Marathon Day: Lo Scrigno delle Sette Perle (1948)

La genesi di Lo Scrigno delle Sette Perle è analoga a quella già raccontata in occasione dei film precedenti. La ripetiamo? Ma si, dai! Un’altra volta, tutti insieme!

Questo decimo classico Disney si basa esattamente sugli stessi presupposti di Musica, Maestro!, ossia per trovare una casa a tutti quei progetti, più o meno lunghi, più o meno compiuti, che lo Studio era stato costretto ad accantonare durante gli anni della guerra. Erano tempi bui, abbiamo visto, in cui nel breve volgere di qualche anno era crollato non solo il sogno di realizzare lungometraggi animati di successo e amati dal pubblico, ma anche l’ideale di uno Studio gestito come una grande famiglia in cui Walt potesse essere considerato come un padre, o un fratello maggiore. L’insuccesso dei primi kolossal, la riduzione del personale a causa della guerra e il tragico sciopero che aveva fatto incrociare le braccia ad artisti e animatori avevano costretto Walt a mettere in pausa gran parte dei progetti animati, che ora giacevano a prendere polvere negli archivi.

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Il lieto fine comunque, era dietro l’angolo: seguendo il formato del modesto successo dell’esperimento sudamericano, Walt Disney decise di realizzare dei film a episodi mettendo insieme questo patrimonio inedito altrimenti destinato a essere dimenticato. La seconda metà degli anni Quaranta è quindi caratterizzato da questi film episodici, dalla qualità altalenante e dal modesto successo, che hanno però avuto il merito di traghettare lo Studio verso una nuova età dell’oro che, a questo punto, non era lontana.

Una nuova compilation.

Lo Scrigno delle Sette Perle ha una struttura analoga a Musica, Maestro!, del quale condivide anche l’ideale natura di una Fantasia più popolare, più vicina al gusto del pubblico con la proposta di brani più contemporanei e animazioni più semplici e accattivanti. C’è anche da dir che Lo Scrigno delle Sette Perle si dimostra anche un lavoro molto più omogeneo e riuscito del suo antecedente, presentando una serie di segmenti assolutamente riusciti e sempre godibili, sebbene ben pochi di loro abbiano goduto di una vera e propria fama nel corso del tempo.

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Come suggerisce il titolo, il film è diviso in sette segmenti, sette “perle” che, messe insieme, formano un’ottima compilation musicale e visiva, ben bilanciata nell’accostamento sia dei brani musicali che nell’animazione dei corti, alternando i segmenti più lunghi ad altri dal respiro più ridotto trattati come entr’acte. Lo stile è sempre molto raffinato, sebbene spesso piuttosto stilizzato e semplice, soprattutto nei fondali, ed è in grado di dare vita a momenti molto suggestivi e di grande poesia anche all’interno delle storie più semplici e quotidiane, come avviene nel primo segmento, Once Upon a Wintertime. Una bellissima ballata dal sapore sognante accompagna l’appuntamento di una giovane coppia, che puntualmente litiga ma finisce per riappacificarsi sul finale, mentre, in parallelo, lo stesso accade a una tenera coppia di coniglietti. Il design è molto essenziale ma, allo stesso tempo, efficace ed espressivo, e caratterizza il corto come un’illustrazione natalizia d’altri tempi giocando sul gusto nostalgico di un mondo (e un amore?) che non c’è più.

Il folklore e le radici.

Ma i due corti più importanti del film sono La Leggenda di John Appleseed e Pecos Bill, due storie di ampio respiro dal momento che sono i segmenti più lunghi e articolati di Lo Scrigno delle Sette Perle; allo stesso tempo, le due storie sono accomunate anche dalla medesima origine, dal momento che raccontano due leggende provenienti direttamente dagli di nascita degli Stati Uniti, dando ai segmenti l’aria di comporre un mito fondativo della nazione attraverso le sue figure leggendarie.

John Chapman, un pioniere realmente esistito, è indicato dalla tradizione come l’uomo che portò in America il melo e contribuì alla diffusione della pianta e del frutto; ecco allora che nelle immagini del film quello di John diventa quasi un mito eziologico, costruendo le radici su cui poi si sarebbe costruita la superpotenza statunitense. Il corto segue l’intera vita di John, soprannominato Appleseed (“seme di mela”) da coloro che lo incontravano durante il suo girovagare per il territorio ancora vergine degli Stati Uniti, fino alla morte, trattata in modo ironico e delicato: dopo aver terminato la sua missione, John viene chiamato in paradiso per diffondere anche lì la pianta del melo. L’animazione è eccezionale e pittoresca, in cui si mescolano fondali stilizzati da libro illustrato e figure umani e animali, invece, perfettamente tridimensionali; accompagna il tutto una bellissima colonna sonora, guidata dall’orecchiabile tema The Lord is Good to Me, cantato da John stesso mentre pianta i semi dei suoi amati alberi.

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Allo stesso modo, anche Pecos Bill mette in scena una leggenda di frontiera, ripescando il personaggio, appunto, di Pecos Bill, il mitico cowboy protagonista di numerosi racconti popolari nel periodo dell’espansione a occidente degli States. La storia è introdotta da un breve prologo in live-action come accaduto già diverse volte in passato, in cui un cowboy racconta in prima persona il mito del celebre cowboy. Il corto ne ripercorre la vita dall’infanzia animalesca fino all’età adulta, quando si innamora di una seducente quando irriducibile cowgirl, che decide di sposare; il giorno delle nozze, però, sarà funestato da nient’altri che il suo cavallo, che in uno scatto di gelosia spedirà con un calcio la ragazza sulla luna. Pecos Bill è un segmento ancora oggi molto divertente grazie alle straordinarie invenzioni e animazioni che lo caratterizzano: tutto appare esagerato, dal racconto alle animazioni, che utilizzano qui uno stile meno pittorico e più caricaturale, ben il linea con la natura sfrenata della storia. Essendo questo l’ultimo delle perle del film, anche in questo caso l’opera si chiude con un finale mesto, lasciando lo spettatore con il sapore agrodolce di una storia d’amore che si è vista negare una felice conclusione.

Occhi puntati sul futuro.

Come tutti i suoi precedenti collegi a episodi, anche Lo Scrigno delle Sette Perle non fece faville al momento della sua uscita, ottenendo un guadagno modesto e recensioni miste che ne sottolineavano le scarse ambizioni ma lodavano la tecnica dell’animazione e il lavoro degli artisti. Come i suoi predecessori, inoltre, anche questo film andò incontro a un’inevitabile smembramento, con le sue parti, poi, ridistribuite come cortometraggi o riassemblati in improbabili mediometraggi a episodi; le combinazioni erano davvero infinite, e nel corso del tempo lo Studio le provò tutte prima di ridistribuire finalmente il film nella sua interezza e compiutezza in home video.

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La sua scarsa performance passò però quasi inosservata da Walt Disney e i suoi collaboratori, che avevano già puntato gli occhi sul loro nuovo progetto. I film a episodi, ormai, avevano fatto il loro tempo e assolto alla loro funzione, ed era il momento di tornare in grande stile con un lungometraggio animato che recuperasse la gloriosa tradizione iniziata dieci anni prima da Biancaneve e i Sette Nani. Le finanze dello Studio non potevano certo ancora dirsi rosee, ma Walt aveva ormai preso la sua decisione, e aveva dato inizio ai lavori su Cenerentola.

Marathon Day

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