Carlos Ruiz Zafòn, “Il Cimitero dei libri dimenticati” (1 di 2)

In una Barcellona avvolta dalla nebbia si intrecciano le vite di numerosi personaggi, accomunati da un rapporto inscindibile con la letteratura e da un palazzo avvolto dal mistero: il Cimitero dei libri dimenticati, dove ogni volume andato perduto viene conservato in attesa di essere salvato dall’oblio. In quel posto segreto, accessibile solo agli iniziati, il piccolo Daniel trova un libro che cambierà per sempre la sua vita.

Ci sono libri che ti catturano fin dalle primissime pagine per non lasciarti andare mai più. A me è successo con il prologo de L’ombra del vento, il primo volume della saga de Il Cimitero dei libri dimenticati, mezza pagina di testo che riassume tutta l’atmosfera della serie e alcuni dei suoi temi principali, come il segreto, la solitudine, l’amore e, soprattutto, i libri. Insieme alle persone, i libri e le storie sono i veri protagonisti della saga, strumenti magici e misteriosi, tesori da custodire, armi da sfruttare e maledizioni da distruggere.

Non è un caso che i primi due volumi della saga siano così inestricabilmente legati ai libri e alla magia del leggere e dello scrivere, e dimostrino come le storie siano capaci di condizionare per sempre la vita di chi le crea e di chi le fruisce. La magia della lettura de L’ombra del vento, in cui Daniel rimane stregato dalla prosa di un autore caduto nell’oblio, si rispecchia nella maledizione della scrittura de Il gioco dell’angelo, dove David Martin viene incaricato di scrivere il testo sacro per una nuova religione, impresa che lo porterà alla follia. C’è sempre un affetto speciale e una meraviglia infinita quando si parla di letteratura, quando i personaggi si soffermano a rifletter su quanta vita possa essere contenuta in una pagina e quante vite possono cambiare per sempre dopo esserne entrati in contatto. A seconda del personaggio, la lettura e la scrittura assumono sembianze completamente diverse: per alcuni è speranza, per altri un carcere e per altri ancora un modo per sfuggire alla realtà e nascondersi in un mondo fittizio. Se un libro apre la vita di fronte a Daniel, è sempre un libro a sgretolare il mondo intorno a David, e sono sempre i libri a congiungere le vicende dei diversi protagonisti, come avviene nel carcere di Montjuic, altra ambientazione principale dei romanzi.

In generale, Il Cimitero dei libri dimenticati, è una storia di solitudini, di nostalgie e di perdita. A ognuno dei protagonisti viene sottratto qualcosa, e lo sviluppo della trama consiste nell’elaborazione di questa mancanza e nel tentativo di colmare un vuoto che non potrà mai essere sanato. Per questo è anche una storia di sconfitti, di persone che cercano disperatamente di fare del loro meglio con quello che hanno a disposizione, ben sapendo di scontrarsi contro forze immensamente più grandi di loro; in questo modo i protagonisti assumono i connotati di eroi tragici, votati al sacrificio pur di soddisfare la loro sete di vendetta, amore o potere, i tre grandi pilastri che reggono la storia.

Le atmosfere in questa storia sono fondamentali, e particolarmente riuscite. La vicenda è ambientata in una Barcellona piena di mistero e di segreti, una città che diventa un organismo vivo che interagisce attivamente con i personaggi, aiutandoli o ostacolandoli. La nebbia è quasi onnipresente, così come le vecchie magioni di antiche dinastie cadute in disgrazia, le labirintiche biblioteche, i cimiteri dove risuona la voce dei morti e i passaggi segreti che attraversano i vicoli di una città che non permette a nessuno di scoprire del tutto i misteri che nasconde. Si crea fin dal prologo un’ambientazione spettrale e suggestiva allo stesso tempo, da romanzo gotico, che si insinua sotto la pelle del lettore per non abbandonarlo mai più.

Allo stesso modo i personaggi sono, ognuno a modo suo, ugualmente indimenticabili e meravigliosi. Completamente diversi l’uno dall’altro e tutti perfettamente tratteggiati, oltre ad avere una personalità molto ben definita sono caratterizzati dall’avere sempre una storia che li vede protagonisti. Nessuno dei personaggi, per quanto secondario, si trova mai nel posto in cui lo troviamo per caso, ma ci è arrivato come conseguenza della sua piccola storia personale, magari irrilevante ai fini del racconto ma che rende la saga un intreccio infinito di storie che si aprono dentro ad altre storie in un meccanismo infinito e assolutamente affascinante. Molto spesso queste sottotrame finiscono per allacciarsi strettamente a quella principale, sfumando sempre di più il confine tra storia principale e secondaria e rendendo Il Cimitero dei libri dimenticati più simile ad un mosaico di personaggi e vicende; è il caso di Nuria Monfort, protagonista di un lungo e drammatico flashback nella seconda parte de L’ombra del vento, che oltre a raccontare la sua triste storia svela i retroscena necessari a Daniel per scoprire la verità su Julian Carax e allo stesso tempo introduce l’argomento della guerra civile, fondamentale per il prosieguo della saga.

Perché Il Cimitero dei libri dimenticati è anche un grandioso e lucido romanzo storico ambientato in un lunghissimo arco di tempo che va dall’inizio del Novecento fino agli anni Settanta, con particolare attenzione agli anni della guerra civile che portò Francisco Franco al potere. Raccontata attraverso gli occhi dei personaggi, la Storia diventa una materia viva e palpitante, che rifugge dai numeri o dai grandi eventi per farsi Storia personale e vissuta concretamente. Le fasi della guerra civile non trovano posto nei romanzi, perché si preferisce dare voce a chi la guerra l’ha vissuta, raccontando il loro orrore e la vita quotidiana in una città dilaniata da una violenza sempre più efferata. Ci vengono raccontate tante piccole storie, di vinti e vincitori, che solo sommate insieme riescono a dare l’idea del conflitto, e che attraverso lo stesso procedimento raccontano un’altra grande verità: da una guerra escono solo degli sconfitti.

Tutto questo complesso meccanismo di storie, personaggi e sensazioni è sorretto da una prosa eccezionale, da un talento nella scelta delle parole capace di costruire uno stato mentale ed emotivo prima ancora di raccontare una storia. La lingua è molto barocca, con un gusto particolare per le metafore ardite e la scelta di aggettivi originali, molto spesso imprevedibili insieme al nome cui si riferiscono. Allo stesso tempo uno dei pregi più importanti della serie sono i dialoghi, arguti e intelligenti, ricchi di battute fulminanti e dall’andamento quasi aforismatico o, al contrario, votati ad un lirismo struggente che non risulta mai patetico. Si assiste, attraverso alle parole dei protagonisti, ad un’analisi completa dell’animo umano, che rivela senza eccezioni come si possa trovare del buono in chiunque, una volta liberatisi delle sovrastrutture che ci imprigionano la mente.

Si soffre molto durante la lettura, ma una delle conclusioni cui si arriva è che non è mai troppo tardi per ottenere la salvezza, il riscatto personale o il perdono. Nonostante le violenze e la cattiveria messa in scena, la saga sembra lasciarci con un messaggio positivo di speranza sulla fondamentale bontà dell’animo umano, ed è qualcosa che dopo tanto dolore non può che fare bene al cuore.

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