Marathon Day: Taron e la Pentola Magica (1985)

Ci sono ancora, eh! Il virus non mi ha ucciso, sebbene, con la chiusura delle scuole, stia seriamente compromettendo il normale fluire della mia vita: ormai non faccio altro che svegliarmi, lavorare, mangiare tre volte al giorno e andare a dormire. Non è nient’affatto alienante. Questa improvvisa rivoluzione che ha dovuto subire la mia routine è avvenuta a scapito di tutto il resto, per cui anche il blog ne ha inevitabilmente risentito; non che sia mai stato particolarmente regolare, ma ormai il tempo da dedicargli è davvero un ritaglio. Perfino adesso scrivo con il senso di colpa del sapere che dovrei iniziare a preparare le lezioni per la settimana prossima, ma vabbè. Sembra un problema per il Daniele del futuro, poveraccio. Comunque, ci troviamo qui oggi per l’appuntamento settimanale con l’animazione Disney, che era nato, oltre che dalla mia insana passione per questi film, anche come incentivo per pubblicare qualcosa anche nei momenti più concitati, come adesso; per cui rimbocchiamoci le maniche e gettiamoci tra le fauci del Classico Disney più maledetto di tutti.

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Abbiamo visto la settimana scorsa, parlando di Red & Toby Nemiciamici, che quel film aveva segnato il completamento del passaggio di testimone dalla prima generazione di artisti alla seconda, che si preparava finalmente a emergere e dimostrare di cosa erano in grado. Se in Red & Toby questa nuova squadra si era messa al lavoro su un progetto già avviato dai loro maestri, Taron e la Pentola Magica fu il loro primo film realizzato interamente senza alcuna supervisione; e si vede, purtroppo. Ansiosi di mettersi in mostra ma ancora inevitabilmente inesperti nella scrittura e nell’animazione, le contraddizioni psicologiche del team si riflessero direttamente sul film, il quale si presentò immediatamente come un’opera grandiosamente ambiziosa ma macchiata da enormi difetti nello storytelling e nell’animazione. Difetti che, ovviamente, sarebbero andati correggendosi nei film successivi, ma che, in questo momento, decretarono un clamoroso flop per Taron e la Pentola Magica, un fallimento talmente colossale da relegare l’opera nella damnatio memoriae.

Da soli.

La storia di come Taron e la Pentola Magica venne ad essere risale agli inizi degli anni Settanta, quando la Walt Disney Pictures acquistò i diritti della saga letteraria high fantasy The Chronicles of Prydain, dello scrittore Lloyd Alexander. Tuttavia, la storia di Alexander non era stata la prima scelta della compagnia: anni prima, infatti, Walt Disney stesso aveva espresso interesse nell’adattamento di nientemeno che le opere di Tolkien, Lo Hobbit e Il Signore degli Anelli. L’ambizione di Disney si era però scontrata con l’opposizione dello scrittore inglese, il quale, disgustato dalla fisiologica mancanza di rispetto che Disney dimostrava verso le sue fonti letterarie e dallo stile artistico dei suoi film, affermò che mai nessuna delle sue opere sarebbe diventato un film Disney. Alla fine, i diritti de Il Signore degli Anelli furono acquistati dalla United Artist e il film venne diretto da Ralph Bakshi,mentre alla Disney si scelse di ripiegare su un’opera dello stesso genere ma molto meno celebre.

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I lavori sul film iniziarono verso la fine della produzione di Red & Toby, e i nuovi autori si gettarono con enorme entusiasmo in quello che sarebbe stato a tutti gli effetti il loro debutto. La prima sfida si presentò nel momento in cui si dovette elaborare una trama per il film: The Chronicles of Prydain è una saga di cinque romanzi con moltissimi personaggi e linee narrative, una quantità di materiale impossibile da trasporre nella sua interezza, senza contare che le idee di grandiosi franchise cinematografici avrebbero dovuto aspettare ancora molti anni prima di germogliare ai piani alti della Disney. Per questo motivo gli autori scelsero di concentrarsi sui primi due volumi della saga, rielaborandone però pesantemente personaggi e situazioni; nulla di nuovo, si potrebbe dire, se non che questa volta qualcosa sarebbe stato molto diverso, ovvero il tono.

 

Il registro di Taron e la Pentola Magica è radicalmente diverso da quello dei film che l’avevano immediatamente preceduto, riavvicinandosi ai kolossal fantasy dell’Età d’Oro, come La Bella Addormentata nel Bosco. Se però quello rappresentava una summa del genere fiabesco, ed era fatto per incantare e meravigliare, Taron e la Pentola Magica nacque con un intento diverso, cioè adattare l’atmosfera dell’high fantasy in un film cupo e oscuro, magniloquente ma, al tempo stesso, a tratti genuinamente spaventoso e sinistro. Si tratta di un livello di violenza e inquietudine mai sperimentato prima nello Studio, e che dimostra il desiderio della nuova squadra di infrangere gli schemi, osare e realizzare qualcosa di completamente inedito; forse fin troppo inedito, come dimostrarono gli screen test. Nel 1984, il film venne mostrato a un pubblico potenziale composto prevalentemente da famiglie con figli piccoli per testare, come d’abitudine, le loro reazioni ed eventualmente sistemare il film prima della sua distribuzione. La risposta del pubblico fu disordinata: molti genitori abbandonarono la proiezione insieme ai loro figli terrorizzati, e anche quelli che resistettero fino alla fine dichiararono Taron e la Pentola Magica troppo tetro e spaventoso per essere un film per bambini; insomma, fu immediatamente chiaro che il marchio Disney non avrebbe mai potuto distribuire il film così com’era.

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Fu il panico. A questo punto intervenne Jeffrey Katzenberg, subentrato a capo del reparto filmico in seguito a una massiccia riorganizzazione ai piani alti che aveva rimosso i vecchi amministratori delegati per sostituirli con Frank Wells e, soprattutto, Michael Eisner, il quale avrebbe ricoperto quel ruolo fino al 2005 e sarebbe stato responsabile dell’esplosione transmediale della Walt Disney. Informato dell’accaduto, Katzenberg chiese di vedere personalmente il film, e ordinò agli animatori di eliminare diverse scene; dopo che questi esprimettero le loro perplessità (un film animato, al contrario di un live-action, può essere modificato solo in fase di storyboard per non dover rianimare da zero intere sequenze), Katzenberg si chiuse in sala montaggio per apportare lui stesso i tagli che desiderava, ordinando poi agli animatori di risistemare il resto. Il risultato fu l’eliminazione di ben 12 minuti di film, che oltre a tagliare tutte le scene più cruenti fecero sparire anche elementi fondamentali per la costruzione del mondo narrativo e la comprensione della trama. Gli animatori non poterono quindi fare altro che lavorare per far collimare tra loro le scene scampate all’epurazione di Katzenberg, e se il risultato è, per lo più, praticamente invisibile, in alcune scene rimasero i segni di questa disperata censura, come alcuni salti nella colonna sonora.

Nell Terra di Mezz… ah, no.

Se narrativamente Taron e la Pentola Magica incontrò moltissimi problemi, e altri ancora ne avrebbe affrontati nel momento della sua uscita, a livello artistico invece ci troviamo di fronte a un film di assoluto rispetto. Per l’occasione, si decise di fare le cose in grande e venne rispolverato il formato panoramico, usato per l’ultima volta ne La Bella Addormentata nel Bosco; questo formato così ampio permise un immersione nel mondo fittizio del racconto mai visto nei vent’anni precedenti, e permise agli animatori di dare il meglio di loro con queste immagini dal respiro talmente ampio da risultare quasi universale. Tra le ulteriori novità, Taron e la Pentola Magica è il primo film a presentare il classico marchio della Disney, il castello bianco su sfondo blu, è il primo ad avere i titoli in coda al film e non in testa e il primo ad avere degli elementi generati al computer, come alcuni effetti visivi di bolle e il globo di luce che accompagna la principessa Ailin.

Tra le personalità coinvolte troviamo l’intera squadra che diventerà protagonista del Rinascimento Disney, qui impegnato nella loro gloriosa presentazione. In mezzo a loro c’è anche da citare il povero Tim Burton, alla sua ultima esperienza con un lungometraggio Disney: Burton lavorò come concept artist, ma i suoi disegni furono ritenuti troppo spaventosi anche per lo standard di Taron e la Pentola Magica e furono scartati. Lo stesso anno dell’uscita del film, Burton venne poco cerimoniosamente licenziato dalla compagnia con l’accusa di aver sprecato fondi nella realizzazione di un film inadatto ai bambini (Frankenweenie), e dovette aspettare l’inizio degli anni Novanta per avere la sua rivincita, quando la Touchstone, di proprietà della Disney, distribuì quasi controvoglia The Nightmare Before Christmas rendendolo famoso in tutto il mondo; ma questa è un’altra storia

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Dicevo, Taron e la Pentola Magica è un film visivamente imponente. Il formato panoramico esalta tutti gli splendidi scenari in cui si snoda la vicenda, dallo spettrale castello di Re Cornelius ai paesaggi boscosi che recuperano l’atmosfera bucolica dei bei tempi andati. Tutto collabora nell’offrire l’impressione di un mondo magico e meraviglioso, affascinante ma anche capace di risultare terrificante con decise virate verso l’horror; è un film dalle molteplici anime, è suggestivo e intrigante, un mondo nel quale perdersi con l’immaginazione e che sembra invitare a sognare molte più avventure di quante ci sia concesso vedere sullo schermo. Purtroppo la magia cessa nel momento in cui, dai fondali, si passa ai personaggi. I protagonisti hanno un aspetto decisamente anonimo, poco accattivante, con l’unica eccezione del villain, uno dei personaggi più spaventosi mai creati dalla Disney. Taron ed Ailin hanno, oltre a una caratterizzazione superficiale, anche un design generico, standardizzato, che impedisce loro di assumere una vera e propria identità che li renda memorabili. A questo si somma un’animazione che, probabilmente a causa dell’inesperienza del team, appare spesso fin troppo sopra le righe, con una recitazione enfatica che rende i personaggi poco credibili nelle loro interazioni; sembra di assistere alle animazioni di un film di Don Bluth, piuttosto che a una produzione Disney, ma fortunatamente si tratta di un problema risolto molto in fretta dal momento che già nei film successivi si assisterà ad animazioni molto più realistiche. Per adesso, però, questo stile così artificioso non poté che compromettere ulteriormente la riuscita del film, che infatti performò malissimo alla sua uscita al cinema.

Il Classico maledetto.

Taron e la Pentola Magica fu uno dei più grandi fallimenti nella storia della Disney, al punto di rischiare di gettarla in quel baratro sul quale si era tenuta in bilico per tutta l’età xerografica. I terrificanti tagli operati da Katzenberg non impedirono al film di ricevere un rating PG (visione consigliata con la presenza di un adulto), prima volta nella storia dello Studio, a causa di scene macabre e violente che era stato impossibile eliminare, come la resurrezione dell’esercito di scheletri e la truce morte di re Cornelius. La critica definì il film un’occasione sprecata a causa dei personaggi poco accattivanti e dello sciagurato trattamento riservato alla storia di Alexander, mentre il pubblico non apprezzò un film tanto distante dal canone disneyano, e proprio le incursioni nell’horror così grafico vennero additate all’interno dello Studio come causa del fallimento. Il film incassò a malapena la metà del budget messo a disposizione, superato anche dal film degli Orsetti del Cuore, e portò la dirigenza a domandarsi se valesse la pena tenere in piedi il reparto animazione della Disney, considerato ormai poco fruttuoso e di scarsa attrattiva per il pubblico. Gli studi furono sgomberati e trasferiti da Burbank a una struttura per aerei nella periferia di Glendale, in attesa di capire cosa fare; la situazione era critica, e solo il successo, moderato ma accettabile, dei successivi Basil l’Investigatopo e Oliver & Company diede un futuro all’animazione Disney.

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La delusione fu tale che si cercò di rimuovere perfino il ricordo di Taron e la Pentola Magica. Il film non venne più riproposto, e venne escluso perfino dalle edizioni home video fino alla fine degli anni Novanta; dappertutto, nello Studio, si cercava di fingere che non fosse mai successo. A causa di questo atteggiamento miope, lo Studio non prese nemmeno in considerazione l’idea di dargli un sequel, operazione possibile dal momento che deteneva ancora i diritti dell’opera di Alexnder, nemmeno quando, negli anni Duemila, venivano proposti in massa sequel apocrifi dei Classici del passato. Taron e la Pentola Magica era il film di cui nessuno voleva mai più parlare, e nonostante sia oggi disponibile in tutti formati possibili rimane ancora un argomento controverso all’interno della storia Disney.

Marathon Day

9 pensieri riguardo “Marathon Day: Taron e la Pentola Magica (1985)

    1. Ahahah cosa intendi con spirito decadente?
      Io l’ho visto per la prima volta abbastanza recentemente, tipo un paio d’anni fa quando avevo deciso di vedere tutti i Classici che mi mancavano. Te lo confesso, non mi ha fatto impazzire, sebbene io adori quel tipo di atmosfere tetre e spettrali.

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  1. Mi dispiace per la tua situazione rispetto al Coronavirus… Purtroppo non é facile.
    Passando all’articolo, ti do ragione: questo cartone ha tante potenzialità non sfruttate. I personaggi sono sicuramente il punto debole, mentre la trame e l’ambientazione sono molto belle. Per me rimane uno dei migliori cartoni fantasy. Peccato per tutti i motivi che hai detto

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    1. Grazie, io sono ancora fortunato perché ho alcune lezioni che posso “trascurare”, o comunque prendermela più dolce (tipo musica), molte mie colleghe invece no e sono messe ancora peggio di me.

      Sono d’accordo, infatti è veramente l’unico di cui spero facciano un remake come si deve, magari con un progetto ad ampio respiro per portare sullo schermo anche la parte di trama che non abbiamo visto. Tempo fa avevo letto che c’era l’intenzione di farne un live-action, ma non se ne è più saputo nulla. Non c’è pace per questo film!

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    1. Ma io ci spero, potrebbe uscirne davvero un bel film; sicuramente gli elementi suggestivi ci sarebbero tutti! Forse potrebbero anche cavarsela con gli elementi più horror, alla fine anche il franchuse di Pirati dei Caraibi l’ha fatta franca con delle immagini abbastanza forti (per un pubblico di bambini). Tempo fa se ne era parlato, ma purtroppo non se ne è più saputo niente…

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