Mudbound

Se Get Out ha aperto la strada degli Academy Awards ai generi solitamente snobbati dai premi che contano, Mudbound è il primo film a concorrere pur non essendo stato distribuito in maniera convenzionale nei cinema statunitensi, ma bensì attraverso Netflix; si assiste quindi a un riconoscimento anche di questa nuova modalità di produrre e distribuire i film, che non diventa più una discriminante ma semplicemente un modo diverso di fare cinema.

Si tratta oltretutto di uno di quei film il cui messaggio trascende dettagli come la modalità di distribuzione o le dimensioni dello schermo su cui la storia viene vista. Mudbound è un film violento, in cui la brutalità psicologica prima ancora che fisica è trattata in modo crudo, senza minimizzazioni o edulcorazioni; si tratta di una storia dura come la vita dei suoi protagonisti, insopportabile da seguire in alcuni punti per la realtà che ti impone di vedere e su cui sembra implorarti di fermarti a riflettere. Perché se Get Out parlava di razzismo attraverso una metafora, Mudbound segue la strada più convenzionale, ma non per questo meno efficace, del realismo mettendo in scena i crudi fatti per come avrebbero potuto verosimilmente svolgersi nel sud degli Stati Uniti a cavallo della Seconda Guerra Mondiale.

C’è da dire, in ogni caso, che, dalle premesse iniziali, mi aspettavo tutt’altro film. E forse anche questo è parte del suo fascino: Mudbound prende avvio dalla sua conclusione, mostrando una situazione di cui non sono evidentemente chiari tutti i risvolti e i sottintesi, per poi tornare indietro ed esplorare sistematicamente tutti i drammatici retroscena, privati e pubblici, che hanno coinvolto le due famiglie protagoniste: i McAllan, bianchi, e i Jackson, neri e loro affittuari. Soprattutto c’è un gesto che fa Florence Jackson (Mary J. Blige), all’inizio, quando sembra voler placare il marito in preda a una furia che sembra del tutto ingiustificata ed eccessiva date le circostanze, che trova piena giustificazione alla fine, quando la stessa scena viene riletta alla luce dei fatti che hanno avuto luogo nelle settimane precedenti; e ovviamente si tratta di avvenimenti particolarmente esecrabili.

Mudbound è una storia di ribellione contro i vincoli sociali e di un’amicizia che nasce in modo del tutto imprevedibile da una tragedia per portare sollievo a due persone che hanno subito dei traumi atroci, e che porta, a causa della cattiveria delle persone, dell’odio e di una mentaltià ancora legata a valori di razza e patriarcato quantomeno deleteri, a una tragedia ancora più grande. Jamie McAllan (Garrett Hedlund) e Ronsel Jackson (Jason Mitchell) partecipano alla Seconda Guerra Mondiale e tornano a casa non solo, ovviamente, profondamente segnati da questa esperienza, ma anche liberati, in un certo senso, da tutte le sovrastrutture che li aveva ingabbiati negli anni che avevano vissuto nel Mississippi.

Di fronte alla guerra, entrambi capiscono quanto siano inutili e stupide le divisioni che gli uomini si impongono sulla base del colore della propria pelle, e, una volta tornati a casa, non accettano più di sottostare a questa legge non scritta che finisce per limitare la libertà individuale di entrambi. Contemporaneamente avviene un interessante rilettura della dialettica tra il vecchio e il nuovo mondo, per cui l’Europa dilaniata dalla guerra e dominata dalla dittatura nazista è vista come un luogo più democratico, accogliente ed egualitario rispetto a quegli Stati Uniti che citano, nel primo articolo della loro Costituzione, il diritto delle persone alla ricerca della felicità.

Mudbound è un film che fa male, inutile negarlo. E’ doloroso vedere l’arroganza di Henry McAllan (Jason Clarke) che non solo esige un affitto dai Jackson, ma si aspetta che loro lavorino per lui come se ciò fosse dovuto da una sorta di disposizione naturale che sottomette la famiglia di colore al volere della famiglia bianca. Ancora peggio è Pappy McAllan (Jonathan Banks), il personaggio più deviato e deviante, che finisce per distruggere tutto quello che viene faticosamente costruito nel corso del film. Esempio di pater familias che impone il suo volere su qualsiasi decisione, Pappy incarna tutti i vecchi valori di patriarcato e razza di cui si parlava prima, diventando un personaggio repellente che vorresti alla fine vedere morire molto peggio di come gli è concesso fare. Il momento in cui il Klan si intromette nella vita dei McAllan e, soprattutto, dei Jackson, è una di quelle scene in cui l’impotenza si fa tangibile e comprendi che non è solo il colore della pelle a imporre una discriminazione, ma soprattutto l’andare in contro tendenza, l’avere un pensiero autonomo e diverso da quel sentire comune che impone la propria legge malata con la forza delle armi e della persecuzione.

Alla fine, è solo la terra a rendere uguali le persone, quel fango che dà il titolo al film, che sporca le persone colorando loro la pelle dello stesso colore e che è onnipresente fin dall’inizio, quando la processione funebre di Pappy McAllan è accompagnata dal risucchio dei passi nella melma. Laura McAllan (Carey Mulligan) sottolinea fin da subito, in un monologo amaro e disilluso, la durezza della vita in campagna, un’esistenza di duro lavoro e privazione che finisce per rendere ruvide le persone anche dentro, inselvatichite, quasi, da una vita in cui la sopravvivenza dipende ancora dai capricci della natura e dalla capacità di domare la terra per imporle il proprio volere. E dove non arrivano gli uomini, ci pensa la natura a distruggere quello che le persone cercano di costruire.

Mudbound è uno di quei film necessari, e che è necessario che facciano così male. In un mondo in cui la memoria è ipocritamente rievocata solo quando fa comodo a una o all’altra parte, deve essere compito dell’arte mettere le persone di fronte all’orrore di fatti accaduti in un passato ancora troppo recente. Se poi il film in questione è realizzato in maniera impeccabile come in questo caso, tanto meglio.

Mudbound è candidato a 4 premi Oscar: Miglior attrice non protagonista, Miglior sceneggiatura non originale, Miglior fotografia e Miglior canzone. Non saprei dire le chance che ha di vincere; da un lato Mary Blige interpreta il personaggio che meno mi è rimasto impresso in tutto il film, mentre la sceneggiatura e la fotografia sono molto ben fatti, per quanto i loro concorrenti siano decisamente molto agguerriti.

Se ancora non ne hai abbastanza, QUI puoi trovare la playlist sempre più gonfia con tutti i film candidati a questi ultimi Premi Oscar.

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