Pirati dei Caraibi – La vendetta di Salazar

Diversi anni dopo l’ultimo capitolo, Henry Turner, figlio di Will Turner ed Elizabeth Swann, solca i mari alla ricerca del Tridente di Poseidone, un mistico manufatto in grado di spezzare tutte le maledizioni del mare e salvare così suo padre dal suo destino come capitano dell’Olandese Volante. Al Tridente, però, mira anche il capitano Salazar con la sua ciurma di spettri, in cerca di un modo per tornare in vita e portare a termine la sua opera di sterminio dei pirati.

Giunti al quinto capitolo di una saga è difficile riuscire a mantenere la freschezza e l’energia degli inizi, e questo Pirati dei Caraibi ne è la prova: nonostante le numerosissime scene d’azione, il film risulta fiacco e privo di spessore, stanco come gli attori che ormai si ritrovano a riproporre per l’ennesima volta gli stessi personaggi e le stesse situazioni. L’eterno ritorno di elementi già più volte collaudati, come la rivalità tra Jack Sparrow e Barbossa, ad esempio, ma anche la ricerca dell’immancabile manufatto soprannaturale, non riesce tuttavia ad arricchire il film, soprattutto a causa di un copione decisamente superficiale e mal scritto.

Il film si presenta come una grandiosa commedia d’avventura, ed effettivamente questa promessa viene mantenuta. C’è l’azione, sempre più rocambolesca e sempre meno credibile, e c’è la comicità, troppa e invadente, spesso dai toni boccacceschi. Invece che sul nonsense, per far ridere stavolta si punta sul grottesco e sul doppio senso, con scene anche piuttosto lunghe e articolate, magari anche divertenti, ma che non hanno alcuna utilità all’interno della trama, come quella del matrimonio di Jack Sparrow.

Proprio Jack Sparrow è il vero problema del film, un personaggio ormai ridotto ad una macchietta, completamente out-of-character e interpretato da un attore ormai stremato e coinvolto nel progetto più per abitudine e interesse economico che per autentica convinzione. Il personaggio di Jack risulta totalmente superfluo all’azione, e i siparietti comici in cui viene coinvolto appaiono sempre più patetici e pietoso. Jack era nato inizialmente come un pirata vanesio ed egocentrico, amante delle avventure e donnaiolo, competitivo e logorroico, pur essendo, in contrasto, incredibilmente goffo, infantile e “strano”. Proprio in questo contrasto risiedeva il suo aspetto più riuscito, incarnando allo stesso tempo lo stereotipo del pirata e il suo contrario, diventando un generatore inesauribile di gag sorprendentemente riuscite e intelligenti. Pur essendo un comic relief, tuttavia, la sua caratterizzazione si spingeva talvolta a suggerire una profondità d’animo molto maggiore di quella che veniva esplicitamente raccontata, ed era in questi momenti che l’interpretazione di Johnny Depp dava il suo meglio, modificando, con uno sguardo, un gesto o un espressione, quello che il suo personaggio diceva, e dando al dialogo e a Jack stesso tutta un’altra direzione.

Tutto questo, in La vendetta di Salazar, non c’è. Complice anche una sceneggiatura poco ispirata, Jack finisce per ritrovarsi, come già accennato, al centro di situazioni da farsa che nemmeno Johnny Depp riesce a salvare – e apparentemente nemmeno ci prova. Le battute che gli vengono fornite non brillano per intelligenza o arguzia come nei precedenti capitoli, e il suo ruolo sembra essersi ridotto a quello del buffone, il giullare riportato al centro della scena per compiacere gli spettatori ma con un repertorio ormai esaurito e privo di grandi margini di rinnovamento.

Il resto del cast non se la cava molto meglio. Le new entry, Brenton Thwaites e Kaya Scodelario, si mantengono a galla senza infamia e senza lode, portando in scena due personaggi piuttosto tipizzati e scarsamente reinventati, con una chimica sullo schermo praticamente inesistente, mentre, fortunatamente, almeno Javier Bardem e Geoffrey Rush compiono un seppur minimo sforzo per dare credibilità ai rispettivi personaggi, ostacolati talvolta dal copione. Orlando Bloom e Keira Knightley appaiono in brevi cameo riprendendo i ruoli di Will Turner ed Elizabeth Swann, i protagonisti della prima trilogia e, stando alla scena post-credit, anche del futuro, inevitabile, sesto capitolo.

Nel suo complesso, La vendetta di Salazar è un film povero e semplicistico, che rifiuta qualunque epica e suspance a favore della comicità, dell’azione e degli effetti speciali, talvolta decisamente superflui. Eppure il franchise di Pirati dei Caraibi non era nato così, e non era pensato per essere questo. La prima trilogia brilla di luce propria per una gravitas narrativa insolita nel panorama del cinema d’avventura rivolto ad un pubblico giovane. L’avventura, nei primi tre capitoli (faremo finta che il quarto non sia mai accaduto), era sempre accompagnata dal senso di meraviglia di fronte all’ignoto: il mare nasconde infiniti segreti, e ancora di più ne celano le persone, gli autentici motori delle storie. L’atmosfera, inoltre, era sempre velata di malinconia, da un’aura crepuscolare di mondo in decadenza e in procinto di essere spazzato via dalla civiltà in inesorabile avanzamento, talmente potente da uccidere perfino il Kraken, incarnazione delle forze più irrazionali e incomprensibili del mare. I personaggi nascondevano sempre segreti inconfessabili, passioni distruttive e desideri irraggiungibili; nonostante la magia e le maledizioni erano sempre fin troppo umani, e spesso il loro destino era sancito non tanto dal forza soprannaturale su cui potevano contare ma dalle emozioni che li animavano e li spingevano ad andare avanti. La saga non ha mai avuto paura di mettere in scena momenti di grande intensità e complessità, come la drammatica fine di Barbossa alla fine di La maledizione della prima luna, o l’intricato gioco di alleanze che costituisce il corpo di Ai confini del mondo, né ha mai negato la violenza del mondo in cui è ambientata, delineando degli antagonisti spaventosamente verosimili e feroci. Su tutti spiccava la figura di Davy Jones, autentico capolavoro di scrittura all’interno della saga, un villain ottimo e molto ben articolato, un perfetto eroe tragico che con la sua caduta e dannazione ha dato vita alla miglior storyline del franchise, quella del Forziere Fantasma e dell’Olandese Volante, una trama che con la sua conclusione perfetta ha costituito una cesura da cui sceneggiatori e registi non sono più stati in grado di ripartire in modo convincente.

Forse allora sarebbe il caso di interrogarsi seriamente sulla necessità di portare avanti franchise infiniti solamente per rincorrere i desideri del pubblico e il guadagno commerciale. Soprattutto in vista della scena post-credit sembra rendersi necessaria una riflessione che riveda le regole dei franchise, mantenuti in vita artificialmente una volta superata la conclusione della loro storia. Credo sia fondamentale, in quest’epoca di saghe interminabili e sempre più complesse e articolate, tornare ad una concezione chiusa della storia, per cui una volta raggiunta la sua naturale conclusione, questa si ferma. Un racconto ha senso anche, e soprattutto, in virtù del suo finale, e se questo viene continuamente rimandato non si arriverà mai a chiudere il cerchio della narrazione e dare ad essa un significato.

Come disse il Re di cuori al Coniglio quando questi gli chiese da dove cominciare la storia, “comincia dal principio e continua fino alla fine; poi fermati”.

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3 commenti Aggiungi il tuo

  1. DarkBrain ha detto:

    Ottima analisi, ho visto il film ieri sera e l’unico motivo per cui non mi ha particolarmente deluso è che avevo delle aspettative bassissime, che purtroppo sono state rispettate. Alcune gag mi hanno fatto anche sorridere, ma nel complesso ho avuto la sensazione di un prodotto forzato, in cui non credono più nemmeno gli attori principali. Bardem è probabilmente la cosa migliore del film, mentre la storia d’amore fra i due giovani è di una banalità e superficialità disarmanti. Ho trovato la seconda parte un po’ più riuscita ma siamo comunque ben sotto la sufficienza. Ovviamente mamma Disney continuerà a sfruttare questa macchina da soldi, ma non riuscirà più a trascinarmi al cinema.

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    1. Daniele Artioli ha detto:

      Grazie! Io l’ho visto portato da un gruppo di amici che avevano progettato la serata, perché altrimenti se fosse dipeso da me non credo che l’avrei visto.
      Sì, è tutto molto forzato, e sembra che nessuno abbia davvero avuto voglia di farlo, a partire dalla troupe, dalla regia e dalla sceneggiatura. Oggi viviamo in un mondo di franchise infiniti, e finché ce n’è si va avanti. La Disney si sta comportando esattamente come tutte le altre multinazionali dell’intrattenimento, mungendo la mucca il più possibile; resta da vedere quanto frutterà questa strategia in futuro, specie se la qualità dei film deve essere questa.
      Io vorrei avere la tua sicurezza sul fatto di non andare più a vederli, ma con l’impazienza con cui sto aspettando quella trashata de “La mummia” non mi sento di fare promesse!!!

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