Oscar 2020: The Irishman

The Irishman è senza dubbio uno dei cavalli di punta di questi Oscar, l’esemplare di razza che sfila elegantemente di fianco agli avversari guardandoli dall’alto in basso forte della sua indiscutibile autorialità. Anche per questo avevo un certo timore a vederlo, un timore rafforzato dalla durata non trascurabile ma che, alla fine, oltre ad avere una sua perfetta giustificazione non appesantisce nemmeno troppo l’esperienza di visione; ovviamente è un fattore che si fa sentire, ma mai, per tutta la durata del film, ho sentito noia o fastidio, anzi. The Irishman è l’esempio perfetto di cosa può uscire nel momento in cui un grande artista si mette a fare quello che sa fare meglio insieme a persone con cui ha costruito un sodalizio di lavoro ormai decennale. È un film che ha veramente il sapore di un testamento, come è stato già più volte scritto, con un parallelismo che vedrebbe in Frank Sheeran un alter-ego di Scorsese intento a guardare alle proprie spalle e tirare le somme della propria carriera mentre produce un inequivocabile capolavoro.

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Il film segue la vicenda di, appunto, Frank Sheeran, reduce della Seconda Guerra Mondiale che, in seguito a un fortuito incontro con il gangster Russell Bufalino, diventa il braccio armato della malavita organizzata. La storia procede poi a illustrarci la carriera sempre più notevole di Sheeran fino al suo apice, quando diventa la guardia del corpo di Jimmy Hoffa; ed è qui che il confine tra realtà e narrativa si sfuma, quando il film cerca una sua verità nel caso della sparizione di Hoffa, uno dei più grandi misteri della storia americana.

La durata, come accennavo prima, si sente: The Irishman dura ben tre ore e mezzo, ma Scorsese dimostra di sapere molto bene quello che fa. Nonostante le dimensioni gigantesche, il film non è mai lento, non è mai noioso, ma scorre liscio e davanti ai nostri occhi vediamo passare i decenni della Storia come cornice di quella, più piccola, di Frank Sheeran. L’intero film, inoltre, è un gigantesco build-up che punta tutto sul finale, su quella singola sequenza che culmina nell’omicidio di Hoffa; lì, nell’interpretazione di De Niro e Al Pacino, ti rendi conto che tutto il tempo passato in compagnia di questi personaggi era fondamentale, che non c’era nulla di superfluo ma tutto congiurava a costruire e rafforzare un’amicizia solidissima, una fiducia incrollabile destinata a spezzarsi con un tradimento terribile che segnerà per sempre Frank. Assistiamo a una costruzione eccellente della trama, che ti obbliga a seguirla per intero per capire davvero quale sia la destinazione che intendeva raggiungere: se nella prima parte The Irishman può apparire fuori fuoco, privo di una vera e propria direzione se non seguire la scalata al potere di Frank, nella seconda inizi a intuire dove Scorsese vuole andare a parare e tutto quello a cui hai assistito in precedenza ottiene ancora più significato.

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Scorsese firma quella che è a tutti gli effetti un’epica dalle proporzioni di un kolossal. Fin dall’inizio i personaggi sono tantissimi ed è facile, nei primi minuti, sentirsi disorientati con la quantità di informazioni che ti vengono fornite in un colpo solo. Attraverso Frank seguiamo lo sviluppo del crimine organizzato in quasi cinquant’anni di storia, un arco temporale lunghissimo in cui riusciamo a muoverci con inaspettata fluidità grazie al trucco delle cornici narrative: la storia è narrata da un Fank ormai anziano, che ricorda il viaggio fatto con Russell e le rispettive mogli, occasione che, a sua volta, fornisce una serie di spunti per ripercorrere le origini della carriera di Frank. Con questo continuo saltare avanti e indietro nel tempo riusciamo ad assistere ai momenti significativi della vicenda come se fossero una serie di aneddoti che il Frank del presente racconta a un’infermiera, come accade nel finale, vediamo solo gli episodi più importanti senza che per questo il film perda di coesione o appaia eccessivamente sconnesso. Inoltre la sua dimensione di flashback, la natura di ricordo che ha lo sviluppo della vicenda, giustifica anche il suo tono così contemplativo e riflessivo: è come se Frank, da quella sedia a rotelle nella casa di riposo si soffermasse con la memoria a ricordare, e ogni ricordo viene riassaporato e rivissuto fino in fondo. Frank racconta sé stesso, ma al tempo stesso riflette su sé stesso, sulla sua vita e sul significato che essa ha avuto; un significato che non può non essere quantomeno controverso.

Il punto di The Irishman, infatti, è l’inutilità del crimine. Vediamo Frank salire sempre più in alto nella gerarchia della mafia, sempre più in alto nel favore di Hoffa e a contatto con personalità sempre più importanti; è innegabilmente un uomo di successo, nel suo settore, ma un successo che, alla fine, non gli porta alcuna soddisfazione. Nell’ultimo atto vediamo Frank e i suoi soci invecchiati, malati, soli; li vediamo messi in disparte, dimenticati prima in un carcere e poi in una casa di riposo, abbandonati con l’unica prospettiva di attendere la morte in solitudine. Frank ha dovuto uccidere quello che con il tempo era diventato il suo migliore amico, e nel fare questo si è alienato del tutto l’amore delle figlie, soprattutto Peggy, da sempre consapevole della professione del padre e molto critica nei suoi confronti. Si disegna quindi un curioso parallelismo tra alcuni film candidati a questi Oscar, ossia l’inutilità del male: se Jojo Rabbit criticava l’inutilità dell’odio e 1917 quella della guerra, The Irishman affronta l’inutilità della violenza, e sembra volerci dire che nulla di duraturo, nulla di buono può nascere da una vita costruita sulla morte delle altre persone. Sempre a questo puntano i sottotitoli che, qua e là, appaiono per anticipare la brutale fine di alcuni personaggi che appaiono sullo schermo: la vita nel crimine organizzato, sembra volerci dire Scorsese, non potrà mai portare ad altro che ad altra morte.

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Come sempre accade nelle grandi storie i personaggi sono il vero capolavoro, così come un capolavoro sono le interpretazioni degli attori, per quanto possa essere scontato dirlo visti i nomi coinvolti nel progetto. Sicuramente Robert De Niro e Al Pacino sono i due colossi che portano avanti la storia, così come il rapporto che si crea tra di loro. Frank e Hoffa iniziano a conoscersi come un qualsiasi rapporto di lavoro, ma ben presto questa frequentazione diventa sempre più stretta, sempre più intima, una vicinanza dovuta certamente dalla necessità di Hoffa di avere accanto la propria guardia del corpo, ma anche dal crescente affetto che inizia a legare i due uomini. Hoffa arriva al punto da dipendere, quasi, da Frank, non muove un passo senza di lui e per lui è disposto a infrangere la sua regola sacra e aspettarlo per quasi un’ora pur di averlo al suo fianco. Fino alla fine, Frank è l’unico uomo di cui Hoffa si fidi ciecamente, è l’unico da cui non teme nulla e con cui si sente perfettamente al sicuro; Frank lo sa, e lo sanno anche i suoi nemici, che quindi ritorcono questa fiducia contro di lui obbligando Sheeran a sparargli, in un tradimento che diventa così ancora più meschino, ancora più vile, e che perseguiterà Frank per il resto della vita. Al Pacino dà vita a questo personaggio tragico, un personaggio che tiene la propria integrità come valore assoluto e crede fermamente nell’importanza di un’unica parola data e del non rimangiarla mai. Hoffa vive come un affronto il degrado in cui vede sprofondare la sua “professione”, la mancanza di valori che caratterizza in nuovi malavitosi, e forse anche per questo si aggrappa così disperatamente alla propria integrità, consapevole del fatto che questo atteggiamento rischia di portarlo alla morte; Hoffa sa quale potrebbe essere il suo destino ma prosegue comunque lungo la sua strada, fiducioso nella protezione che gli assicurano il suo nome e Frank, ignorando, fatalmente, che il colpo mortale arriverà proprio da lui.

Una parola è necessario spendere anche sui personaggi femminili: appare evidente, man mano che prosegue la visione, che The Irishman è un film profondamente maschile, in cui le donne appaiono poco e raramente dicono qualcosa di significativo. Però osservano, e giudicano. Peggy è sicuramente il personaggio femminile migliore di tutti, una bambina, prima, e una donna poi di pochissime parole ma dallo sguardo penetrante che sembra capace di trafiggerti e contare i peccati sulla tua anima. Anche senza parlare, Peggy riesce ad apparire immediatamente come un personaggio molto intelligente, capace di intuire subito, con uno sguardo, la vera natura del lavoro del padre e degli amici con cui si circonda, e li rifiuta con una resistenza passiva ma non per questo meno feroce o combattiva. Io ho amato Peggy, e se all’inizio mi dava fastidio che non avesse battute, con il passare dei minuti (e delle ore…) ho iniziato anche ad apprezzare il modo silenzioso che ha di giudicare e punire il male intorno a lei.

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Anche tecnicamente The Irishman è un capolavoro. La tecnica del ringiovanimento avrebbe potuto rischiare di sembrare un trucchetto fine a sé stesso, ma funziona benissimo e alimenta ancora di più l’illusione dello scorrere del tempo; forse a volte la sospensione dell’incredulità vacilla osservando i movimenti degli attori che tradiscono le loro vere età, ma si tratta proprio di inezie. Si vede che è una tecnica su cui è stato investito molto e che è stata usata al meglio, e il modo in cui le immagini ritoccate al computer, peraltro senza l’aiuto della motion capture, si integrano con le riprese reali è davvero sbalorditivo. Prima di vederlo ero molto scettico su questa scelta, ma devo dire che mi ha convinto molto più di quanto pensassi; ora, l’idea di prendere un altro attore per interpretare la versione giovane di De Niro mi sembra semplicemente aberrante!

The Irishman è senza dubbio un capolavoro, e potrebbe essere senza problemi il punto di arrivo di una carriera intera, di più carriere se consideriamo anche gli attori coinvolti. È tragico, è drammatico, c’è un’enorme attenzione all’umanità dei personaggi, anche i più secondari, e una sensibilità che risplende di luci sempre diverse a seconda delle scene ma che è sempre presente e impossibile da soffocare. Il film è candidato a ben dieci premi Oscar, e secondo me potrebbe vincere senza problemi Al Pacino come Miglior attore non protagonista e i Migliori effetti speciali, un premio che non ti aspetteresti di veder assegnato a un film di Scorsese ma che, secondo me, merita davvero tantissimo.

Oscar 2020

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