Ready Player One

Ready Player One rappresenta tutto ciò che il cinema di Steven Spielberg è stato nel corso degli anni. Troppo spesso ingiustamente sottovalutato o non sufficientemente apprezzato, Spielberg ha sempre avuto il merito di raccontare storie delicate e complesse con il candore e la semplicità di chi non ha mai smesso di farsi incantare dalla meraviglia del mondo, uno sguardo che cerca sempre la magia senza però risultare eccessivamente infantile o superficiale. I bambini e i giovani sono spesso stati al centro della sua filmografia senza che i loro personaggi risultassero semplificati o stereotipati, e senza cadere nella trappola di assumere un tono indulgente o paternalistico nei loro confronti. Al contrario, Spielberg ha sempre fatto suo il modo tutto particolare che hanno i bambini di percepire il mondo e di immedesimarsi nei loro sentimenti contrastanti ai quali ancora non sanno dare un nome.

Allo stesso tempo, il cinema di Spielberg è fatto di meraviglie e magie, non sempre perfettamente riuscite ma sicuramente affascinanti, una magia che deriva non tanto dalle storie o dalle ambientazioni scelte quanto dalla capacità del regista di lasciarsi catturare dalla bellezza dei mondi che mette in scena, portandoci per mano a esplorare realtà diverse dalle nostre ma sempre ben riconoscibili, in cui raramente è troppo difficile sentirsi a casa.

Ready Player One contiene tutto questo e molto di più. Tratto dall’omonimo romanzo di Ernest Cline, di cui ti ho parlato forse troppo sinteticamente QUI, il film è ambientato in un futuro non troppo lontano in cui l’umanità versa in condizioni di miseria inenarrabili. L’unica via di fuga a loro disposizione è OASIS, una piattaforma di realtà virtuale che, nata come gioco on-line, ha finito per sostituire in tutto e per tutto le normali attività umane, che avvengono in rete invece che IRL: i ragazzi studiano su OASIS, la gente lavora su OASIS, si stringono amicizie, si gioca, ci si innamora, il tutto attraverso il filtro protettivo costituito dal proprio avatar, che può essere qualsiasi cosa l’utente desideri.

La storia inizia con la morte del programmatore di OASIS, James Halliday, interpretato dal nuovo attore-feticcio di Spielberg, Mark Rylance. Senza eredi, l’uomo rivela al mondo di aver nascosto un Easter Egg all’interno di OASIS che chiunque può trovare superando tre prove; al vincitore, andrà il completo controllo di OASIS. Subito si scatena la caccia all’Egg su diversi fronti: da un lato ci sono i giocatori comuni, dall’altro una potente multinazionale, la IOI, che intende rilevare OASIS per sfruttarne il potenziale commerciale. Il nostro protagonista è Wade Watts, un giocatore comune deciso a trovare l’Egg per migliorare le proprie precarie condizioni di vita, che si troverà a collaborare con altre persone comuni per contrastare i piani della IOI a colpi di ingegno e artefatti magici.

Io avevo amato follemente il romanzo di Ready Player One: se mai è possibile passare dal non sapere che qualcosa esiste a esserne completamente preda in tempo zero, a me è successo con questo libro. L’avevo trovato molto semplice come idea ma con una portata immaginifica sconfinata, e una capacità di creare visioni nella mente del lettore veramente speciale. Soprattutto avevo amato il protagonista: Wade è giovane, ma ha già una voce molto ben chiara e consapevole, e un modo di raccontare e raccontarsi senza falsi pudori e con una sincerità talvolta dolorosa che si indovina sotto la patina di cinismo che stende, come una protezione, ogni volta che affronta argomenti particolarmente personali.

Questo si ritrova solo parzialmente nel film di Spielberg. Tutto il mondo di OASIS, e di conseguenza anche Wade, è molto edulcorato e privo dei suoi lati eticamente più controversi, trattati in maniera decisamente superficiale. Questo è secondo me il difetto principale del film di Ready Player One: a fronte di una visionarietà sbalorditiva e una narrazione accattivante, la sceneggiatura non riesce ad elevarsi al di sopra del puro prodotto di intrattenimento, accontentandosi di raccontare una storia decisamente semplificata e, tutto sommato, innocua. A uscirne penalizzato è soprattutto Wade, ridotto alle dimensioni di un protagonista generico e privo della forte personalità che lo contraddistingue tra le pagine di Cline. Se il Wade letterario ha un lungo arco che gli permette di crescere molto durante la storia e di prendere dolorosamente coscienza dell’ambiguità di OASIS, il Wade interpretato da Tye Sheridan è già un eroe fatto e finito, e tale resta fino alla fine del film. Nulla in lui cambia e poco lo scuote, come la rivelazione dell’identità di Aech, un piccolo trauma nel libro ma accettato con disarmante leggerezza nel film.

Anche il lato oscuro di OASIS viene più raccontato che effettivamente mostrato. Nel romanzo, OASISI viene presentato come la terra promessa a disposizione di chiunque possegga una connessione a internet, come nel film; il libro però fa un passo molto più lungo, arrivando, molto lentamente, a rendere evidente la doppia natura della piattaforma, che viene percepita alla fine, da Wade e da noi, come una gabbia dorata, una prigione autoimposta che illude le persone di essere felici. Questo ovviamente nel film viene detto, ma mai mostrato: Wade non tocca mai con mano questa degenerazione di OASIS, non tocca il fondo che raggiunge nel romanzo, per cui anche la sua presa di coscienza finale risulta molto meno incisiva, mancando gran parte del percorso che avrebbe dovuto portare a quella decisione.

E’ quindi un disastro, Ready Player One? Ovviamente no, stiamo pur sempre parlando di un film di Spielberg. Come già accennato, gli effetti speciali sono eccezionali, e può contare su un ritmo velocissimo accompagnato da una colonna sonora tanto variegata quanto catchy. E’ un film divertente e ricco di buoni sentimenti e amore per la vita, quella vera che troppo spesso finisce in secondo piano rispetto alle nostre esistenze in pixel. Spielberg si dimostra ancora perfettamente in grado di passare dal cinema politicamente impegnato a quello fantastico con una facilità incredibile, adottando registri e stili perfettamente adeguati alla situazione. Anche a settant’anni, si dimostra ancora in grado di raccontare la giovinezza paradossalmente meglio di quanto facciano molti registi emergenti, e resta valido tutto quello che ho scritto all’inizio dell’articolo: Ready Player One dona meraviglia e avventura, è come permettere ai Goonies di entrare nella Fabbrica di Cioccolato alla ricerca di un tesoro.

Resta il fatto che il pregio principale del romanzo è il difetto più grande del film: in entrambi i casi non è tanto la fine della storia che conta (tutti sanno già ancora prima di iniziare come finirà) quanto il viaggio per arrivare alla meta e quello che si è guadagnato durante il percorso. Purtroppo, nel film di Spielberg si è stati troppo impegnati a sbalordire visivamente e divertire che ci si è dimenticati di questo dettaglio, producendo un film molto bello, sicuramente, ma con un’anima tristemente di seconda mano.

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2 commenti Aggiungi il tuo

  1. Vincenzo ha detto:

    Mmmm vorrei andarlo a vedere martedì, se riesco. Questa tua recensione me lo smonta un po’, ma c’è da dire che io non ho letto il libro, quindi magari vedendo solo il film potrei apprezzarlo maggiormente o comunque non notare quegli aspetti negativi che risaltano per chi ha letto il libro

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    1. Daniele Artioli ha detto:

      Esatto, ma in realtà io me lo sono preso un po’ male, però alla fine intrattiene e visto che in fin dei conti il suo scopo è quello il suo lavoro lo fa. Fammi sapere cosa ne pensi quando l’hai visto!

      Piace a 1 persona

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