La Luna su Soho, di Ben Aaronovitch

Tra i vari, apprezzatissimi auguri che mi sono stati fatti alla fine dell’anno scorso c’era anche quello di riuscire a terminare qualche saga. Sembra un augurio strano, ma come ho scritto abbastanza spesso ho un rapporto molto complesso con le saghe letterarie, dal momento che ne inizio un sacco, magari mi appassiono, ma a un certo punto le abbandono per passare ad altro senza mai leggerne la conclusione; il mio carrello di Amazon, ad esempio, continua a guardarmi con gli occhi lucidi e a ricordarmi di completare l’acquisto di Il canocchiale d’Ambra e Il Sangue degli Elfi per completare la trilogia di Queste Oscure Materie e andare avanti con la Saga di Geralt, ma a dicembre per un motivo o l’altro ho dato fondo a tutti i miei risparmi e mi sento in colpa a spendere e spandere in libri. Tutto questo per dire che oggi ci troviamo qui ad inaugurare l’anno del blog, praticamente, parlando proprio del secondo volume di una saga, quella di Rivers of London, che ho iniziato l’estate scorsa e che, piuttosto lentamente, ho intenzione di portare avanti. 

La Luna su Soho inizia poco tempo dopo la conclusione del primo volume, e affronta direttamente la principale questione lasciata in sospeso, ossia il destino di Leslie: se il lato positivo è che la ragazza è viva, d’altra parte le cicatrici emotive e fisiche che ha riportato sono tante e tali da lasciare intravedere a Peter e a noi enormi conseguenze a venire. Ma il tempo per abbandonarsi alla malinconia non c’è: indagando sul caso di un jazzista morto, Peter avverte una traccia di magia e inizia a indagare nel sottobosco artistico di Soho, fatto di musicisti in cerca di gloria, groupies assatanate, inquietanti esperimenti e amori proibiti. Mentre Nightingale inizia ad aprirsi sul suo passato, poi, un oscuro antagonista fa la sua apparizione per sfidare Peter e gli ultimi maghi rimasti a Londra. 

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Ho opinioni molto contrastanti su La Luna su Soho, che in generale ho trovato inferiore al primo romanzo nonostante si ampli molti l’orizzonte della storia sia verso il passato, con i primi affondi sulla storia di Nightingale e dei maghi inglesi, sia nel futuro, con l’introduzione di quello che imagino essere il villain principale della storia. Allo stesso tempo, però, la vicenda al centro della trama non riesce ad essere altrettanto interessante, trascinandosi quasi passivamente; non c’è nulla dell’emergenza del primo libro, della rocambolesca indagine per scongiurare le atroci morti causate da Mr. Punch, e anche la posta in gioco sembra essere decisamente inferiore. Non mi spingo a definire La Luna su Soho un libro noioso, perché non lo è, ma è sicuramente una lettura molto meno emozionante del primo volume, che si faceva forza anche di un maggior numero di linee narrative, qui assenti. 

Rivers of London, infatti, riusciva ad alternare i momenti di worldbuilding, fondamentali in una vicenda fantasy dove devi presentare l’universo e il sistema magico su cui si basa, a due storyline principali, cioè l’indagine su Mr. Punch e la faida tra i fiumi di Londra del titolo; a fare da ago della bilancia era Peter, che passava, e noi con lui, da una vicenda all’altra senza un attimo di sosta. Non c’era un attimo di tregua, ed entrambe le vicende, alla fine, si intrecciavano in maniera davvero ottima. Qui lo stesso meccanismo, invece, non funziona a dovere: per gran parte del romanzo non si capisce se gli eventi che si succedono facciano parte della stessa indagine oppure no, e, nel momento in cui diventa chiaro che si tratta di due problemi separati, ti rendi conto che per gran parte del tempo si trascura il caso principale per seguire un’indagine iniziata quasi per caso e di cui non è ben chiaro il punto fin proprio alla fine. Il caso originario, vale a dire l’omicidio del jazzista e di altri musicisti nel quartiere di Soho, si risolve poi quasi da sé grazie a una serie di incontri del tutto fortuiti e accidentali che coinvolgono la sensuale Simone, senza un vero e proprio lavoro di polizia; quello che aveva reso speciale Rivers of London era il realismo con cui l’indagine era eseguita, una vera indagine che dava come esito la scoperta di un’entità soprannaturale, mentre in La Luna su Soho Peter viene messo sulla strada giusta quando scopre che Simone è in circolazione da molto più tempo di quanto sembri, lasciando tutti con una domanda: e se non avesse incontrato Simone, come avrebbe risolto il caso, dal momento che indizi non ce ne sono? 

Ma l’attenzione vera e propria, quella del lettore, del protagonista e, mi viene da dire, anche dell’autore è puntata sull’uomo senza volto, il mago malvagio che appare alla fine del libro e che sembra presentarsi come il grande antagonista della saga. Ben lontano dal voler ripercorrere le orme di Lord Voldemort, forse il grande antecedente con cui è inevitabile confrontarsi nel creare maghi oscuri, l’uomo senza volto appare come un cattivo alla Moriarty, gelido e perverso ma, allo stesso tempo, incredibilmente scaltro, intelligente e, in questo caso, dotato di enormi poteri magici. L’uomo senza volto entra nella storia piano piano, al punto che, nel momento in cui si rivela, appaia quasi ovvio che dovesse esistere, ne vedi prima l’opera e gli scagnozzi e solo alla fine si rivela per lanciare la sua sfida a Peter e Nightingale. La figura dell’uomo senza volto è legata alla storia della magia inglese e al passato di Nightingale, che fino a quel momento credeva di essere l’ultimo mago rimasto in attività e si trascina un gravoso fardello di rimorso e senso di colpa per oscuri avvenimenti accaduti durante la seconda guerra mondiale. L’avvento del cattivo è però decisamente fulmineo, dal momento che appare nel climax della vicenda solo per palesare la sua esistenza senza che nessuno, in precedenza, ne fosse a conoscenza, vista la sua abilità nel nascondere magicamente il suo volto; un punto di trama, quindi, che appare più come uno spunto da sviluppare in seguito piuttosto che come parte integrante della trama, lasciando sciolto un ennesimo filo narrativo in quello che appare un ricamo decisamente sfilacciato. 

Recensionando / Moon over Soho | gerundiopresente

Se la trama non mi ha convinto, ad essere sempre vincente è lo stile con cui il romanzo è scritto. Peter si conferma un narratore eccezionale, con un punto di vista assolutamente esilarante sui fatti che accadono. Il tono è sempre molto ironico, caratterizzato da una comicità molto cinica e disincantata, puntando uno sguardo divertito, ma non per questo cieco, sulle sue disavventure. La leggerezza del romanzo, solo apparente, comunque, è un tratto davvero rinfrescante che si abbina perfettamente con il tono weird e a tratti surreale della vicenda: il fatto che, con le sue stesse parole, il protagonista non si prenda mai davvero sul serio paradossalmente rende più accettabile l’insieme davvero variegato di entità soprannaturali, magie e divinità che popolano le pagine del romanzo, rafforzando la sospensione dell’incredulità. Fa l’effetto di una storia raccontata da un caro amico in un pub davanti a una birra, in cui i fatti sono esattamente gli stessi ma raccontati in modo esagerato per divertirti e, allo stesso tempo, quasi esorcizzare l’orrore e la violenza di quello che viene raccontato. Oltre all’ironia Peter si dimostra capace anche di inediti momenti di dolcezza, come quando deve rassicurare Leslie circa il suo volto sfigurato, e di una generosità non comune nel voler sempre aiutare anche assassini e mostri, cosa che lo rende, oltre a un personaggio molto più tridimensionale di quanto potrebbe apparire all’inizio, un protagonista per il quale viene naturale tifare e che sembra inevitabile e ovvio amare

La Luna su Soho è quindi un romanzo molto sconnesso nelle sue parti, in apparenza più un libro di passaggio piuttosto che una storia perfettamente autoconclusiva, una sensazione che scaturisce anche dalla serie di cliffhanger con cui si chiude il libro. Ben Aaronovich allarga ancora di più il suo mondo fantastico e pone le basi per il prosieguo della saga, ma stavolta sembra talmente concentrato a disseminare indizi e semi per il futuro da dimenticarsi di costruire una vicenda solida e soddisfacente per questo libro, che rischia di restare memorabile solo per l’introduzione del villain e ben poco altro. Andrò sicuramente avanti con la serie, sperando che i volumi successivi recuperino il ritmo e le qualità di Rivers of London, dal momento che, nonostante questo piccolo inciampo, le potenzialità della saga sono ancora enormi e abbaglianti.

6 pensieri riguardo “La Luna su Soho, di Ben Aaronovitch

      1. Come ti dicevo prima in quest’antologia c’è poco western, tanto horror e tanta genialità, quindi sono convinto che ti piacerebbe moltissimo. Grazie a te per la risposta! 🙂

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  1. Prima o poi inizierò anche questa saga. Finisco con La scopa del sistema di Foster Wallace e riattacco con il secondo di Dune ad un anno di distanza dal primo. Tanto per incuriosirti, ho già messo gli occhi su The Gentleman Bastard sequenze di Scott Lynch. Ha avuto una pubblicazione travagliata in Italia ma ora sono stati ripubblicati dalla Mondadori i primi tre volumi…

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    1. Ho letto Dune nel 2016, avevo iniziato a rileggerlo l’anno scorso in vista del film ma quando ho visto che è stato rimandato l’ho rimesso da parte; non sono mai andato oltre al primo, però, interessa molto anche a me vedere come va avanti! Di David Foster Wallace ho letto solo Una cosa divertente che non farò mai più, e sebbene mi riprometta sempre di leggere ancora qualcosa non lo faccio mai; credo sia anche che mi mette un po’ di soggezione.

      Non conoscevo la saga di Lynch, ma sembra interessante! Ce ne sono così tante, ma come si fa a leggere tutto?!

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      1. Non si riesce a leggere tutto. Ci si prova! 😃 Anche io ero un po’ in soggezione con DFW ma dopo aver letto Infinite Jest ne sono rimasto colpito e trovo sia un autore da leggersi senza farsi troppe domande. La sua figura è troppo condizionata dalla sua morte. Era uno scrittore brillante e divertente e non il genio incompreso e depresso che si vuole far credere.

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