Le Sette Morti di Evelyn Hardcastle, di Stuart Turton

Ho comprato questo libro un sacco di tempo fa, spinto dal tam tam mediatico, ma ho avuto il tempo di leggerlo solo ora; con le scuole chiuse a causa del Coronavirus mi trovo inaspettatamente a riposo forzato, con l’unico vantaggio concreto dell’avere molto più tempo a disposizione per leggere, più o meno come mi aspetto sarà la mia estate. Le Sette Morti di Evelyn Hadcastle è un romanzo straordinario, uno di quelli che prendi in mano e non molleresti più fino alla fine; allo stesso tempo, però, per via del trucco su cui si basa l’intera trama, non è una lettura da fare a mente spenta, anzi! Il libro ti chiede moltissima attenzione e una grande memoria per ricordare un’enorme quantità di dettagli, rivelazioni, confessioni e identità. Lo sforzo è grande, ma la soddisfazione, alla fine, impagabile.

Le sette morti di Evelyn HardcastleA Blackheath House si è svolto un delitto, quasi vent’anni fa, e un altro si sta preparando: mentre fervono i preparativi per la macabra celebrazione dell’omicidio del piccolo Thomas Hardcastle, infatti, una macchina di segreti e sotterfugi si mette in modo e porterà alla morte anche di Evelyn Hardcastle, giovane ereditiera dal passato misterioso. Un uomo è però presente a Blackheath per identificare l’assassino, con un vantaggio molto importante: potrà rivivere il giorno del delitto per otto volte in otto corpi diversi, così da raccogliere il maggior numero possibile di indizi.

Le Sette Morti di Evelyn Hadcastle deve essere stato un delirio da mettere insieme, per la quantità di personaggi e storie che si intrecciano all’interno del libro; lo stesso fatto di rivivere lo stesso giorno più volte fa anche sì che si vedano fin da subito anche le tracce del lavoro delle ultime incarnazioni, mettendo in scena fin da subito un labirinto di indizi e tracce in cui smarrirsi è molto semplice. E in cui, effettivamente, ci si smarrisce: seguendo il protagonista nelle sue indagini non è raro incappare in una serie di vicoli ciechi, piste che non portano da nessuna parte o, peggio, che portano a noi stessi, come quando si cerca di scoprire chi abbia abbattuto la porta di Lady Hardcastle per penetrare nella sua stanza; spoiler, siamo stati noi. Stuart Turton, pur essendo al suo debutto con questo libro, dimostra di sapere gestire perfettamente anche le storie più complicate, muovendosi con apparente agio in una vicenda intricatissima senza mai perdervisi dentro; con l’abilità di un narratore collaudato, Turton rivela e nasconde dettagli e misteri riuscendo nell’impresa non semplice di collocare ogni pezzo nel posto giusto senza mai sciupare il grande segreto, quello che regge tutta la narrazione: chi ha ucciso Evelyn Hardcastle?

Il romanzo è infatti un whodunit, un giallo molto classico se ci dimentichiamo un attimo delle incarnazioni multiple. Ci troviamo in uno scenario che deve molto ad Agatha Christie, con un’unica location isolata dal mondo e un gruppo – piuttosto nutrito, per la verità – di personaggi tra cui individuare l’assassino. Il mistero è, credo, impossibile da sbrogliare prima del tempo, sebbene tutti gli indizi raccolti puntino nella stessa direzione e, a posteriori, è possibile ricostruire il ragionamento seguito dal protagonista nel risolvere l’intera vicenda. L’azione è molto poca, e si concentra soprattutto nella seconda parte del romanzo, quando il ritmo accelera molto incalzati anche dal prossimo esaurirsi del ciclo di incarnazioni. Un’azione che deriva soprattutto dalla scelta di inserire più indagatori rivali a cercare l’assassino, con la promessa che solo uno di loro, il primo a risolvere il mistero, potrà lasciare il loop temporale in cui si trova la casa. Ecco allora che oltre a dover risolvere il giallo, il protagonista è costretto anche a guardarsi le spalle da un sanguinario lacché che lo pedina per uccidere tutte le sue incarnazioni e impedirgli di trovare l’assassino di Evelyn.

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Un assassino che, come nei migliori gialli, viene rivelato solo alla fine riuscendo a mantenere intatto il mistero – e la nostra curiosità – fin proprio alla fine. La scansione delle incarnazioni funziona alla perfezione come mezzo per ottenere di volta in volta degli indizi sempre diversi e sempre più approfonditi. Ognuno dei corpi che abitiamo ha dei talenti particolari che tornano utili proprio nel momento in cui li abbiamo a disposizione; alla fine, sebbene il protagonista sia uno soltanto, si può dire che l’identificazione dell’assassino sia il frutto di un elaborato lavoro di squadra in cui ognuno ha giocato la sua parte fino alla fine. Questo potrebbe apparire conveniente e forzato, trovandoci nel corpo giusto proprio nel momento giusto, ma la trama riesce a giustificare anche questo con l’inserimento di un guardiano, un misterioso uomo travestito da medico della peste del quale intuiamo la natura soprannaturale: è lui a coordinare il nostro lavoro, ed è stato lui a decidere la successione delle incarnazioni, così da offrirci il miglior vantaggio possibile. Questo tentativo di giustificare e dare una risposta a tutto, anche alla natura soprannaturale della vicenda, rischia però di rendere paradossalmente meno solida la sospensione dell’incredulità: il momento, ad esempio, in cui viene spiegata la natura di Blackheath House è forse quello più delicato, in cui vengono fornite spiegazioni non del tutto necessarie e che rischiano seriamente di far crollare tutta l’accurata costruzione del mondo precedente. Ci sono situazioni, soprattutto nella letteratura fantastica, che ti posso richiedere di essere accettate a scatola chiusa, e il loop temporale di Le Sette Morti di Evelyn Hardcastle è secondo me uno di questi: ti viene detto all’inizio che il mondo del racconto funziona in questo modo, e una volta accettato non è necessario approfondire ulteriormente la questione. Turton decide di farlo e di dare alla storia un respiro molto più ampio che alla fine, secondo me, ha senso, ma che non era del tutto necessario.

Turton, come ho già detto, dimostra già il talento di un grande narratore, e anche il suo stile è già ben riconoscibile. La prima cosa che mi ha sorpreso leggendo il libro è l’uso dei verbi, al presente: non mi capita spesso di trovare storie scritte al presente, e devo ammettere che in certi punti, soprattutto quando la storia si fa incalzante e la lettura più veloce, mi sono accorto di leggerli come dei passati. È stata una scelta perfetta per raccontare un protagonista che parla sempre in prima persona senza ricordare nulla del suo passato: il suo presente è tutto quello che ha, per cui ha senso che anche il modo in cui parla sia al presente. Il modo in cui il protagonista si costruisce davanti ai nostri occhi è eccezionale, lo vediamo partire come un foglio bianco e poi, lentamente, iniziare a mettere insieme pezzi della propria personalità man mano che li distingue da quelli dei corpi in cui transita; è affascinante, è un modo originale e innovativo di rispondere alla domanda “chi sono io?” e di mettere in scena la difficoltà di separare la propria individualità dalle influenze che inevitabilmente arrivano dall’esterno.

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È difficile parlare di un giallo senza fare grossi spoiler, ma spero di esserci riuscito. Le Sette Morti di Evelyn Hardcastle è un libro bellissimo, è incredibilmente solido e molto intelligente; scriverlo deve essere stato difficilissimo, ma il risultato è davvero speciale, un libro che vale davvero la pena leggere e far conoscere il più possibile agli altri. Quest’anno dovrebbe uscire il secondo romanzo di Turton, e sinceramente non vedo l’ora di vedere cosa si sarà inventato questa volta; penso sia un nome da tenere d’occhio, perché potrebbe regalarci grandissime soddisfazioni in futuro!

13 pensieri riguardo “Le Sette Morti di Evelyn Hardcastle, di Stuart Turton

  1. Sto aspettando il momento buono per leggerlo. Avevo letto recensioni contrastanti ma la tua mi ha confermato che è un buon libro. Non vedo l’ora di leggerlo ma siccome richiede attenzione dovrà attendere ancora un po’…

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    1. Ti consiglio di aspettare proprio di avere un po’ di tempo da dedicagli, leggerlo distrattamente sarebbe davvero un peccato – oltre che controproducente, visto che rischieresti di perdere un sacco di dettagli. Magari potresti tenerlo per quest’estate, quando sarai in vacanza!

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      1. Sono tornato qui solo per farti sapere che ho appena finito di leggere questo romanzo. Posso dire di averlo divorato come non mi capitava da un po’. Fin dalle prime pagine c’è una tensione costante. Leggendo cercavo di cogliere qualche crepa nell’impalcatura messa in piedi da Turton. L’unica cosa che mi è sfuggita è come facesse Ravencourt ha sapere del biglietto per Charles sotto il cuscino della sedia. Ma non importa. Davvero un bel giallo, classico nell’intreccio e nei toni ma innovativo nella sua struttura. Geniale!

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      2. Sono felice che ti sia piaciuto! Adesso non mi ricordo la faccenda di Ravencourt e del biglietto, ma mi stupirebbe davvero se non ci fosse nemmeno un piccolo errore o buco di trama; storie molto più semplici di questa ne sono piene!
        Anche secondo me è un libro geniale.

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  2. Lo aveva proposto una ragazza del mio club del libro, ma alla fine non lo abbiamo scelto.
    Anche io ho letto opinioni contrastanti, ma mi fido della tua opinione.
    Non penso lo leggerò a breve, ma mai dire mai! Sembra sicuramente interessante

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    1. A me è piaciuto tantissimo, però posso capire che il trucco del rivivere più volte lo stesso giorno possa far storcere il naso a chi è alla ricerca di un giallo più tradizionale. E’ comunque un libro che consiglio, fammi sapere cosa ne pensi quando l’avrai letto!

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  3. Riconosco a Turton di aver messo insieme una trama molto complessa, ma a me questo romanzo non è piaciuto. Troppo artefatto, poca caratterizzazione dei personaggi: alla fine anche la spiegazione del loop temporale mi è sembrata inadeguata dopo pagine e pagine di attesa. Mi sono annoiata da morire a leggerlo.

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    1. Mi dispiace che non ti sia piaciuto. E’ vero che a un certo punto l’artificio rischia di soverchiare il racconto, ma io ho trovato molto ben distribuita l’attenzione tra il trucco delle reincarnazioni e la costruzione dell’indagine. Sul fatto dei personaggi forse il problema è che sono, in realtà, sempre la stessa persona, Aidan, motivo per cui le loro voci sono sempre, bene o male, le stesse.

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  4. E’ vero, è molto difficile separare la propria individualità dalle influenze che inevitabilmente arrivano dall’esterno. Ad esempio, se tutti ti dicono che sei uno stupido tenderai a pensarlo anche tu: pochissimi hanno un’autostima così salda da resistere anche davanti a critiche numerose e feroci. E invece tutti dovremmo essere così, tutti dovremmo avere una consapevolezza delle nostre qualità e dei nostri limiti indipendente da ciò che gli altri pensano e dicono di noi.

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    1. Sono d’accordissimo, e purtroppo mi ci metto anche io in mezzo: sono il primo a lasciarsi influenzare molto dalle opinioni e dalle parole delle persone che ho intorno, soprattutto da quelle negative, perché, chissà come, quelle positive non restano mai impresse allo stesso modo.
      In particolare quando ero alle medie ho avuto degli insegnanti che ce l’hanno messa tutta per farmi sentire un idiota, e questa cosa mi ha perseguitato per tantissimo tempo facendomi sentire sempre un passo indietro agli altri. Come dici tu, tutti dovremmo avere una consapevolezza delle nostre qualità, ma è davvero difficile ignorare quello che gli altri dicono di te, purtroppo.

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      1. Anche a me è capitato più volte che dei professori cercassero di distruggere il mio talento facendomi perdere fiducia nei miei mezzi. I loro tentativi di lavaggio del cervello sono falliti in modo così clamoroso che adesso sono diventato un professore anch’io. 🙂 Colgo l’occasione per dirti che ieri ho sfornato un nuovo post… spero che ti piaccia! 🙂

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      2. Ahahah idem! Adesso sto insegnando in una quinta elementare, ma mi sto preparando per passare alle secondarie, dove dovrei stare.

        L’ho visto, ma non ho ancora avuto il tempo di leggerlo; lo farò al più presto!

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