The Leftovers – Season 3

Alcune delle migliori storie fantastiche, invece di creare un mondo personale immaginario, partono dalla realtà quotidiana e procedono inserendovi un elemento inspiegabile, misterioso, analizzandone le conseguenze. The Leftovers fa proprio questo: prende avvio con un gigantesco “what if?” e sviluppa una trama che esplori in profondità le ripercussioni fisiche e, soprattutto, emotive dell’avvenimento descritto nel primo episodio.

In particolare, il punto di partenza della serie è questo: all’improvviso, il 2% della popolazione mondiale svanisce nel nulla, un numero esiguo ma sufficiente a destabilizzare quelli che sono rimasti, i “leftovers”. Ognuno di loro ha perso una persona cara, fino a casi estremi come quello di Nora, che ha perso tutta la sua famiglia, oppure paga di riflesso le conseguenze della Dipartita, come Mary Jamison, in stato vegetativo in seguito a un incidente con un’automobile il cui conducente è improvvisamente svanito nel nulla. Ma l’aspetto più traumatico della Dipartita è il suo carattere inspiegabile. Nessuno sa cosa sia successo, dove siano andati gli scomparsi, se siano ancora vivi e se mai li rivedranno, uno stato di incertezza e insicurezza che finisce per sprofondare il mondo nel caos.

La realtà messa in scena da The Leftovers è quella di un mondo allo sbando, senza più punti di riferimento. Gli equilibri, mantenuti a fatica, sono sempre più precari, e l’atmosfera che pervade la serie è quella di un mondo che sa di essere finito senza per questo smettere di girare. Ognuno dei protagonisti si ritrova intrappolato nel proprio inferno personale senza possibilità di uscita, privi anche della speranza di poter, un giorno, ricostruire la propria vita. Tutto quello che rimane loro è il ricordo, la nostalgia, il dolore straziante di una perdita improvvisa e inspiegabile, e i pochi che provano ad andare avanti subiscono il terrorismo psicologico dei Guilty Remnants, la setta che si propone di mantenere sempre viva la memoria di quanto accaduto. Monito silente e impassibile dell’orrore che ha colpito il mondo, i Remnants sono il simbolo più riuscito dello stallo in cui si trova l’umanità dopo la Dipartita, incapace di voltare pagina e trovare la forza di andare avanti, di ricominciare a vivere.

The Leftovers è una lunga parabola su un senso di lutto universale, che coinvolge non solo le singole persone ma il mondo nella sua interezza. Il livello di scrittura è tale da riuscire a veicolare un senso di disperazione globale attraverso il racconto di poche storie individuali, seguendo dei protagonisti che diventano i paradigmi dell’umanità intera. Ognuno cerca di aggrapparsi a qualcosa per sopravvivere, trovando rifugio soprattutto nel dolore, che diventa molto spesso la scappatoia in cui nascondere le proprie debolezze e le proprie paure. I piccoli, improvvisi, sprazzi di speranza sono subito soffocati e rovinati dalla sporcizia di chi non ammette la possibilità di un riscatto. L’esempio più clamoroso è quello di Jarden, l’unica città al mondo a non aver registrato scomparsi e per questo motivo diventata simbolo di speranza per una rinascita del genere umano; nel finale della seconda stagione i Guilty Remnants penetrano a Jarden dando il via all’opera di distruzione della città, violandone la sacralità come in un osceno atto di blasfemia.

E’ una storia molto difficile, The Leftovers, per la sua drammaticità opprimente e priva di speranza. Non c’è salvezza, non c’è via di fuga e non c’è soluzione; esiste solo il dibattersi di anime perdute incapaci di uscire dal proprio dolore. In questo le sceneggiature si presentano come degli autentici capolavori di scrittura. Nonostante la premessa decisamente fantastica, lo sviluppo della trama e dei personaggi è estremamente realistico, e per questo ancora più angosciante. Il dolore di Nora, il nichilismo dei Guilty Remnants, la crisi di fede di Matt e le tendenze autodistruttive di Kevin sono credibili e strazianti perché reazioni autentiche di personaggi verosimili. Ognuno dei protagonisti diventa sempre più reale e autentico man mano che la serie procede nonostante non presentino alcuna evoluzione proprio a causa del tema della serie: l’impasse generata nella vita delle persone dalla Dipartita fa sì che ai personaggi sia precluso qualsiasi autentico cammino di redenzione o cambiamento, e anche qualora esso venga intrapreso qualcosa subentra per impedirgli di avere successo, come accaduto con il nuovo tentativo di maternità di Nora.

Danneggiato dalla sua natura nichilista e da uno storytelling inizialmente molto dispersivo e poco chiaro, The Leftovers, seppur lodato dalla critica, non ha mai potuto contare su un grande successo di pubblico, difetto che si tradusse prima in un lunghissimo iato tra la prima e la seconda stagione e quindi nella conclusione anticipata della serie al termine del terzo ciclo.

La terza stagione, consapevole della sua natura terminale, ha avuto la possibilità di costruire un racconto che chiudesse, se non tutti, la maggior parte dei fili narrativi rimasti incompiuti. Per la terza volta lo scenario cambia, trasferendosi questa volta in Australia alla ricerca dell’incantesimo di un santone capace di fermare l’apocalittico evento che segnerà il settimo anniversario della Dipartita. Si tratta di una stagione narrativamente molto lenta, interamente costruita in funzione del finale e che dedica la maggior parte del tempo a far interagire per l’ultima volta i diversi protagonisti. Il centro dell’attenzione si sposta sempre di più verso Nora, che brilla di luce propria grazie anche all’interpretazione eccezionale di Carrie Coon, lasciando più in secondo piano Kevin, forse colui che quest’anno ha avuto meno da dire.

L’ambientazione australiana non mi aveva convinto subito, ma è servita per introdurre nuove storie insopportabilmente atroci, come quella di Grace, che credendo nella Dipartita dei suoi cinque figli, invece smarriti nel deserto, non li andò mai a cercare, condannandoli a morte. Non decisivo ai fini del racconto, il personaggio di Grace serve ad ampliare ancora di più la terribile casistica di avvenimenti che hanno colpito le persone in seguito alla Dipartita e a rafforzare il senso apocalittico della storia.

Uno dei punti fondamentali della stagione è l’esistenza di un procedimento capace di ripetere la Dipartita, trasportando le persone nello stesso luogo in cui si trovano gli scomparsi. Si tratta del momento più delicato dell’intera serie, in cui il patto di incredulità viene maggiormente messo alla prova; nonostante la sua natura fantascientifica, la qualità della scrittura e l’oculatezza dei registi riesce a mantenere la natura del dispositivo ambigua, sebbene non nebulosa, fin proprio alla fine, quando Nora, nel monologo che chiude la serie, racconta la sua verità.

E’ una delle caratteristiche più interessanti di The Leftovers il fatto che non esista un’unica verità ma infinite versioni della stessa, ognuna costruita dai diversi personaggi per adattarsi alle proprie esigenze. Matt, ad esempio, vede in Kevin un nuovo Messia, soddisfacendo il suo bisogno di una guida, mentre Kevin Garvey Senior ricorre al folklore australiano e alla superstizione per ritagliarsi un margine d’azione in un mondo in stallo. Il racconto finale di Nora, in cui la donna racconta la sua esperienza nel mondo degli scomparsi, suona per questo come una possibile versione di quanto successo, non quella definitiva. Nora aveva bisogno, sebbene non ne fosse consapevole, di sapere che i dipartiti stessero bene e fossero salvi, e la sua verità consiste proprio in questo; significativamente, dopo aver ceduto allo stesso meccanismo che aveva sempre condannato negli altri, Nora si presenta finalmente serena, pronta a lasciarsi alle spalle il passato e abbracciare un futuro in cui poter finalmente vivere davvero. Nora non ci ha raccontato la verità, ma ha scritto il suo “libro” trasmettendo un messaggio che la aiuta a superare il lunghissimo lutto che l’ha sconvolta.

Alla fine non abbiamo avuto una risposta, ma qualcosa di molto migliore. Abbiamo visto come le condizioni per la propria salvezza risiedano dentro ognuno di noi. Ci è stato mostrato che una verità oggettiva non esiste, ma che forse è più importante la spiegazione che ognuno di noi fornisce ad un determinato evento, per quanto misterioso. Tra i due estremi dei Guilty Remnants e della comunità di Jarden, i nostri protagonisti si pongono nel mezzo, trovando una salvezza che non passa attraverso né la spersonalizzazione dei Remnants né l’esaltazione dei cittadini di Jarden. Ognuno di loro abbraccia il proprio dramma e lo vive fino in fondo, riuscendo così a trovare alla fine una salvezza insperata.

Annunci

Un commento Aggiungi il tuo

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione /  Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione /  Modifica )

w

Connessione a %s...