The Disaster Artist

Credo sia difficile non pensare a La La Land guardando The Disaster Artist, e in particolare alla canzone con cui Mia (Emma Stone) vince l’audizione verso la fine del film: la sua ode ai folli e ai sognatori è esattamente la materia di cui è fatta la vita di Tommy Wiseau, misterioso artista, attore e filmmaker wannabe diventato famoso per aver realizzato quello che è universalmente riconosciuto come uno dei film più brutti della storia del cinema, The Room. Il punto della sua storia, e di The Disaster Artist, però non è tanto aver prodotto un brutto film, quanto aver realizzato qualcosa, aver sfidato tutti i pronostici e le avversità per dare forma alla propria visione e dire finalmente al mondo quello che da tempo si teneva nel cuore. Questo è il motivo per cui Greg (Dave Franco) in fin dei conti ammira l’amico: Tommy ha testardamente perseguito il suo sogno sebbene non avesse le capacità e il talento per portarlo in vita, e contro ogni previsione è riuscito ad averla vinta. Non come aveva previsto, ma questo è del tutto secondario, come la destinazione del viaggio talvolta sbiadisce in confronto al valore del viaggio stesso.

The Disaster Artist è dunque una storia vera, per quanto surreale e assurda possa sembrare. La sceneggiatura è tratta dall’omonimo romanzo autobiografico scritto da Greg Sestero, in cui l’autore ripercorre la storia della sua amicizia con Tommy Wiseau e la disastrosa produzione del film The Room, ma a conti fatti il copione fallisce miseramente nel tradurre in immagini il testo di partenza. La sceneggiatura del film è drammaticamente superficiale in tutti gli argomenti che sceglie di trattare, e riesce nell’impresa di parlare per due ore senza dire sostanzialmente nulla; non risulta nemmeno particolarmente divertente, il che è incredibile visto che il romanzo di partenza è in più parti assolutamente esilarante. Non ci capisce nemmeno quale debba essere il punto del film, visto che perfino la produzione di The Room scorre velocissima senza avvicinarsi nemmeno lontanamente al clusterfuck descritto nel libro.

Il romanzo riesce nell’impresa di raccontare la degenerazione di una produzione cinematografica inizialmente percepita come eccentrica e poi sempre più disastrosa man mano che il tempo passa; gli episodi riportati sono moltissimi, e la scrittura di Sestero riesce sempre a mettere in risalto l’assurdità della situazione senza scadere mai nel ridicolo o nella parodia delle persone coinvolte, Tommy in primis. Anzi, con l’attentissima costruzione dei personaggi che viene descritta nei capitoli flashback, il fallimento dell’esperimento The Room sembra soltanto la logica conseguenza del vedere in azione le persone che abbiamo seguito fino a quel momento. In The Disaster Artist tutto questo non c’è; il rapporto tra Tommy e Greg, centrale nel romanzo, viene enormemente semplificato, così come le reazioni dell’intera troupe e del cast nel momento in cui si rendono conto di cosa hanno per le mani. Non è solo la storia ad essere superficiale e sintetica, lo sono anche i personaggi.

Nel film non arriva nulla della caratterizzazione che viene fatta di Tommy nel romanzo. Lungo le pagine del libro Greg si interroga costantemente sul suo amico, e arriva, a un certo punto, a comprenderlo finalmente, leggendo sotto la maschera che l’amico indossa costantemente. Tommy è un uomo profondamente solo e disperato, terrorizzato dall’idea di di invecchiare e desideroso di avere degli amici, qualcuno da amare e che apprezzi ciò che è e che vuole diventare. Una personalità molto drammatica, quindi, che avrebbe potuto essere un bellissimo personaggio da interpretare se la sceneggiatura si fosse preoccupata di scavare più a fondo nel suo protagonista; non avendolo fatto, tutto quello che rimane dalla visione del film è il ritratto di un uomo eccentrico e incapace, senza alcun indizio del dilaniante tormento con cui Tommy vive costantemente, e che è alla base della scrittura di The Room.

Il cast del film, inoltre, zoppica in più punti. James Franco se la cava nel portare sullo schermo il personaggio di Tommy, tralasciando però tutto il sottotesto di cui sopra, ma i problemi arrivano quando si inizia a parlare del fratello, Dave: proprio come Greg, è molto bello ma ha solo due espressioni, e con quelle se la cava faticosamente fino alla fine del film. Il resto del cast di supporto è proprio di supporto: poco più di volti che si aggirano sul set per qualche scena aggiungendo poco o nulla di significativo alla storia. Non viene mai offerto da parte loro uno sguardo esterno significativo che metta in luce l’assurdità del progetto di Tommy o che ne evidenzi sul serio le incapacità di gestione del set, perdendo quindi un’occasione perfetta per creare un minimo di contrasto sul suo personaggio così bidimensionale.

Mi aspettavo molto di più da The Disaster Artist, e visto il materiale di partenza avrebbe dovuto dare molto di più; purtroppo a conti fatti, pur essendo un film piacevole, non è assolutamente sufficiente.

The Disaster Artist è candidato solo come Miglior sceneggiatura non originale; come avrai capito, io non voterei per lui.

Al contrario, i film per cui voterei sono tutti QUI, nella playlist con tutti, o quasi, i candidati agli Oscar 2018. Ormai manca davvero pochissimo, e per alcune categorie sto già iniziando a segnare i miei vincitori in attesa della serata. Noi, intanto, ci leggiamo domani per parlare dei film d’animazione.

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3 commenti Aggiungi il tuo

  1. anche io l’ho trovato piacevole ma niente di più. Mi hai però decisamente convinto ad acquistare il libro (ho visto The Room poco tempo fa e devo dire che provo una sorta di affetto)!

    Kalos

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    1. Daniele Artioli ha detto:

      Ottimo, sono sono davvero contento! Spingere qualcuno a leggere qualcosa che amo lo considero sempre una piccola vittoria. Fammi sapere cosa ne pensi quando l’avrai finito!

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