Marathon Day: Aladdin (1992)

Nel 1992 il Rinascimento era nel pieno della fase ascendente della sua parabola, e la Disney capitalizzava sul successo di critica e pubblico che i suoi ultimi film avevano riscosso. I mediocri successi degli anni Ottanta erano ormai già un ricordo, e forte di una generazione di artisti in grado di dimostrarsi perfettamente all’altezza della precedente lo Studio poteva godersi con una certa dose di fiducia il rinnovato affetto che i fan tornavano a dimostrargli dopo tanti anni di freddezza. Anche nel pubblico, infatti, si era assistito alla nascita di una nuova generazione fatta di spettatori giovani e giovanissimi che stavano imparando a conoscere l’animazione proprio grazie ai film del Rinascimento, scoprendo la magia dello spettacolo cinematografico e la meraviglia del kolossal. È in questa fortunata congiunzione che uscì al cinema Aladdin, ancora oggi uno dei film più amati dell’intera serie nonostante lo strascico di polemiche che accompagnò il suo debutto e le controverse conseguenze della sua fama che segneranno per molto tempo il marchio Disney; ma andiamo con ordine.

Il diamante allo stato grezzo.

Al contrario di La Sirenetta e La Bella e la Bestia, i precedenti successi del Rinascimento, Aladdin ha avuto una produzione piuttosto breve ma non per questo meno intensa. L’idea di trarre un film dal racconto Aladino e la lampada meravigliosa, contenuta ne Le Mille e Una Notte, fu proposta nel 1988 da Howard Ashman, che abbiamo imparato ad amare come autore delle colonne sonore insieme ad Alan Menken. Ashman aveva già in mente di trarre un film musicale dalla storia, e scrisse un soggetto di una quarantina di pagine in cui restava molto fedele alla vicenda originale, sebbene rielaborata secondo i canoni del musical. Lo Studio reagì però con molta freddezza al trattamento di Ashman, e mentre quest’ultimo lavorava a La Bella e la Bestia, Katzenberg assunse un team che rielaborasse ulteriormente la storia, la quale si arricchì di elementi plagiati ispirati ad altri film, come Il Ladro di Baghdad, da cui derivò, ad esempio, il personaggio del malvagio visir Jafar. Nello stesso momento, Ron Clements e John Musker, gli artefici del successo de La Sirenetta, vennero assunti per dirigere il film, che scelsero tra i tre che vennero loro proposti; oltre ad Aladdin, gli altri due erano un adattamento de Il Lago dei Cigni (cercheremo di non pensare a che capolavoro avrebbe potuto essere) e un progetto originale intitolato King of the Jungle, che sarebbe poi diventato Il Re Leone.

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Nonostante tutto questo lavoro, nel 1991 Katzenberg bocciò nuovamente il soggetto, che giudicava troppo poco accattivante, e ordinò di riscrivere tutto da capo senza però spostare la scadenza. Il panico cominciò a serpeggiare, mentre, in un tempo sempre più risicato, una squadra sempre più ampia di collaboratori si affannava per trovare la chiave di volta che avrebbe fatto funzionare il film. Venne deciso un taglio netto con le scelte narrative precedenti, eliminando interi personaggi, come la madre di Aladdin, presente nella storia originale e alla quale erano dedicati ampi brani di sceneggiatura, modificandone pesantemente altri, come gli stessi Aladdin e Jasmine, resi più adulti e sicuri di sé, e mettendo maggiormente a fuoco i temi su cui si sarebbe dovuto articolare il racconto. Queste scelte, funestate, come se non bastasse, dalla morte improvvisa di Ashman stesso, malato di AIDS, piacquero finalmente alla direzione, che si decise a dare il via libera alla produzione vera e propria.

È sorprendente, quasi, come un processo di scrittura così frenetico e confusionario, quasi, vista la velocità con cui i copioni erano modificati e il numero di mani al lavoro contemporaneamente, sia riuscito a dare vita a un film tanto solido e stratificato. La trama del racconto originale serve, a questo punto, solo come ispirazione per mettere in scena una storia di riscatto sociale e d’amore, messa in scena da personaggi dotati di grandissimo carisma e con un ritmo sempre incalzante ma non frenetico, capace di alternare riuscite scene d’azione, momenti romanticissimi e siparietti comici surreali e frizzanti. Quello che sorprende, però, è il fitto sottotesto di messaggi che si articola sotto la superficie della trama, perfettamente visibile per essere colto ma mai invadente. In primo luogo, ovviamente, si parla della natura dei desideri: Aladdin, una volta liberato il Genio, ha a disposizione dei desideri che può esprimere e sfruttare i quasi onnipotenti poteri dello spirito a suo vantaggio. Nella fiaba, il genio può esaudire un numero illimitato di richieste, ma gli autori decisero di limitarne il numero a tre, così da rendere significativo ognuno di essi e, non meno importante, il fatto che Aladdin ne usasse uno per liberare il Genio. Inoltre, si decise di rendere i desideri non solo una benedizione, ma anche una responsabilità di chi possiede la lampada: in questo modo, ogni uso della lampada avrebbe avuto, prima o poi, delle conseguenze che si sarebbero dovute affrontare.

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Dopo La Bella e la Bestia, anche Aladdin, poi, affronta il tema del guardare oltre le apparenze, un argomento che diventerà sempre più comune con il passare del tempo. Nel film, quasi nessuno dei personaggi è davvero quello che sembra, e molti di loro si travestono o trasformano in continuazione. Aladdin è definito fin dall’inizio come un “diamante allo stato grezzo”, quindi una persona che sotto la facciata comune nasconde un enorme potenziale, e si traveste da principe per conquistare la principessa Jasmine, la quale, a sua volta, si camuffa da popolana per sfuggire all’opprimente vita di palazzo. Jafar è un potente stregone e traditore sotto le mentite spoglie del freddo e fedele visir, e sul finale subisce una serie di trasfigurazioni che lo portano a diventare un genio; il Genio stesso cela la sua identità sotto i travestimenti più disparati, tra cui quello del narratore, e subisce l’ambivalenza della sua natura magica, che gli offre illimitati poteri ma lo costringe a una vita di schiavitù. Insomma, nel film nulla è mai ciò che sembra a prima vista, e a rafforzare la tesi giunge il lieto fine, quando Aladdin viene riconosciuto degno di Jasmine non per via del suo fittizio titolo nobiliare, che sceglie di non riavere, ma per il valore del suo animo.

Le notti d’oriente.

Aladdin è un film che può contare su un’estetica immediatamente riconoscibile fatta di forme affusolate e morbidamente tondeggianti, dominata da colori caldi e brillanti, una brillantezza dovuta, ancora una volta, alla tecnica CAPS, la colorazione digitale ormai perfettamente padroneggiata dal team di artisti. Le influenze per la resa visiva di Aladdin sono state principalmente due: da un lato, ovviamente, l’arte araba , soprattutto delle miniature e dell’elegante stile calligrafico, e dall’altro il lavoro del caricaturista Al Hirschfeld, che con le sue linee sinuose ed essenziali sembra dettare lo stile del film. L’unico personaggio a discostarsi da queste influenze è Jafar, dal momento che Andreas Deja, il suo animatore, voleva che spiccasse il suo contrasto rispetto agli altri protagonisti.

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Dopo tante sfide vinte, Glenn Keane si cimenta per la prima volta nella realizzazione di un protagonista maschile e anima Aladdin. L’aspetto del protagonista è stato uno degli argomenti che più ha diviso le coscienze durante la produzione, e che ha subito le maggiori trasformazioni da una versione all’altra. Nelle prime bozze, molto fedeli alla fiaba originale, Aladdin era un ragazzino di tredici anni, piccolo e smilzo, ma il suo aspetto venne completamente ripensato dopo la bocciatura di Katzenberg; Aladdin divenne così, oltre che più grande, anche più alto e atletico, e dotato di un atteggiamento spavaldo che, si pensava, sarebbe stato più accattivante per il pubblico. A Mark Henn, invece, fu affidata la principessa Jasmine, che, come il protagonista, da una versione all’altra divenne più grande e carismatica. Jasmine ha una figura elegante e flessuosa, capace di portare con disinvoltura uno degli abiti più rivelatori dell’intera produzione Disney senza mai per questo apparire oggettificata grazie alla sua spiccata personalità, romantica ma, a tratti, molto dura, sicura di sé e maliziosa. Dal momento che Keane e Henn lavoravano a distanza, il primo in California e il secondo in Florida, le scene di interazione tra Aladdin e Jasmine costituirono un’ulteriore sfida che superarono con una fitta corrispondenza di fax e posta con cui gli artisti confrontavano, di volta in volta, i disegni delle nuove scene per rendere coerenti le interazioni tra i personaggi.

Ma diverse spanne sopra gli altri personaggi svetta il Genio di Eric Goldberg. Musker e Clements crearono il personaggio del Genio pensando già a Robin Williams per la parte, e ignorando tutte le alternative proposte da Katzenberg contattarono l’attore, il quale accettò con piacere e doppiò le sue battute mentre recitava in Hook e Toys, nelle pause tra una ripresa e l’altra. Caso più unico che raro, a Williams fu concessa una totale libertà creativa e gli fu permesso di improvvisare su un canovaccio che gli veniva di volta in volta offerto; il risultato di queste sessioni furono ore e ore di materiale, in parte tuttora inedito, in cui l’attore improvvisava decine di personaggi diversi e tra cui Goldberg dovette scegliere cosa utilizzare effettivamente e cosa scartare, dando infine al personaggio l’aspetto eccentrico ma caldo e affettuoso di Robin Willaims.

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Aladdin presenta anche un fitto sottobosco di sideckicks animali, da Abu, a Jago a Raja, per i quali furono studiati, come da consuetudine, animali autentici per ricalcarne il più possibile i movimenti. Un traguardo notevole fu la realizzazione del Tappeto, non tanto per la sua animazione quanto per il pattern decorativo che presenta. Il rischio, molto concreto, era che i ricami del Tappeto si muovessero in modo incoerente da un fotogramma all’altro, e per evitare di dover affidare a un artista la supervisione di questo aspetto venne creato un software che, per la prima volta, riusciva a imprimere sull’immagine lo schema arabescato della decorazione in modo che ne seguisse anche i movimenti alla perfezione. Allo stesso modo, la computer grafica venne utilizzata anche per la realizzazione di alcune scene, come la sequenza ambientata all’interno della Caverna delle Meraviglie, e in particolare la scena di fuga dopo aver recuperato la lampada.

Chiedere il Nilo.

Aladdin fu un altro successo del Rinascimento Disney, inserendosi in quel climax che avrebbe trovato il suo culmine due anni dopo con Il Re Leone. Al box office si comportò benissimo, diventando il primo film Disney a raggiungere il mezzo miliardo di dollari di incasso, e anche il plauso della critica fu pressoché unanime. Il lavoro di Robin Williams fu acclamato da tutti, così come l’accattivante colonna sonora e l’estetica esotica ma perfettamente riconoscibile; la comicità irresistibile fu un altro elemento molto apprezzato, mentre da alcuni fu criticato lo sviluppo dei protagonisti, molto prevedibile e quasi formulaico.

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Purtroppo, insieme, alle lodi, arrivò quasi immediatamente un lungo strascico di polemiche e controversie. La prima riguarda, ovviamente, l’accusa di razzismo contro lo Studio; l’argomentazione, purtroppo inoppugnabile, è che i protagonisti presenterebbero tratti somatici molto occidentalizzati (grandi occhi, pettinature alla moda, pelle relativamente chiara), mentre il cast di supporto presenterebbe tratti etnici molto più marcati al limite della caricatura. Al centro dell’attenzione finì anche un verso del brano di apertura, che dipingeva come “barbare” le pratiche e le usanze dei popoli arabi, una polemica che si tradusse nella censura del suddetto verso, sostituito con uno più neutro. A questo si aggiunse la rottura con Robin Williams, che vide infrante entrambe le condizioni che aveva imposto per la sua partecipazione: che il suo nome non fosse usato a scopi promozionali e che l’immagine del suo personaggio non occupasse più del 25% dello spazio sul poster. Williams rifiutò quindi di partecipare a qualsiasi nuova produzione riguardante il mondo di Aladdin, e fu solo dopo le pubbliche scuse di Joe Roth, nuovo presidente dopo Katzenberg, che acconsentì a ridoppiare il Genio.

Insieme a questo, ad Aladdin va il controverso onore di essere stato il primo film Disney a generare un autentico franchise, fatto di film e serie televisive. Già La Sirenetta aveva avuto, nello stesso anno, una fortunata serie televisiva, per cui fu naturale pensare di fare lo stesso con Aladdin, visto il successo e le potenzialità del suo universo. Per fare da ponte tra il Classico e la serie fu quindi messo in cantiere un sequel, Il Ritorno di Jafar, realizzato però dal reparto televisivo e quindi dalla qualità decisamente inferiore, che uscì solo in home video; allo stesso modo, alcuni anni dopo fu realizzato un terzo lungometraggio, Aladdin e il re dei Ladri, che invece chiudesse definitivamente la serie e l’universo narrativo nato nel 1992. Visto il successo, prettamente economico, dell’operazione, si mise in moto la macchina dei cosiddetti cheapquel, i seguiti di molti tra i film più amati del canone disneyano, spesso con trame molto esili e una qualità molto inferiore rispetto ai film ufficiali, dal momento che venivano realizzati con budget minimi dai reparti televisivi. Il pubblicò, però, non capì immediatamente la differenza tra i Classici autentici e i sequel apocrifi, destinati esclusivamente al consumo domestico, al punto da credere semplicemente che la Disney avesse iniziato a fare brutti film, generando una confusione e una disaffezione destinata ad aggravarsi sempre di più nel corso degli anni.

Marathon Day

20 pensieri riguardo “Marathon Day: Aladdin (1992)

  1. Mi ha fatto ridere quel “plagati” cancellato.
    E’ un film che ha un’estetica davvero unica, come hai detto tu. Il Whitewashing è pratica diffusa oggi, figuriamoci negli anni novanta.
    Comunque non mi ha mai scaldato il cuore questo film, sarà anche per questo che ho apprezzato il live action.

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    1. Per me invece si tratta di un classico della mia infanzia, è uno di quelli che ho visto di più e che ancora oggi, ogni tanto, riguardo ancora con piacere. Il live action non l’ho odiato come pensavo, alcune cose sono fatte davvero bene (l’attore che fa Aladdin, per dire, è perfetto, secondo me), ma non ci ho trovato la magia del cartone; ma potrei essere io, a me non suscitano effetto nostalgia!

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  2. “si arricchì di elementi plagiati ispirati ad altri film” che frase inutile. si sa che quella ditta nn ha nulla di originale nei suoi lavori.
    perke williams non voleva il suo nome per la pubblicità? lo hai scritto e me lo sono perso?

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    1. Oddio mi sembra un’affermazione un po’ dura, la tua; è vero che la maggior parte dei film sono ispirati a romanzi, fiabe o racconti, ma gli adattamenti, per lo più, sono del tutto originali. Poi certo, ci sono i casi in cui alcuni elementi sono stati tratti da altri film, come qui o La Bella e la Bestia, in cui l’idea degli oggetti parlanti è presa da un film degli anni Quaranta. In questo caso, al di là della gag, in realtà le somiglianze tra Aladdin e Il ladro di Baghdad sono davvero minime e si limitano ad alcuni elementi del tutto secondari.

      Williams non voleva che il suo nome servisse come richiamo per il pubblico, visto che doppia un personaggio secondario che entra in scena solo in una fase piuttosto avanzata del film. Non voleva diventare uno specchietto per le allodole, insomma!

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  3. Sono totalmente d’accordo con te: il personaggio del Genio è un comprimario riuscitissimo, e anche secondo me buona parte del merito va al suo doppiatore Robin Williams. In quegli anni era al top della forma e della popolarità, e quindi nessuno avrebbe potuto prevedere la fine che avrebbe fatto in seguito: prima 15 anni buoni di assoluto anonimato, poi la sua morte molto prematura (dicono per suicidio, ma io non ci ho mai creduto: il modo che avrebbe scelto per togliersi la vita mi sembra davvero troppo cervellotico, e quindi ai miei occhi è una chiara montatura).

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    1. Ciao, purtroppo sto avendo un periodo un po’ complicato, tra il lavoro e lo studio: dovrò dare tre esami entro fine luglio e sono in altissimo mare! Spero tra un mesetto di poter ricominciare a scrivere perché mi manca davvero un sacco.
      Grazie per l’interessamento!

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      1. Sì, ma devo sostenerli per avere i 24 cfu che mi servono per poter fare il concorso ed entrare di ruolo alla secondaria, dove dovrei stare. Oggi è finita la scuola per cui adesso posso dedicarmi interamente allo studio, ma sono veramente indietro con tutti e tre.

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      2. Ho capito, ti servono per il concorso ordinario. Fai benissimo a liberarti di questi esami già a Luglio, sia perché altrimenti non faresti in tempo a partecipare, sia perché dopo averli dati potrai concentrarti interamente sullo studio della materia che vorresti insegnare alla secondaria. A proposito, qual è?

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      3. Sicuramente potrei insegnare “Discipline audiovisive” alle superiori, dal momento che ho una laurea magistrale in cinema, però visto che sono già iscritto in terza fascia per le materie umanistiche alle medie dovrei poter fare il concorso anche per quello. La mia idea sarebbe di provarli entrambi e sperare che almeno uno vada bene, anche se sono consapevole che ci saranno centinaia di altre persone con molta più esperienza di quella che posso aver maturato io in due anni, e che quindi saranno avvantaggiati. Speriamo bene!

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      4. Ad un concorso pubblico il numero di concorrenti è molto meno rilevante di quel che si potrebbe credere. Prima di tutto perché la stragrande maggioranza dei candidati si presenta al concorso tanto per, ma non ha nessuna reale possibilità di superarlo; in secondo luogo, perché se sei intelligente e preparato non hai niente da temere.
        Comunque mi sa che non puoi provarli entrambi, perché dovrai scegliere soltanto una classe di concorso. Ovviamente fatti furbo e prendi quella per cui sono in palio più posti. Anzi, se sei disponibile a trasferirti scegli anche la regione che ne mette in palio di più, perché lì i commissari saranno tendenzialmente meno selettivi. In bocca al lupo! 🙂

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      5. Sisì, il trasferimento non è affatto un problema, anzi: sono sempre stato un nomade e non mi crea dei problemi! Grazie per la dritta sulla regione, non ci avevo pensato!

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    1. SCUSA! Non sono più salito sul blog e nemmeno dall’app mi è arrivata la notifica del commento – a volte lo fa, e capita che mi accorga di commenti sotto ai post quasi per caso.
      Grazie mille per il link, e per il disturbo che ti sei preso: lo leggerò con attenzione!

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