Phantom Thread

Dì, ti ho fatto penare questo post, eh? Lo so bene, perché a me è stato fatto penare il film: ogni volta che mi mettevo per guardarlo succedeva qualcosa per cui dovevo rimandare, e visto che non è cosa da vedere mezzi addormentati o con il pensiero altrove direi che ho ftto bene ad aspettare. Comunque alla fine, ce l’ho fatta: parliamo di Phantom Thread, l’ultimo film di Paul Thomas Anderson e, purtroppo, pare, l’ultimo film di Daniel Day-Lewis prima del suo ritiro dalle scene. Devo ammettere di avere un rapporto odi-et-amo con Anderson, per cui avevo un po’ di timore prima di iniziare il film, ma ci vuole davvero poco per ricredersi e rimanere incantati dalla bellezza di questo suo ultimo lavoro.

Phantom Thread è un film sontuoso, non ci sono altri aggettivi con cui definirlo. Tutto traspira eleganza e fascino, dalla composizione delle inquadrature alle scenografie, grazie anche all’eccellente fotografia, firmata da Anderson stesso, fino, ovviamente, ai costumi e al cast, tutto si muove secondo un modello di bellezza quasi etereo e ideale che si sviluppa nel corso del film. Come Reynold Woodcock tesse i suoi abiti nell’atelier, Anderson ordisce una trama che, nei contenuti e nella forma, strizza l’occhio al melodramma rievocando la grande tradizione dell’opera soprattutto grazie alla colonna sonora orchestrale, che accompagna lo svolgersi della vicenda in una serie di continui ed emozionanti crescendo di archi.

Protagonista assoluto del film è Reynold Woodcock, il più celebre stilista in una Londra appena uscita dalla Seconda Guerra Mondiale. Woodcock vive immerso in una routine consolidata e immutabile dove tutto è disposto meticolosamente secondo i suoi desideri, a opera soprattutto della sorella Cyril (Lesley Manville), che ha organizzato tutta la vita della casa intorno alle abitudini di Reynold. Una di queste abitudini coinvolge delle giovani muse che lo stilista solito accogliere in casa per usarle come modello per i suoi abiti; queste ragazze, viene lasciato intendere, hanno una durata piuttosto limitata nel tempo, e Cyril è quella che si incarica di disfarsi di loro nel momento in cui percepisce che la loro presenza non è più gradita al fratello. Il fragile equilibrio della casa viene sconvolto dall’arrivo dell’ultima musa di cui Reynold si è invaghito, Alma (Vicky Krieps), che non intende permettere ai capricci dell’uomo di frapporsi nella loro storia d’amore.

Phantom Thread è, appunto, una strana e malsana storia d’amore, intrecciando una serie di relazioni sempre più perverse e devianti fino al glorioso finale. Reynold viene fin da subito mostrato in un rapporto simbiotico con la sorella Cyril, che vive esclusivamente in funzione del suo benessere. Cyril è sempre molto ambigua quando si tratta di avere a che fare con le muse del fratello, al punto da non riuscire più a distinguere se agisca per il bene di Reynold o per il desiderio di averlo esclusivamente per sé. Il rapporto che crea con Alma, improntato a una fredda cortesia, sembra sottintendere il fastidio di dover condividere l’intimità del fratello con un’altra persona, cedendo il posto privilegiato nella vita di Reynold a una rivale. Non c’è mai nulla di fisico nel rapporto tra Reynold e Cyril, ovviamente, ma la loro relazione raggiunge un’intimità talmente stretta da risultare a tratti soffocante e morbosa, come nel momento in cui, solo a casa con Alma, Reynold è interessato solo a sapere dove si trovi la sorella.

Alma è il vero centro del film, il personaggio il cui inserimento mette in moto la vicenda di Phantom Thread. Anche in questo caso ci troviamo di fronte a un personaggio che nasconde un notevole lato oscuro che emerge lentamente nel corso del film man mano che il suo tentativo di costruirsi un’autentica vita con Reynold viene sempre più frustrato. L’ammirazione e l’amore verso lo stilista si trasformano in brama di possesso e desiderio di controllo, al punto da debilitarlo per costringerlo a sottomettersi alle sue amorevoli cure. Il suo è un amore ossessivo e quasi patologico che alla fine incontra il desiderio, implicito ma ben riconoscibile, di Reynold di essere costantemente al centro dell’attenzione di qualcuno.

Come un bambino che cerca l’attenzione degli altri, Reynold ha sempre fatto in modo di essere il perno intorno al quale la vita di tutti ruota, un uomo severo e autoritario che pretende allo stesso tempo di essere servito e assecondato; un uomo caratterizzato da una spiccata propensione alla passività e all’accidia delegando ogni decisione e compito pratico alla sorella, soprattutto quelli che gli risultano più sgradevoli o che potrebbero generare un conflitto. Reynold sogna la sottomissione, il ritorno a uno stadio infantile in cui tutti i propri bisogni siano soddisfatti e nessuna responsabilità gli sia mai imputabile. A questo fa riferimento la sua ossessione nei confronti della madre deceduta e l’ira che lo assale nel momento in cui scopre che le sue azioni hanno delle conseguenze, come la decisione di Henrietta di rivolgersi a un nuovo stilista dopo che lui l’ha spogliata dell’abito mentre dormiva. Ovviamente un grande ruolo in tutto questo è giocato da Alma: sveglia e cinica, la ragazza capisce molto presto la natura dell’uomo, se sembra manipolarlo per spingerlo sempre di più nella sua follia, che abbraccia alla fine del film. Alla fine, vittima e carnefice si fondono e diventano una cosa sola, perdendosi Alma e Reynold in una relazione malata e morbosa, degno di una tragedia.

La sceneggiatura, scritta da Paul Thomas Anderson stesso, è superba, con degli scambi di battute e un’attenzione al sottinteso perfetti; allo stesso tempo scrive dei personaggi eccezionali, soprattutto quando si tratta di quelli femminili, estremamente diversificati ma credibili. Il copione di Anderson è poi arricchito dall’interpretazione del cast, sublime: Daniel Day-Lewis non poteva scegliere un modo migliore per uscire di scena, con un personaggio che agisce sempre sottotono ma capace di cambiare completamente una scena con uno sguardo o l’intonazione della voce. Tutti gli attori recitano con un’eleganza d’altri tempi,assumendo pose talvolta scultoree che si abbinano perfettamente con i bellissimi abiti che catalizzano sempre l’attenzione dello spettatore ogni volta che entrano in scena. Abiti altrettanto variegati quanto i personaggi che li indossano: ogni vestito è unico, e il frusciare delle stoffe insieme alla definizione delle texture riescono a diversificare perfettamente i tessuti e i modelli da un vestito all’altro.

Un’enorme attenzione è stata riservata anche al suono, caratterizzato da un’interessante impronta soggettiva. La ripresa dei suoni e dei rumori non persegue un fine naturalistico, ma sembra sempre filtrato dai sensi e dalle percezioni di Reynold, al punto da esasperare i rumori che lui trova fastidiosi, come nella prima colazione che Alma divide con i Woodcock, e quelli che invece ama, come il frusciare insistente dei tessuti quando drappeggia gli abiti indosso alla sua modella.

Phantom Thread non è solo un film, è cinema puro, di quello che andrebbe visto necessariamente, da tutti. Un’opera pressoché perfetta che scorre agevolmente nonostante la lentezza del suo sviluppo e avvolge lo spettatore nella sua atmosfera, che riesce a essere rarefatta e opprimente allo stesso tempo. Un must da non perdere.

Phantom Thread è meritatamente candidato a moltissime statuette: Miglior film, Miglior regia, Miglior attore protagonista, Miglior attrice non protagonista, Migliori costumi e Miglior colonna sonora.

C’è il caso concreto che questo sia l’ultimo articolo prima delle previsioni definitive degli Oscar, domenica. Se anche fosse, comunque, QUI trovi moltissimo altro da leggere e recuperare prima che inizi la cerimonia.

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3 commenti Aggiungi il tuo

  1. Vincenzo ha detto:

    ottima recensione, complimenti!
    siamo decisamente allineati su questo film, ma del resto sono in molti ad avere un parere più che positivo su quest’opera straordinaria che potrebbe rivelarsi tra le più sorprendenti della stagione…

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    1. Daniele Artioli ha detto:

      Grazie!
      Ho idea che solo Jennifer Lawrence abbia stroncato questo film. 🤣 Mi sembra però che nn stia ricevendo la pubblicità che merita, ed è un peccato

      Piace a 1 persona

      1. Vincenzo ha detto:

        Sì la Lawrence poteva risparmiarsi quell’uscita… Vabbè che deve fare pubblicità al suo Red Sparrow e che è delusa dal fatto che Mother! non abbia ricevuto nomination, ma perché prendersela con un ottimo film come questo?

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