Fences

Troy Maxson sta costruendo una staccionata intorno al suo cortile; nel frattempo si succedono gli eventi che porteranno al progressivo e definitivo disfacimento della sua famiglia, che arriverà a vedere il patriarca sotto una luce completamente nuova.

Ho fatto molta fatica a riassumere la trama di Fences perché il film non ha una trama vera e propria: non c’è azione e non succede granché per tutta la sua durata, mentre il punto principale della pellicola è analizzare in maniera chirurgica, come sotto un microscopio, il protagonista, Troy, prendendo come metro di giudizio il suo rapporto con tutti gli altri personaggi. Qui ancora più che in altri casi ci troviamo di fronte ad un’opera character-driven, in cui il peso del significato del film ricade interamente sulle spalle del protagonista, oltre che sulla sceneggiatura; per nostra fortuna, entrambe sono ampie e forti.

Fences nasce come opera teatrale, scritta da August Wilson, qui accreditato come sceneggiatore sebbene non abbia potuto mettere mano al copione dal momento che è deceduto nel 2005, e l’impostazione teatrale è molto evidente: l’opera è molto statica, con lunghi dialoghi recitati da attori seduti o comunque molto limitati nei movimenti, mentre l’azione si svolge in pochi set ricorrenti, come il cortile dei Maxson, che diventa teatro dei momenti più importanti del film. .

Come ho già accennato, il nucleo del film coincide con il suo protagonista. Troy ci viene presentato come un uomo molto espansivo, dalla parlantina sciolta, anche troppo, e capace di fari molto amare dalle persone; condivide le ore di lavoro e di tempo libero con il suo migliore amico, Bono, è sposato con Rose (Viola Davis), e ha due figli, nati da due matrimoni diversi. Eppure questo ritratto mostra fin da subito delle ombre: presentati inizialmente come elementi secondari, utili a dare complessità al personaggio, i lati oscuri della sua personalità diventano sempre più preponderanti e ingombranti, finché, alla fine, non ci si accorge, insieme agli altri personaggi, di trovarsi di fronte ad un uomo deleterio e pericoloso, capace con la sua sola presenza di condizionare in negativo la vita di tutti quelli che ha intorno. Troy è una persona rosa dalla rabbia e dal livore per le occasioni che ha mancato nella sua vita, e di cui reputa responsabile chiunque tranne sè stesso: ad esempio, voleva giocare come professionista a baseball ma non ne ha la possibilità perché, nel momento in cui le squadre si aprono agli afroamericani, è già troppo vecchio, e preferisce addossare la responsabilità della sua mancata carriera ad un vago sentimento razzista che domina nel mondo dello sport. Il rancore e la rabbia che cova portano Troy a sabotare coscientemente e volontariamente i sogni di entrambi i suoi figli, soprattutto Cory, il più giovane e ancora sottomesso alla sua ala genitoriale, che vede sfumare per colpa del padre la concreta possibilità di entrare in una squadra professionista di football. Le conseguenze, per l’uomo, alla fine sono terribili: il fascino che esercita sulle altre persone finisce per diminuire progressivamente fino a perdere qualsiasi credibilità o autorità. Rose cessa di amarlo, i figli non lo rispettano più, e anche il suo amico inizia a limitare i contatti con Troy, dopo che, nella scena al bar, comincia a vederlo, forse per la prima volta, per quello che davvero è. L’uomo che col suo fascino ha devastato la vita di tutti quelli con cui è entrato in contatto rimane solo, con una moglie che rimane al suo fianco solo per salvare le apparenze di un matrimonio informalmente finito, come si deduce dalla battuta che pronuncia quando decide di adottare la bambina che il marito ha avuto da un’amante: quel giorno, Troy ha guadagnato una figlia, ma non ha più una donna.

In tutto questo rimane centrale la metafora della staccionata, la “fence” del titolo. Come stabilito dalla battuta che offre la chiave d’interpretazione del film, pronunciata da Bono, alcuni costruiscono barriere per tenere qualcuno fuori, e altri per trattenere qualcuno dentro; la staccionata in questo modo finisce per rappresentare la paura di Troy che la sua famiglia possa non solo abbandonarlo (quando Rose esce di casa, dopo aver scoperto dell’amante, significativamente si scontra contro la staccionata provvisoria che delimita il cortile), ma anche che la moglie e i figli possano trovare al di fuori della casa qualcosa che lui non è in grado di offrire loro, e che seguendo questa nuova guida possano diventare migliori di lui.

Un film così incentrato sui personaggi non può prescindere dalla recitazione, e qui possiamo ammirare due autentici mostri scontrarsi spendendosi al massimo per portare in scena la storia. Denzel Washington è superbo, ed emana carisma in ogni scena; ci sono momenti in cui riesce ad essere minaccioso senza nemmeno aprire bocca, e poi, subito dopo è in grado di provocare una pietà imprevedibile, visto il tipo umano che incarna. Come già detto prima, parla Troy parla molto, e a ruota libera, di qualsiasi argomento, con una giovialità contagiosa che evidentemente usa come un’arma per imporsi sugli altri e nascondere quello che realmente si porta dentro.

Per contro, e in maniera comprensibile dal momento che devono risultare complementari, Rose è molto più silenziosa, e recita, soprattutto nella prima parte, con lo sguardo. Viola Davis è sensazionale, riesce a trasmettere perfettamente il misto di timore e venerazione che prova per il marito e, allo stesso tempo, la discreta opera di contenimento dei suoi eccessi e di mediazione con le altre persone, prima di tutto i figli. Quando poi scopre della relazione extraconiugale del marito offre una prova da brividi, in cui le battute (meravigliose) vibrano infuocate uscendo dalle labbra dell’attrice, abbattendo su Troy non tanto la rabbia quanto la delusione e la disillusione di Rose, che aveva costruito tutta la sua vita in funzione del marito solo per scoprire dopo quasi vent’anni di matrimonio che tipo di uomo in realtà egli sia.

Al contrario della sceneggiatura e della recitazione, la regia non è esattamente centrata, e non riesce ad emergere in modo significativo se non in alcune scelte di fotografia molto azzeccate e intelligenti; anche il montaggio ha un ritmo strano, indeciso se assumere un andamento concitato per conferire movimento ad uno script molto statico o, al contrario, un ritmo più contemplativo e lento.

Al netto di questi difetti, però, Fences è un film meraviglioso, sicuramente uno dei migliori di questi Oscar, e non lasciarti ingannare dal fatto che credo io lo stia scrivendo per tutti i film: probabilmente è segno dell’altissimo livello delle opere in concorso quest’anno.

2 pensieri riguardo “Fences

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