Marathon Day: Il Pianeta del Tesoro (2002)

Il buon successo di Lilo & Stitch aveva parzialmente rigonfiato le vele dell’animazione disneyana, che si gode il momento di gloria come è consuetudine all’inizio del millennio: sfruttando fino all’inverosimile qualsiasi vacca grassa che le capita per le mani. La pace, tuttavia, era destinata a durare molto poco, dal momento che proprio lo stesso anno lo Studio avrebbe subito un flop disastroso, capace, da solo, di costringere la dirigenza a una radicale trasformazione: come accaduto cinquant’anni prima con La Bella Addormentata nel Bosco, anche Il Pianeta del Tesoro convinse i vertici della Disney che un’epoca era terminata, spingendo la Casa del Topo tra le braccia dell’animazione digitale.

Il Pianeta del Tesoro – La fiducia come meta del viaggio - La Settima Arte

Eppure questa volta erano stati attenti: forti dell’insuccesso di Atlantis, che, come tutte le sconfitte, aveva insegnato molto più dei successi, Il Pianeta del Tesoro aveva cercato di recuperare parzialmente il mix di generi che aveva caratterizzato i successi degli anni Novanta diluendo l’avventura con una notevole dose di introspezione psicologica, pressoché assente in Atlantis, e di brillante comicità, oltre al ritorno dei numeri musicali con quello che è probabilmente il brano migliore dell’intero decennio. Il Pianeta del Tesoro è un piccolo gioiello dell’animazione, un film bellissimo e intelligente, ma nonostante questo passato quasi completamente ignorato al momento della sua uscita; prima di affrontare questo delicato argomento, però, vediamo come il film venne in vita, in un momento in cui le speranze potevano ancora volare alte.

Stevenson nello spazio.

Il Pianeta del Tesoro nasce da un’idea di Ron Clements e John Musker, che abbiamo già più volte incontrato e incensato tra queste pagine: loro è il merito del successo de La Sirenetta, che inaugurò il Rinascimento Disney, e sempre loro è Aladdin, che ne consolida ulteriormente la formula; meno fortunati sono Hercules e Basil l’Investigatopo, comunque ottimi film. L’idea di portare L’Isola del Tesoro nello spazio non è del tutto originale, dal momento che, ho scoperto, esiste una miniserie italiana, prodotta dalla Rai, basata esattamente su questo soggetto; non è chiaro se Clements e Musker conoscano la miniserie Made in Italy, che comunque arriva sugli schermi statunitensi sebbene in una forma “condensata” da due ore e mezzo, e siccome non l’ho vista non posso dire quanto di simile ci sia tra i loro lavori – o se delle similitudini ci siano del tutto. Quello che è certo è che la coppia Clements-Musker cerca di vendere il soggetto de Il Pianeta del Tesoro fin dal 1985, nella stessa occasione in cui presentano anche il pitch de La Sirenetta: come la storia ci insegna, la precedenza viene data ad Ariel e alla sua romantica storia d’amore, mentre la rocambolesca avventura nello spazio profondo deve sedersi in panchina e aspettare. Il duo di registi, però, tiene moltissimo al film, e ripresenta nuovamente l’idea dopo il successo de La Sirenetta e dopo quello di Aladdin; entrambe le volte, tuttavia, il semaforo rimane impietosamente rosso. Stanchi di ricevere porte in faccia, Clements e Musker si rivolgono a Roy Disney in persona, il quale si schiera dalla loro parte e strappa a Micheal Eisner un accordo: se i due avessero realizzato un nuovo film di successo, avrebbe dato il via libera al progetto. Nasce così Hercules, e una volta pagato pegno i due sono finalmente liberi di dedicarsi al progetto della loro vita.

Treasure Planet - Childhood Remastered

Adattare L’Isola del Tesoro in chiave fantascientifica si rivela subito un’impresa meno banale di quanto preventivato, soprattutto per non correre il rischio di renderlo troppo simile ad altri prodotti realizzati negli anni precedenti: al di là dei flop disneyani era ancora ben vivo nella memoria collettiva l’insuccesso, avvenuto un paio di anni prima, di Titan A.E., anch’esso incentrato su una sorta di caccia al tesoro spaziale. Il lavoro è dunque molto delicato, ma gli autori perseverano mantenendo l’ottima intuizione che aveva generato la scintilla del progetto: l’universo rappresenta l’ignoto, un luogo di potenzialità infinite e di altrettante avventure e possibilità di cambiamento ed evoluzione, esattamente come, agli occhi di un ragazzino del XIX secolo, doveva apparire l’immensità dell’oceano; il loro scopo diventa quindi quello di ricreare la medesima atmosfera di meraviglia e pericolo, avventura e gioia che aveva caratterizzato il lavoro originale di Stevenson.

Il punto di partenza fondamentale è azzeccare il protagonista, destinato a diventare un avatar dei giovani spettatori all’interno del film. Il Jim Hawkins de Il Pianeta del Tesoro è molto diverso dal protagonista descritto da Stevenson: è più grande, più smaliziato, ma al tempo stesso più cupo e introverso, caratterizzato come un adolescente problematico che non ha ancora capito chi sia davvero e quale sia il proprio posto nel mondo. Questa trasformazione aumenta enormemente le potenzialità di Jim, sia all’interno della trama, dal momento che ha a disposizione molte più abilità della sua controparte cartacea, sia introspettive, dando agli sceneggiatori molto materiale su cui lavorare per costruire l’arco del suo personaggio; il rovescio della medaglia è costituito dal dover seguire un protagonista ombroso e spesso sarcastico che toglie gran parte della leggerezza che caratterizzava le pagine del libro, in cui la presenza di un bambino in mezzo a una ciurma di brutali pirati serviva anche da contrasto comico.

Il pianeta del tesoro (2002)

Sta di fatto che la componente psicologica di Jim diventa la dimensione predominante all’interno della pellicola, e la più riuscita, spesso a discapito dell’avventura vera e propria; merito, questo, soprattutto dell’altro grandioso personaggio presente nel film, ossia Long John Silver. In questa nuova versione futuristica, il pirata che nel corso del tempo è diventato quasi lo stereotipo della sua categoria diventa un cyborg dotato di braccio robotico multiuso e seguito da un alieno rosa mutaforma che fa le veci del pappagallo che tradizionalmente lo accompagna; il suo ruolo nella storia rimane tuttavia invariato, sebbene molta più enfasi sia posta sul rapporto padre-figlio che si viene a creare tra lui e Jim. Silver, come d’altronde anche Jim, è un personaggio complesso e articolato, costruito su una scala di grigi che rende pressoché impossibile inscriverlo in una qualsiasi categoria e porta la narrazione disneyana verso vette raramente esplorate; il suo essere il villain della situazione fa sì che il suo rapporto con Jim non sia mai banale ma sempre in costante evoluzione, proprio come i personaggi coinvolti.

Proprio qui sta l’autentico cuore pulsante del film, nel rapporto complesso, dolcissimo ma assolutamente credibile che si viene a instaurare tra i due personaggi: Jim trova in Silver un punto d’appoggio, una figura cui fare riferimento al posto del padre che lo ha abbandonato da bambino, e sebbene gli inizi siano piuttosto turbolenti il ragazzo inizia ben presto non solo a cercare la sua approvazione ma anche a nutrire un sincero affetto nei suoi confronti. Al tempo stesso Silver è il primo ad accorgersi dell’enorme potenziale che Jim nasconde al suo interno e a coltivarlo ricostruendo completamente da zero la personalità del ragazzo, nascondendo la sua stima dietro un’apparenza ruvida e a tratti scostante. L’approfondirsi del rapporto tra Jim e Silver è raccontato con un bellissimo montaggio di scene sotto la canzone I’m Still Here, sicuramente il singolo brano più memorabile di un decennio che, nel bene o nel male, ha scelto di evitare gli intermezzi musicali, e una delle migliori e più toccanti sequenze nell’animazione Disney.

Il Pianeta del Tesoro · The Disney Compendium

E poi c’è l’avventura, ovviamente. L’ambientazione spaziale viene usata egregiamente dal team di autori, che sfruttano qualsiasi occasione per movimentare sempre di più la spedizione dei nostri eroi, alle prese con esplosioni stellari e bizzarri alieni, pianeti inesplorati e intelligenze artificiali; nessun topos della fantascienza viene lasciato inesplorato, e il tutto riesce ad amalgamarsi alla perfezione in un risultato sorprendentemente coerente. Nonostante la ricchezza di spunti, però, l’anima avventurosa de Il Pianeta del Tesoro finisce inevitabilmente in secondo piano, messa in ombra, come è giusto che sia, dal lavoro sui personaggi, apparendo quindi più come un sapore aggiunto all’evoluzione di Jim fino alla maturità piuttosto che come l’autentico fine del film.

Steampunk disneyano.

Un altro dei grandi punti di forza de Il Pianeta del Tesoro è la sua resa visiva, ben riconoscibile eppure assolutamente personale e originale. Lo stile di Clements e Musker è chiaramente visibile nell’uso della caricatura e di design semplici ma di grande impatto emotivo, soprattutto per quanto riguarda i personaggi, qui arricchiti da un’inedita ricercatezza capace di rendere il film uno dei più elaborati e interessanti della loro produzione. Per l’estetica del film i registi decidono di adottare un particolare mix tra la componente fantascientifica e quella settecentesca proveniente dal romanzo, risultando in un mondo squisitamente steampunk in cui le macchine ipertecnologiche coesistono con divise e arredamenti dal sapore decisamente vintage. Gli artisti non si affidano al caso nel delineare questo mondo così particolare, e decidono di dotarsi di un rapporto matematico che guidi le loro scelte stilistiche: la regola del 70/30, secondo cui la resa del film avrebbe dovuto essere al 70% tradizionale e al 30% fantascientifica.

Al lavoro sui personaggi troviamo il meglio che l’animazione disneyana può offrire. Glen Keane, che a questo punto, non deve più essere presentato, dà vita a Silver, che non può essere considerato il suo capolavoro solo perché la Bestia rimane una vetta inarrivabile. Keane dà qui fondo a tutto il suo talento e delinea una canaglia dal cuore d’oro, perennemente in bilico tra la gentilezza e il sarcasmo, tra l’affetto e l’ipocrisia; non è solo il suo design a essere sorprendente, con il braccio robotico perfettamente integrato nell’animazione tradizionale del personaggio, ma sono anche la sua espressività e il suo linguaggio del corpo a dargli forza e renderlo memorabile all’interno di un film visivamente molto ricco e sorprendente. Altrettanto ottimo è il lavoro svolto da John Ripa su Jim, delineato come un adolescente confuso e scostante ma anche incredibilmente tenero al tempo stesso; nel design di Jim si assiste a una di quelle finezze grafiche che rendono sempre speciale l’animazione, ossia la scelta di lasciare sempre in ombra i suoi occhi per rappresentare visivamente il suo tormento psicologico e l’evoluzione che subisce nel corso del film, alla fine del quale potrà esibire finalmente uno sguardo limpido e sereno per l’avvenuta maturazione. Ugualmente raffinato è il design della carismatica ed elegante Amelia, capitano della nave, un personaggio energico ma impostato dai deliziosi tratti felini doppiata magnificamente da Emma Thompson.

BD impressions: Treasure Planet - Land of Whimsy

Una delle sfide del film era far coesistere in modo coerente ben tre diversi stili di animazione: quella tradizionale 2D riservata ai personaggi, l’animazione di personaggi 3D e gli ambienti generati al computer; oggi la tecnica appare decisamente invecchiata, al punto da essere molto riconoscibile il confine tra una tecnica e l’altra, ma appare comunque notevole il tentativo di sintesi operato dagli animatori. Per quanto riguarda gli sfondi, gli artisti recuperarono la tecnologia del Deep Canvas sviluppata per Tarzan, che permetteva di muovere i personaggi in sfondi tridimensionali che sembravano dipinti a mano, e lo svilupparono ulteriormente fino a ottenere un software capace di generare scenari tridimensionali a 360 gradi in cui piazzare i personaggi e muovere liberamente la telecamera con la stessa libertà e fluidità garantita in un film live-action.

Ci sono anch’io!

È inutile cercare giri di parole o di addolcire la pillola: Il Pianeta del Tesoro è un drammatico flop, nonostante la distribuzione in IMAX contemporanea al rilascio sugli schermi normali. Il risultato finale si attesta su una perdita di circa trenta milioni, sufficiente perché il film sia inserito, nel 2014, al quarto posto nella classifica dei flop più costosi nella storia del cinema. La critica lo accoglie in modo tiepido ma tutto sommato positivo, così come il pubblico, o almeno quel poco che è effettivamente andato a vederlo – e purtroppo io non ero tra quelli. La responsabilità, però, è ancora in gran parte della scellerata politica aziendale degli anni Duemila, interessata più alla quantità che alla qualità: ancora una volta, nel 2002 sono usciti ben due Classici, insieme a una gran quantità di materiale spurio tra cheapquel, serie televisive e speciali: non solo viene a mancare l’evento che era sempre stato l’uscita di un Classico Disney, ma la qualità diseguale e l’appartenenza incerta dei prodotti ha l’effetto di allontanare il pubblico anche dagli autentici capolavori come questo.

Original Cut HD) Treasure Planet - I'm Still Here (ENGLISH) - YouTube

Il fallimento commerciale del film blocca immediatamente i lavori al consueto frachise già in lavorazione, fermando lo sviluppo del solito sequel a basso costo e della serie televisiva di cui esistevano già bozze di sceneggiatura e storyboard. Al tempo stesso fu l’ultima goccia che convinse definitivamente la dirigenza a passare all’animazione digitale: gli ultimi due Classici animati a mano, Koda, Fratello Orso e Mucche alla Riscossa sarebbero stati ultimati in fretta e furia prima di passare alla più grande rivoluzione che lo Studio avrebbe mai subito nel corso della sua storia. Agli occhi della dirigenza è chiaro che l’ideale animato nato con Walt Disney più di sessant’anni prima non era più in grado di reggere la concorrenza con realtà più dinamiche, decidendo così di abbandonare a tradizione e abbracciare il futuro.

Marathon Day

7 pensieri riguardo “Marathon Day: Il Pianeta del Tesoro (2002)

    1. Guardalo assolutamente! E’ uno dei miei Classici preferiti in assoluto.

      Sì, ma in modo diverso. Oggi la Disney produce moltissime cose, ma ogni film è molto ben riconoscibile nella sua appartenenza: ci sono i Classici, i film Marvel, i film di Star Wars, i Pixar, etc. Solo i Pixar e i Classici, eventualmente, possono generare confusione perché molto simili. Nel 2002 invece uscivano moltissimi film che usavano gli stessi personaggi e gli stessi universi, ma tutti di qualità decisamente scadente, e alla fine non si capiva più se ci si trovava di fronte a un brutto Classico o a qualcosa di diverso, con la conseguenza di mettere in ombra i film ufficiali.

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      1. Che la gente perda interesse è fisiologico, e a un certo punto anche auspicabile per avere un ricambio nei film che vediamo. A me interessano soprattutto i film animati, e per fortuna su quello il ritmo è rimasto abbastanza costante e con dei risultati tutto sommato buoni, sebbene gli ultimi due siano stati dei sequel e non mi abbiano fatto impazzire.

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  1. Un film tremendamente sottovalutato che riusciva a essere molto fedele all’opera originale nonostante il tutto fosse ambientato nello spazio. Mi dispiace per il colossale flop che fu, ma sono contento di vedere molte perso e riscoprire questa pellicola è apprezzarla sempre di più.

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    1. Io non ho letto L’Isola del Tesoro, per cui non so quanto possa essere fedele al romanzo; so però che questo è uno dei miei Classici preferiti di sempre e mi emoziono ogni volta che parte la canzone con il montaggio di Jim e Silver.
      Per fortuna è stato molto rivalutato, anche io sono contento di vedere sempre più gente che lo conosce e lo ama.

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  2. Mi dispiace troppissimo del flop di questo film (al quale temo di aver contribuito anch’io: l’ho visto per la prima volta durante un’autogestione a scuola). È uno dei miei film Disney preferiti.

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