La Storia Infinita, di Michael Ende

Anche in questo caso ho fatto una corte sfrenata al libro: l’ho visto alla Giunti di Cremona, e appena l’ho aperto e ho visto il modo in cui è stato studiato graficamente mi sono detto che, al di là della storia, dovevo averlo. Insomma, quanti libri scritti in verde e in rosso ci sono in giro? Alla fine, però, La Storia Infinita non è solo un capolavoro di grafica, ma anche una delle storie più immaginifiche che abbia mai letto, un viaggio meraviglioso all’interno di una fantasia che ribolle e riesce ogni volta a sorprenderti proprio nel momento in cui pensi di aver ormai visto tutto. Probabilmente tutti abbiamo in mente il film di Petersen, ma nel romanzo originale c’è di più; molto di più.

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La storia (che purtroppo non è davvero infinita, ma è lunga abbastanza). Bastiano è un ragazzino goffo e grasso, vittima designata del bullismo dei suoi compagni di classe. Per sottrarsi alle loro angherie, un giorno di pioggia entra per caso nel negozio di un antiquario e trova un libro misterioso: La Storia Infinita. Affascinato, Bastiano ruba il libro e dopo essersi nascosto inizia a leggerlo: il romanzo racconta la storia di un mondo meraviglioso, Fantàsia, che sta venendo lentamente divorato dal Nulla. Il giovane Atreiu è quindi incaricato dall’Infanta Imperatrice, anch’essa gravemente malata, di scoprire come fermare la distruzione del mondo, e dopo un lungo viaggio il bambino scopre la soluzione: è necessario che un essere umano doni all’Imperatrice un nuovo nome. Da questo punto, per Bastiano inizia la più grande avventura della sua vita.

Come si deduce dal breve riassunto, il romanzo e il film omonimo proseguono di pari passo, almeno per un po’; già, perché laddove il film di Petersen si conclude, Micheal Ende prosegue. La Storia Infinita è infatti diviso, sebbene non esplicitamente, in due parti, la prima incentrata sul viaggio di Atreiu per salvare Fantàsia e l’Infanta Imperatrice e la seconda sulle avventure di Bastiano una volta entrato nel mondo di cui, fino a quel momento, aveva solamente letto. Per chi ha già visto il film è inevitabile, credo, provare più interesse per la seconda parte, approssimativamente adattata nel sequel, ma in ogni caso appare evidente il drastico cambio di passo che la storia subisce nel passaggio da una storia all’altra: è come se verso metà del libro si raggiungesse un climax e poi, semplicemente, il libro si riavviasse con un nuovo racconto, il che è esattamente quello che accade all’interno della narrazione. Con l’arrivo di Bastiano, che rinomina l’Infanta Imperatrice, Fantàsia subisce un’operazione di reboot in piena regola, conferendo a Bastiano stesso potere assoluto su quella che è a tutti gli effetti la sua creazione, grazie all’amuleto AURYN. Personalmente non saprei decidere quale delle due parti mi sia piaciuta di più; se è vero che la prima è più avventurosa, la seconda ha dei risvolti introspettivi molto profondi e approfonditi davvero interessanti.

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A rendere omogenea questa narrazione così sconnessa, quasi, è però l’immaginazione di Ende e il mondo fantastico che scaturisce dalla sua penna. Ci sono invenzioni, personaggi e ambientazioni che definire strabilianti è veramente riduttivo; La Storia Infinita mette in scena un fantastico che è il lavoro di un genio, capace di recuperare elementi dalla tradizione, dalle leggende e dal folklore ma rielaborandoli in modo del tutto originale e personale, al punto da farli sembrare del tutto nuovi. Ci sono scene che ti si marchiano a fuoco nel cervello e negli occhi, come l’oracolo di Uyulala, una voce senza corpo che può solo rispondere, e solo in rima, il deserto variopinto di Goab e la Torre d’Avorio, il fiabesco castello in cui dimora l’Imperatrice, sempre bambina ma vecchia quanto Fantàsia stessa. Scegliere, comunque, è impossibile, vista la varietà di personaggi che Ende mette in scena, ognuno con dei dettagli che ti spalancano gli occhi e che si susseguono senza sosta e senza mai perdere il loro fascino, e proprio quando pensi che ormai nulla potrà più sorprenderti, ecco che l’autore si gioca una nuova invenzione, un nuovo particolare, per dirti “aspetta, non hai ancora visto niente.”

Un fantastico meraviglioso che però non è mai fine a sé stesso, ma messo al servizio del racconto e del percorso che Bastiano deve intraprendere. La Storia Infinita è un grande romanzo allegorico, pieno di simboli da interpretare al di là del loro ruolo nella narrazione; trattandosi di un romanzo per ragazzi è ovvio che la maggior parte delle metafore non sia particolarmente oscura, anzi, appare piuttosto limpido nel discorso che intende sviluppare, ma ciononostante riesce a risultare interessante e appassionante anche per chi un ragazzino non lo è più. La Storia Infinita può essere visto anche come un romanzo di formazione, dal momento che Bastian esce profondamente cambiato dal viaggio tra le sue pagine in una versione molto migliore di sé stesso. Bastiano compie un arco molto lungo e molto doloroso, che lo porta, insperatamente, a realizzare tramite il potere di AURYN tutti i suoi desideri, salvo poi scoprire di non voler veramente quello che ha ottenuto e di essere diventato una persona che non gli piace. Sarà solo sul finale, e con l’aiuto di Atreiu, simbolo della vera amicizia, capace di seguirti ovunque e di desiderare sempre il tuo bene anche a costo di doversi mettere contro di te, che Bastiano scopre il suo vero desiderio, cioè essere in grado di amare davvero qualcuno, riuscendo in questo modo a salvare sé stesso e il padre vittima della depressione.

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La Storia Infinita rientra quindi in piena regola nel fiabesco, in quel genere di storie in cui il fantasy è messo al servizio di un messaggio fondamentale nascosto sotto le pieghe della metafora. Un messaggio che è ricchissimo e complesso, dal momento che si parla di tantissime cose. C’è, ad esempio, il potere creativo dell’immaginazione, capace da sola di creare dal nulla (anzi, dal Nulla) un intero mondo rendendo l’uomo simile a Dio, si parla del valore dei desideri come guida delle persone per trovare il proprio destino, desideri che vengono esauditi sempre al caro prezzo di perdere i propri ricordi e, alla fine, sé stessi. Un circolo vizioso e virtuoso in cui la fantasia, l’immaginazione, è sempre legata ai ricordi e alla nostra individualità, così che i desideri scaturiscono dai nostri ricordi per portarci a scoprire il nostro destino, ma che si fermano nel momento in cui la nostra memoria si esaurisce: chi non ricorda, viene detto a Bastiano, non può più cambiare e non può più modificare la propria realtà. La Storia Infinita diventa quindi la storia di ognuno di noi nel momento in cui, in un momento di disperazione e sconforto, deve ritrovare sé stesso per riscoprire quale sia il suo vero scopo e il desiderio fondamentale che ne guida le azioni.

Insomma, se il film di Petersen è bello, il libro di Ende è straordinario. C’è il gusto stupefacente di un’immaginazione feconda e fertile capace di portare in vita delle storie e dei personaggi incredibili in un intreccio pieno di sfumature e sottintesi che rendono La Storia Infinita veramente un libro per tutte le età. Mi mancano i superlativi per continuare a parlarne ancora a lungo, per cui la chiudo con: leggi La Storia Infinita!

13 pensieri riguardo “La Storia Infinita, di Michael Ende

      1. Non l’ho mai letto, di D’Annunzio ho letto solo Il Piacere e alcune poesie. In casa ho anche Le Vergini delle Rocce, che ho comprato a un mercatino un po’ di tempo fa, ma non l’ho ancora iniziato.
        Com’è?

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  1. Il libro è veramente stupendo. Sono rimasto rapito dalla storia, dalla creascita del protagonista e dalle varie creature presenti in quel mondo. Un’opera veramente ben fatta dove il film riesce comunque a ricreare quelle atmosfere e sensazioni del libro nonostante abbia preso in considerazione solo la prima metà.
    Ottima recensione.

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    1. Grazie!
      Mentre leggevo mi chiedevo quali potessero essere le possibilità di un nuovo adattamento che portasse in scena tutta la storia in modo compiuto; ma temo che un’idea del genere vedrebbe l’alzata di scudi generale da parte di tutti quanti.

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  2. A mio avviso, uno dei più grandi capolavori della letteratura tout court, sorto, nel 1979, in contemporanea alle grandi riflessioni post-moderne più “blasonate”: «Se una notte d’inverno un viaggiatore» di Calvino e «Il nome della rosa» di Eco… là dove quelli sublimavano la cultura colta storicista e narratologica di un occidente “romanzo”, Ende racchiude e rielabora, con la medesima verve appunto post-moderna (di “citazione” che è anche “critica” e “comprensione”: il tipo di post-modernismo che poco prima, al cinema, proponevano Brian De Palma e Martin Scorsese rimescolando Hitchcock), tutto il sapere “volk” germanico, nordico e teutonico, includendo anche tutto il pensiero, la filosofia, dell’Europa centrale… Con Calvino ed Eco si comprendeva la scolastica, Borges, Garcia-Marquez, Manzoni, Cervantes, Rabelais, la combinatoria, tutti distillati in apparati narrativi “romanzeschi”; con la Storia Infinita si comprende Nietzsche, Hegel e Schopenhauer, Richard Strauss e Hofmannstahl, i Grimm e Hölderlin, Novalis e i nibelunghi, Kant e Marx, tutti inclusi e riproposti nella trasformazione narrativa e meta-narrativa (o meglio “iper-narrativa”, “sopra-narrativa”) della «forma fiaba», dell’epica, della ‘quest’ e della leggenda (senza dimenticare anche i rapporti che questa cultura che sembra tutta “germanica” ha avuto con l’oriente, vedi i tanti echi arabeggianti della seconda parte, dall’abbigliamento di Bastian come un guru para-califfo, ai suoi aiutanti che sembrano arrivare dalle Mille e una Notte; e come non notare che la forma dell’Auryn, delle sorgenti dell’Acqua della Vita, ricorda molto quella del Tao)…
    Ende comunica quanto hanno detto le grandi narrazioni volk e i grandi pensatori che vi si sono basati, parlandoci della necessità di perdersi per ritrovarsi finalmente “se stessi”; dei pericoli di vivere di puro edonismo, anche se quel vivere è l’unica strada (la Weg der Wunsche, la strada dei desideri) che ci concede l’entropia esistenziale; del problema di esistere solo in relazione a un mondo “rappresentativo”, narrativo e mentale che creiamo in prima persona e di cui, nello stesso tempo, facciamo parte come “creature”; della necessaria vicinanza tra spirito (Fantasia) e pensiero (il mondo reale: i due mondi, l’Auryn, che il personaggio “doppiato” Bastian/Atreyu forse riuscirà a ricongiungere); del problema che implica l’amare o l’essere amati (“amare” è l’ultimo desiderio di Bastian); del grande dramma dell’esistenza combinatoria, strutturata in diverse “storie” da inventare e/o concludere, in un’ansia di meta-letteratura davvero identica a quella di Calvino, con tutti i personaggi che potrebbero essere proprio metafore di letteratura…

    Hai detto benissimo: un capolavoro immane, imprescindibile, che forse deve essere ricordato sempre come pietra miliare dell’essere umano…

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  3. L’ho letto alle scuole medie, ho la versione scritta in rosso e verde, ma della trama purtroppo ricordo poco… non mi aveva entusiasmata all’inizio, poi andando avanti so che l’ho finito con piacere, ma mi hai fatto venire voglia di rileggerlo oggi, dopo anni di distanza per apprezzarlo magari di più 😀

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  4. Bellissimo post per un vero capolavoro della letteratura! Io ricordo ancora adesso la magia che mi trasmise quel libro scritto con inchiostro verde e rosso quando lo lessi più di venti anni fa, ricordo le sensazioni e le emozioni che una storia così bella mi dette e che mi accompagnano ancora oggi. Il potere della fantasia, dell’amicizia… quasi mi viene voglia di rileggerlo!!!

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