film. 

Nel 2003 interviene David Stainton, appena nominato presidente della Walt Disney Feature Animation, il quale, ritenendo necessario un diverso approccio, propone di rivedere pesantemente l’intero copione; è in questa fase che la storia diventa quella di un pulcino impegnato a sventare un’invasione aliena. Cuore del film resta però, fin dall’inizio e fortunatamente inviolato fino alla fine, il rapporto padre-figlio che lega il protagonista a Peppe Gallo, un rapporto scritto con grande originalità al punto da ribaltare completamente le carte in tavola: contrariamente a quanto spesso rappresentato, in Chicken Little è il giovane pulcino a cercare in tutti i modi di avere un rapporto con una figura paterna che, sebbene comprensiva e piena d’affetto per il figlio, semplicemente non lo capisce e si vergogna di lui. L’evoluzione del loro rapporto è trattato in maniera molto intelligente anche e soprattutto nei momenti apparentemente più rilassati, come quando, finalmente fiero del figlio per aver vinto una partita di baseball, Peppe Gallo pensa di avere finalmente qualcosa di cui parlare con lui, salvo scoprire, in una scena piena di imbarazzo, che non è così: il punto che il film riesce a raggiungere, questo sì molto bene, è che qualsiasi rapporto, anche quello tra genitori e figli, deve essere coltivato nel tempo attraverso un dialogo costante in cui entrambe le parti cercano di venirsi incontro. 

Un atteggiamento di problematizzazione dei rapporti interpersonali che va a coinvolgere anche i protagonisti e i comprimari con ci interagiscono nell’ambientazione borghese del film, vera e propria satira sociale della provincia americana di inizio millennio. Chicken Little e i suoi amici sono infatti degli outsiders, sono quello che oggi chiameremmo dei nerd, con la dovuta precisazione che nel 2005, quando il film esce, The Big Bang Theory non aveva ancora reso popolare e accattivante essere nerd: allora, essere etichettati come nerd equivaleva a uno stigma sociale, e i protagonisti del film subiscono esattamente questo. Chicken Little è un piccolo pollo ansioso e insicuro con due grandi occhiali a fondo di bottiglia, Alba papera è a tutti gli effetti un brutto anatroccolo, sebbene dal cuore molto dolce, mentre Aldo Cotechino è un maiale obeso, goffo e fifone; un trio malassortito, quindi, unito dall’elemento comune di trovarsi ai margini del gruppo sociale, rappresentato dalla stessa volpe che nella fiaba giocava il ruolo del villain. Con Chicken Little si esplora perciò anche l’esclusione sociale, il conformismo come valore dominante e la paura nei confronti di tutti coloro che non intendono – o non possono – uniformarsi allo standard imposto dalla società, dimostrando come anche in momenti di crisi la Disney abbia sempre qualcosa di importante da dire. 

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Ma allora, qual è il problema? In parte è già stato accennato: Chicken Little ha al suo interno troppe anime troppo diverse tra loro che non riescono mai a dare vita a un film davvero coeso. Un po’ slice of life, un po’ racconto di formazione, un po’ commedia, un po’ fantascienza, Chicken Little è un mix di generi fin troppo estremo per poter essere maneggiato con naturalezza dagli sceneggiatori e che risulta, quindi, in una trama a tratti sconnessa e discontinua. Ma è soprattutto il tono del film a costituire il vero tasto dolente: per competere con le disimpegnate commedie prodotte dalla concorrenza che il pubblico aveva dimostrato di preferire, Chicken Little è intriso di un umorismo non sempre riuscito e talvolta fuori luogo. La comicità del film appare spesso forzata, con una serie sfiancante di gag incerte e scenette imbarazzanti che finiscono per compromettere seriamente il risultato finale. 

Il maestro diventa l’allievo.

Se la sceneggiatura zoppica vistosamente, Chicken Little è comunque giustamente ricordato per essere il primo film Disney completamente animato in CGI; lo so, c’è l’incomprensione di Dinosauri, ma in quel caso i fondali erano ripresi in live-action e i personaggi erano animato da uno studio esterno acquisito per l’occasione. La rivoluzione dello Studio non era stata indolore: le succursali in Francia e in Florida vengono chiuse e gran parte degli animatori licenziati, mentre i sopravvissuti sono costretti a imparare da zero, o quasi, una tecnica di animazione completamente nuova con la prospettiva di dove recuperare in pochi mesi l’esperienza di anni che fai altri Studi d’animazione avevo maturato nel frattempo. Il limite della tecnica è evidente: i personaggi sono composti da forme geometriche semplici, le forme non hanno un autentico volume e nemmeno le ombre riescono davvero a conferire tridimensionalità a quelli che appaiono per quello che sono, ossia dei disegni 2D riadattati per essere animati in 3D.

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I protagonisti si rifanno alla tradizione dei funny animals che fin dagli albori dello Studio avevano popolato i suoi prodotti animati e il cui tratto tondo e morbido Dindal cerca di recuperare – con alterno successi: se la forma generale è tonda, infatti, i personaggi sono composti, come appena detto, da migliaia di piccoli poligoni geometrici, creando un notevole contrasto visivo. Il personaggio di Chicken Little, ad esempio, caratterizzato da una grossa testa tonda ma un fisico gracilino, è composto da 5600 poligoni. I fondali sono realizzati con la tecnica del matte painting per la realizzazione sia degli elementi naturali che artificiali, il tutto poi ritoccato con Photoshop, mentre il software Lumiere è stato impiegato per creare effetti luminosi e di ombra. 

Per l’estetica del film, gli artisti si ispirano anche al lavoro di Mary Blair, che abbiamo incontrato diverso tempo fa nell’epoca d’oro dell’animazione disenyana: suoi erano infatti i concept art di Cenerentola, Alice nel Paese delle Meraviglie e Peter Pan. Proprio dal lavoro della Blair Chicken Little riprende un uso impressionista del colore e della fotografia, elaborati più con l’intenzione di trasmettere immediatamente un’emozione o uno stato d’animo piuttosto che una resa fotorealistica dell’immagine. Si trovano infatti qui le basi di quello che diventerà lo stile peculiare della Disney nell’uso dell’animazione digitale, uno stile che, in completa controtendenza, rifiuterà del tutto il fotorealismo per adottare uno stile pittorico in continuità con quella che era stata la loro arte fino a questo momento. 

La nuova era. 

L’uscita di Chicken Little è osservata con ansia da molte persone, dal momento che la sua performance sarebbe stata decisiva per più di un motivo. Nel 2006, infatti, sarebbe terminato il contratto che la Disney aveva firmato con la Pixar per la distribuzione dei film dello studio di John Lasseter, e il risultato della contrattazione per il rinovo sarebbe dipeso anche dal risultato di questo primo esperimento digitale: un successo avrebbe dato alla Disney maggior peso contrattuale, mentre un flop avrebbe dimostrato alla Pixar che la Casa del Topo, da sola, non è in grado di realizzare buoni film in computer grafica. Ala fine, il film fu un buon successo, piazzandosi al primo posto nel weekend di apertura; il film guadagna in tutto più di 314 milioni di dollari, risollevando la Compagnia dalla stagnazione in cui i film precedenti l’avevano fatta sprofondare. Nonostante questo, le critiche al film furono piuttosto severe

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I problemi sottolineati dalla critica sono quelli esposti sopra: troppe contraddizioni stilistiche, troppe incertezze in fase produttive, troppe intromissioni da parte della dirigenza avevano reso Chicken Little un film pasticciato a confuso, in cui anche ciò che di buono effettivamente è presente finisce soffocato nella confusione generale. Nonostante questo iniziale inciampo, comunque, la strada era ormai tracciata, e nonostante lo stridore di denti da parte dei puristi dell’animazione tradizionale il futuro dell’animazione Disney sarebbe stata quasi esclusivamente digitale. Occorre però recuperare il tempo perduto, e in fretta, e per fare questo, come nella migliore tradizione fiabesca, giunge in nostro soccorso un principe, un principe dalle camicie sgargianti: è il 2006, la Disney acquista la Pixar e John Lasseter viene nominato direttore creativo di entrambi gli Studi. 

Marathon Day

10 pensieri riguardo “Marathon Day: Chicken Little (2005)

  1. Quando è uscito mi era piaciuto, più che per il film in sé perché mi divertivo a trovare e riconoscere i vari riferimenti infilati dappertutto (a King Kong o a E.T.), ma rivedendolo più di recente, quando ormai i riferimenti nei cartoni sono diventati una cosa scontata, l’ho trovato in effetti molto debole. Ai bambini però è piaciuto 🙂

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  2. Ammetto che è da molto tempo che non vedo Chicken Little ma ricordo che fin da piccolo provai emozioni contrastanti su questo film. Prima di tutto non apprezzavo tutti i cambi che aveva: passava dalla commedia allo slice of life alla fantascienza in maniera troppo improvvisa, a volte sembrava di vedere un film diverso. Però ricordo anche il rapporto padre figlio e quella era una bella cosa.
    Comunque dovrei rivederlo giusto per avere le idee più chiare.
    Un articolo fatto veramente bene! In ogni caso volevo avvertiti di una cosa. Ho adorato tantissimo questo tuo Marathon Day sui film animati della Disney e ho deciso di voler fare la stessa cosa ossia parlare di tutti i film animati Disney. Però visto che l’idea è partita da te, metterò ogni volta i link alle tue recensioni. Mi sembra il minimo. Ti va bene questa cosa? Non vorrei offenderti in qualche modo.

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      1. Non preoccuparti per il ritardo! Comunque ho fatto più un’analisi della sua creazione che altro. Ho già scritto l’articolo ma adesso sto scrivendo altre recensioni e ho deciso di pubblicare Biancaneve più avanti. Comunque ti ringrazio mille per la tua risposta! E nel tempo recupererò tutte le tue recensioni.

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