Serenity – L’isola dell’inganno

Ieri sera ho visto Midsommar, ma in attesa di capire se mi è piaciuto oppure no ti parlo di Serenity, un filmino infido che mi ha attirato nella sua trappola usando come esca Anne Hathaway, una di quelle attrici a cui non riesco (quasi mai) a dire di no. C’è da dire che anche il trailer fa la sua parte nel fuorviare il più possibile le tue aspettative, promettendoti un film che in realtà è solo in parte quello che sembra essere; il che, in realtà, è esattamente il punto del film. Ma direi di smettere con queste frasi criptiche e iniziare a dire qualcosa di concreto.

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Matthew McConaughey è Baker Dill, un pescatore su una piccola isola spersa nel mezzo del nulla, dal passato ombroso e con l’ossessione di catturare uno specifico tonno. La sua vite scorre sempre uguale fino al giorno in cui viene avvicinato dall’ex moglie, Karen, che gli propone un accordo perverso: uccidere il suo nuovo marito, violento con lei e con il figlio, facendolo sembrare un incidente di pesca in cambio di una grossa somma di denaro. Baker inizialmente rifiuta l’offerta, ma un colpo di scena inaspettato lo porterà a rimettere in discussione tutta la sua vita.

Serenity è un film nettamente diviso in due parti, separate dal colpo di scena che fa da cesura all’interno della storia. È sempre rischioso costruire un racconto in questo modo, con un twist che riscrive completamente quanto detto in precedenza: tutto finisce per reggersi su quell’unico colpo di scena, che deve essere abbastanza forte da tenere in piedi sia la storia che la sospensione dell’incredulità dello spettatore, missione non semplice che Serenity non riesce del tutto a realizzare. Se da un lato il twist, a un certo punto, si vede arrivare, quantomeno in modo generale, dall’altro sposta la trama dal noir alla fantascienza con un cambiamento talmente drastico da far girare la testa. Ammetto di non essere stato un fan di questa evoluzione e di aver preferito molto di più la prima parte, impostata come un thriller, piuttosto che la seconda in stile Matrix.

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Non che gli indizi non ci fossero fin dall’inizio; anzi, Serenity è un film pieno di foreshadowing in cui gli indizi sono sempre molto ben evidenti senza alcun rischio di perderseli. Senza prendere in causa gli elementi più esplicitamente fantascientifici, come Baker e il figlio che comunicano attraverso l’acqua, la stessa impostazione iniziale del film è un’indizio della propria natura artificiosa e fittizia. Il primo tempo, costruito come un noir, segue tutti gli stereotipi di questo genere, pescando situazioni e personaggi dalla letteratura e dal cinema presentandosi come il festival del luogo comune. Baker è l’eroe dannato dal passato drammatico, isolato dal mondo e con solo un’ossessione a tenerlo in vita, a dargli un motivo per alzarsi ogni mattina; Justice, il tonno a cui dà la caccia, è un po’ la balena bianca di questo uomo rude ma di buon cuore. Al suo fianco, Karen è la più classica delle femme fatale, riemersa dal passato dell’uomo come un rigurgito del suo inconscio per imporgli un dilemma soprattutto etico: al di là del soldi, è giusto uccidere un uomo, anche se violento, per proteggere le persone a cui si vuole bene? Un uomo che incarna, anche lui, uno stereotipo, quello dell’uomo ricco e volgare abituato a trattare le persone come se fossero di sua proprietà. A questi si aggiunge Diane Lane nel ruolo di Constance, conturbante compagna occasionale di Baker, e tutto il cast secondario di abitanti dell’isola, ognuno ben inserito in un tipo fisso immediatamente riconoscibile.

Questo abuso di luoghi comuni, dolorosamente evidente fin dall’inizio, è giustificato proprio dal twist: l’isola fa parte di un programma informatico, un videogioco creato da Patrick per sublimare il suo desiderio di uccidere il patrigno violento e, nello stesso tempo, illudersi di passare ancora del tempo con il padre morto in guerra. Da questo punto la trama deraglia e procede in modo disordinato alternando scene thriller ad altre fantasy, incerto su che impostazione continuare a dare alla storia. A questo si somma il fatto di aver disinnescato completamente il dilemma morale su cui era imperniato il film nella prima parte: se sono tutti personaggi di un videogioco, allora davvero poco importa se Baker uccide Frank oppure no. Sembra quasi che Steven Knight abbia voluto riassumere due film in uno solo, mettendo insieme a forza un thriller pulp e un dramma famigliare dai risvolti soprannaturali, due storie che avrebbero potuto generare due film distinti e potenzialmente molto interessanti, ma che abbinati non riescono a generare un insieme coerente e coeso che dia solidità al film. Questo è stato il momento in cui ho perso interesse per il film: ho continuato a vederlo, ma non ero più nemmeno lontanamente investito come all’inizio.

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Credo che Serenity voglia parlare delle illusioni che ci costruiamo intorno per sfuggire alla realtà, dei sogni in cui ci rifugiamo più o meno consapevolmente quando il mondo diventa troppo difficile da gestire, troppo grande, troppo violento. Tutti i personaggi principali sono in fuga da qualcosa e cercano rifugio in ossessioni in modo da stordirsi ed impedirsi di pensare: così si riduce Baker, divorato dal desiderio di pescare quell’unico tonno che continua a sfuggirgli, e così si riduce Patrick, recluso nella sua stanza a vivere un surrogato di vita in formato digitale in cui sfogare quelle pulsioni distruttive che cerca di reprimere nella vita reale. La fotografia molto satura, i costumi e le scenografie denunciano la natura fittizia della vita dei personaggi, palesandosi fin da subito come una raffinata finzione, ma una finzione non di meno. Steven Knight si compiace del suo intreccio, punta molto in alto ma non riesce a dare a Serenity la carica di cui avrebbe avuto bisogno per raggiungere l’obiettivo. È divertente, certo, intrattiene a patto che tu sia disposto a sospendere una buona parte del tuo senso critico, ma rischia troppo spesso di scivolare nel ridicolo involontario portando lo spettatore a grattarsi la testa, confuso, chiedendosi se ci è o ci fa.

Purtroppo, ho l’impressione che ci sia.

4 pensieri riguardo “Serenity – L’isola dell’inganno

    1. Recita in maniera un po’ forzata, ma credo faccia parte della natura del film che esaspera tutti i personaggi; a un certo punto sembra un po’ Jessica Rabbit. Comunque è sempre bellissima, sebbene io la preferisca mora.

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