Oscar 2020: The Lighthouse

È incredibile come Robert Eggers riesca sempre a realizzare dei film così incredibilmente d’atmosfera, degli horror che ti avviluppano immediatamente con le loro ambientazioni, le loro fotografie e le loro musiche prima ancora di gettarti senza tanti preamboli nel cuore dell’orrore. The Lighthouse è il secondo lungometraggio del regista dopo l’ottimo The Witch, e si possono già individuare delle analogie che puntano a delineare una ben precisa poetica nel lavoro di Eggers: un microcosmo isolato, la fallibilità delle nostre percezioni, la fragilità della ragione di fronte a un orrore talmente alieno da non poter essere spiegato razionalmente. Tutto questo per dire che The Lighthouse è un film stupendo, straordinariamente suggestivo e bello da morire da guardare.

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Abbiamo due soli personaggi, in scena, entrambi di nome Thomas: per comodità li chiameremo Howard e Wake, i loro cognomi. I due uomini lavorano come custodi di un faro isolato dal resto del mondo, e sebbene le mansioni siano divise appare subito evidente che tra i due non esiste alcuna parità: mentre Howard (Robert Pattinson) svolge i lavori di manutenzione e manovalanza, infatti, Wake (Willem Dafoe) si assume la responsabilità di supervisionare la luce del faro, un compito del quale si dimostra decisamente geloso. I rapporti tra di loro sono inizialmente molto freddi, ma le cose iniziano a degenerare piuttosto in fretta quando, complice l’isolamento, la sanità mentale dei due comincia a vacillare e il desiderio di Howard di vedere la luce si fa sempre più urgente.

The Lighthouse è un film incredibilmente affascinante, capace di catturati già dalle primissime immagini: due uomini su una barca che taglia le onde del mare in mezzo alla nebbia. Già da queste prime inquadrature si intuisce la natura apocalittica del film, il suo astrarsi dallo spazio e dal tempo per ambientarsi in una dimensione ultraterrena a metà tra il delirio e lo spirituale; ci troviamo in una sorta di purgatorio, un luogo liminale in cui la percezione è appena appena cosciente e a contare di più sono le visioni, allucinazioni terribili ma incantevoli allo stesso tempo. Siamo in un non-luogo che è più uno stato mentale che un posto fisico, totalmente estraneo alla realtà come dalla realtà si estraniano sempre di più i due protagonisti, soprattutto Howard, vittima di inquietanti apparizioni che sfumano sempre di più il confine tra la realtà e l’allucinazione.

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Il film è pieno di simbolismo, ricchissimo di allegorie tratte da celebri lavori precedenti (difficile non pensare immediatamente a Coleridge nel momento in cui sui parla dell’uccidere i gabbiani), o da miti classici come quello di Prometeo, influenze che rientrano e si incastrano alla perfezione l’ispirazione da Poe. Sebbene l’origine del film sia un racconto incompiuto dello scrittore americano, la trama non mantiene alcuna somiglianza con il suo omonimo letterario se non in alcuni tratti distintivi della letteratura di Poe: The Lighthouse è infatti la storia di una mente in lento disfacimento, mette in scena la disintegrazione di una coscienza che inizia lentamente a decomporsi sotto i nostri occhi, una degenerazione della razionalità che avviene proprio quando, paradossalmente, il protagonista agogna la luce, simbolo per eccellenza della ragione, che Wake tiene gelosamente segreta, come se riservata solo agli iniziati. Howard è quindi spinto da un desiderio quasi blasfemo di raggiungere un sapere occulto dall’apparenza quasi divina, una dimostrazione di hubris orribilmente punita in un finale dal sapore di contrappasso: Howard cerca di raggiungere e toccare Dio, la razionalità, ma è rifiutato da lui e rigettato sulla terra dove viene lentamente divorato vivo dai gabbiani, per tutto il film simbolo di superstizione.

The Lighthouse è meravigliosamente gotico con le sue atmosfere decadenti e l’attenzione puntata sulle superstizioni e le immagini fantastiche che fanno da sfondo all’angoscia della condizione umana di fronte a un orrore inspiegabile, talmente alieno da non essere nemmeno pensabile o rappresentabile se non attraverso piccoli dettagli, come il mostruoso tentacolo che Howard vede scorrere sulla grata sopra la sua testa. Allo stesso tempo recupera tantissimo la lezione del cinema espressionista, con un’illuminazione violentissima che disegna ombre nette e taglienti sui volti dei protagonisti, una fotografia fatta di neri profondissimi e altrettanto violenti punti luminosi, e con primi piani e dettagli dall’aspetto quasi diabolico: Dafoe è quantomai terrificante quando declama le sue maledizioni con lo sguardo fisso e spiritato. La colonna sonora ossessiva, poi, alimenta sempre di più questa sensazione di straniamento e alienazione con i suoi suoni cupi, ultraterreni, che riverberano incorporei nella nebbia come fantasmi; tutto il reparto audio è realizzato alla perfezione, e mi stupisce che non sia candidato agli Oscar insieme alla fotografia.

The Lighthouse - Robert Eggers

Willem Dafoe e Robert Pattinson reggono tutti il film sulle loro spalle, e offrono delle interpretazioni ipnotiche, straordinarie. Entrambi hanno continuamente dei momenti in cui sgranchirsi i muscoli e dimostrare cosa sono in grado di fare, soprattutto nei brevi monologhi che ogni tanto si scambiano. Se da Dafoe un po’ te lo aspetti, Pattinson è stato davvero una sorpresa e mi ha colto del tutto impreparato con questa sua performance così viscerale, così stranamente fisica pur avendo come oggetto la mente e la deriva in cui si è persa. Sono potenti, sono pieni di questa energia disperata di chi balla sulle ceneri del mondo sapendo di essere i prossimi a cadere; c’è angoscia e disperazione, ma al tempo stesso un desiderio vorace, in loro, che finisce per consumarli entrambi, nell’anima e nel corpo.

The Lighthouse è un film incredibilmente soggettivo, in cui la realtà si fa sottile e viene trasfigurata dalle percezioni distorte dei protagonisti; parla di un’ambizione arrogante che viene punita e di come una coscienza possa marcire quando incapace di distinguere il reale dall’immaginario. È macabro ma affascinante, ripugna ma è impossibile distogliere lo sguardo; nelle sue contraddizioni così armoniosamente congiunte, The Lighthouse è molto vicino a raggiungere il Sublime. Il film è candidato agli Oscar solo per la Miglior fotografia, una nomination meritatissima ma che, credo, difficilmente si porterà a casa; per quanto mi riguarda, comunque, avrebbe potuto meritare molto di più.

Oscar 2020

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